Beppe Caldani: un secolo di empatia e memoria a Marradi

Giuseppe Caldani, Beppe per i marradesi, la sua figura paterna e minuta, il suo fare svelto e al contempo pacato, i suoi occhi vivaci, la sua attenzione e quello stesso garbato sorriso riservato indistintamente a tutti i suoi clienti, sia che si trattasse di vendere un sacco di marroni ad un turista, sia una semplice testa d’aglio ad una massaia; seduto che fosse senza pretese, sulle cassette vuote della frutta nella sua piccola bottega affacciata sulla piazza di Marradi, o in piedi, sollecito ma mai distratto o frettoloso, dietro al banco, Caldanino, così come affettuosamente era chiamato, con il suo intuito, la sua paziente e finemente psicologica arte del commercio, ha testimoniato che in una battuta, in uno sguardo, in un atteggiamento, a volte può esserci molto in termini di empatia, ponderando la cultura dell’incontro e della fraternità sociale. E se è possibile unire all’empatia la simpatia, Beppe ha fatto semplicemente questo, quotidianamente, in maniera tanto fedele quanto disarmante, nei suoi 95 anni di vita, quasi un secolo, che hanno attraversato un quadro storico epocale, iniziato con l’esperienza tragica della guerra, di cui è stato testimone, e poi seguito da ottant’anni di storia repubblicana: la ricostruzione, lo sviluppo economico, la spensieratezza degli anni ’60, il benessere, ma anche l’inurbamento, lo spopolamento della montagna e l’attuale crisi culturale e demografica. È cambiato il mondo in questo lungo arco temporale ed è cambiata insieme anche Marradi, della cui storia Beppe, uomo della memoria, è stato spettatore privilegiato: capace non solo di ricordare ma di filtrare criticamente, assimilare, discernere e quindi trasmettere.

La bottega di Beppe e l’anima della Marradesità

La parabola esistenziale di quest’uomo, che si è conclusa martedì 14 giugno scorso, si compone in una linea di vivacità ed equilibrio. La sua modestia, la sua gentilezza, la sua perspicacia, si è declinata in uno spazio fisico, sociale, economico e culturale che è quello della piazza di Marradi: un luogo improntato al commercio tipicamente fiorentino, fatto di botteghe, negozi, arti e mestieri, dove mercato ambulante, caffè affollati, scambio, contrattazioni, si sono fusi in un crogiuolo originale di elementi popolari e signorili, contadini e paesani, toscani e romagnoli. E la mescola delle voci, del parlare, del dire, degli accenti, il riversarsi dai monti nel paese, ognuno pro domo sua, per il proprio interesse, ma nel tessuto delle relazioni di confine, ha visto in Beppe un artigiano creativo del fare quotidiano nel ritmo dei giorni, delle anni e delle stagioni: minuto e silenzioso, affabile e sagace all’occorrenza, moderato, presente, vigile, affidabile ed onesto. È stato impossibile non volergli bene, perché sarebbe stato come non amare sé stessi. Nella sua piccola bottega, come nella sua gioia di vivere e nella sua voglia di lavorare, tanta umanità ha trovato casa, anche solo per un attimo, anche a prescindere dal rapporto commerciale. Tanti piccoli grandi bisogni e tanti sogni innocenti, che Caldanino sapeva intuire e ai quali trovava sempre una risposta, magari attingendo a qualche scorta segreta tenuta nel retrobottega: sempre con un sorriso e parole adeguate a ciascuno. Quanta arte, quanto sapere! Tanti sono entrati in silenzio bambini, con la mamma per fare la spesa, chiedendole col fiato sospeso di prendere le arance, le banane e i mandarini. E poi ancora adulti, a loro volta con i propri figli: la dimensione del desiderio declinato nel segno della continuità tra le generazioni ci insegna innanzitutto che la storia di un popolo è un tessuto, ha una trama a volte invisibile, ed essa non è disgiunta da ciò che si mangia e da come lo si acquista; dalla cucina di casa e dalle chiacchiere che si fanno nella bottega di paese mentre lo si acquista. Gli odori che evocano ricordi diretti, intensi e duraturi; i colori e i sapori, ma soprattutto uno sguardo unificante, una visione condivisa anche attraverso mani che si stringono, parole non dette, occhi che si incontrano e nel fare di ogni giorno attestano la gratuità. E così quella botteguccia dimessa è divenuta nel tempo un’anagrafe informale e un laboratorio della marradesità; e in tutti questi sensi nessuno ne è mai uscito a mani vuote: tutti hanno calcato lo spartano e scricchiolante assito di legno di quelle vecchie pedane, così come il marmo tirato a lucido dell’elegante farmacia Ciottoli, a pochi metri di distanza, dall’altra parte della strada. Con la stessa naturalezza, con la stessa dignità. Il paese è fatto di questo: i bottegai sulla porta dei loro negozi e la gente che va e che viene, si guarda in faccia, che è cosa notevole in tempo di cultura digitale, si parla e si saluta, da una parte all’altra della via. Romano il fornaio, Marino il tabaccaio, Beppe il verduraio, Giorgio il pizzicagnolo, Walter della ferramenta. E dall’altra parte della strada la farmacia e la macelleria dei fratelli Tronconi, l’edicola, il bar dell’Alpina: in un pezzetto di strada un mondo. Ogni uscio un sapere, una bottega: quelle eleganti e quelle semplici, senza soluzione di continuità, in un’unica platea unita nell’impasto delle relazioni, dalla voglia di vivere e da una idea medicea, divenuta coscienza spontanea del buon vivere. La Romagna Toscana è fatta di questo: la declinazione della fiorentinità in un contesto montano, al contempo popolare e distinto, senza conflitto: basta guardare in alto, ammirare i palazzi e poi entrare nelle botteghe sulla strada, per rendersene conto. Una porta che si apre, attraverso la quale si può entrare e uscire, una finestra sul mondo, una saracinesca che si alza ogni mattina e si chiude ogni sera, come il sole che sorge e tramonta, ci connette con il ritmo della vita, del tempo e della storia: homo faber. In questo senso l’uomo è artefice del proprio destino: Faber est suæ quisque fortunæ.

