Non è solo un gesto suggestivo, fatto di luci, colori e tradizione. Il dono dei ceri alla Madonna delle Grazie racchiude una storia profonda che intreccia fede, identità civica e senso di appartenenza. Un segno che nel tempo ha coinvolto non solo la città, ma anche i comuni della diocesi di Faenza-Modigliana, diventando espressione concreta di un legame tra istituzioni, comunità ecclesiale e popolo. Storicamente richiama la riconoscenza della città salvata dalla peste dopo l’invocazione della protezione della Madonna delle Grazie, con il successivo atto di affidamento della città a Maria, momento che viene rievocato ogni anno con la processione e l’atto di affidamento in Cattedrale. Nel 1997 Don Silvano Montevecchi, amministratore diocesano, e il sindaco De Giovanni ebbero l’idea di simboleggiare questo rapporto tra città, popolo e chiesa con