Beppe Caldani: il “patrono laico” del commercio e dello sport a Marradi

Il commercio, assieme alla castanicoltura e allo sport, è una delle anime della marradesità: c’è un intesa profonda tra i commercianti marradesi e spesso gli elementi si fondono in un’unica realtà anche in superficie, proprio come è avvenuto nel tempo, e continua ancora oggi nella bottega di Caldani condotta ora dal figlio Andrea e dalla moglie, tanto da poter dire che è il commercio e non viceversa, a leggere la marradesità. Beppe è stato in gioventù giocatore di calcio nelle squadre locali, e anche in questo ambito si è distinto per personalità, divenendo un personaggio: il suo nome in campo era Veleno, a testimonianza dell’agonismo sviluppato da questo piccolo grande uomo tutto da scoprire, e della altrettanto insospettabile cultura sportiva marradese: il figlio Andrea ha voluto che la sua maglia dell’Inter con la dedica personale di Zanetti, un cimelio a lui carissimo, lo accompagnasse nell’ultimo viaggio. I pregiati marroni che i castagneti marradesi producono erano a loro volta, l’orgoglio di Beppe verduraio, l’oggetto della sua cura e della sua scelta. I tanti e svariati negozi, forni, macellerie, pizzicagnoli, ristoranti e pizzerie, edicole e caffè, (senza parlare addirittura di un’armeria), che ancora si affacciano sulla piazza, e che un tempo erano il punto di riferimento di una popolazione comunale dieci volte superiore a quella del capoluogo (11000 abitanti), devono ora fare i conti con la desertificazione commerciale delle aree interne, la centralizzazione e massificazione dell’offerta. Ma continuano ad esprimere una fiera e schietta umanità e una peculiarità nelle quali anche il turismo si riconosce, così com’è alla ricerca di luoghi del buon vivere, contro l’anonimato delle città. Di questo il nostro Beppe è stato e rimarrà un modello, una figura emblematica e quasi un patrono laico dei commercianti marradesi.

L’eredità di Beppe: dalla memoria locale a uno spazio da abitare

Viviamo in un mondo perfezionista, di giudizio critico verso sé stessi, dove ammettere una fragilità diventa una debolezza: la perfezione che il mondo esterno ci inculca diventa paradossalmente imperfezione. Imparare da Beppe, dalla sua esperienza di vita, significa prendere contatto con i nostri bisogni, bisogno di fiducia innanzitutto: bisogni fisici e bisogni spirituali. La pace la si trova quando si è in contatto con le proprie parti interiori, quando però ci si guarda non troppo dall’interno, ma come in uno schermo, dall’esterno. E questa è stata la sua bottega, lo specchio fedele e disincantato di sé e la sua finestra sul mondo. Il lavoro, si sa, è la prima e ineludibile rappresentazione di sé. Trasformare un’esperienza in un apprendimento: posso restare così come sono, senza ulteriori perfezionismi. Le paure non dividono più, le imperfezioni non disperdono. La maturità nasce dall’integrazione delle nostre fragilità, anche il bisogno di lavorare, con le ricchezze. Altri scrivano ancora e più compiutamente di Beppe Caldani, di Veleno, di Caldanino e della grande eredità che la sua generazione ci lascia: dei suoi vividi ricordi legati al passaggio del fronte bellico sulla Linea Gotica, raccolti saggiamente da Luisa Calderoni. E la vita conceda ancora alla comunità di Marradi la cifra chiara e serena della sua esperienza di vita e di lavoro: mettere in relazione le varie parti di sé, il lavoro con le passioni, gli ideali, i rapporti, i valori e i sentimenti, dare senso alle emozioni. Ci mancherà Beppe, a partire dal suo passo, dal suo incedere caratteristico: ci mancherà la sua figura iconica, il suo volto sereno. Ma sappiamo che queste persone non lasciano un vuoto: lasciano uno spazio. La memoria non è la dimensione dell’assenza, attiene piuttosto alla presenza. Uno spazio si può abitare, condividere e percorrere. E in questo spazio, quello della memoria puntuale e locale, dovrebbero trovarsi sempre anche i banchi di scuola.

Gianluca Massari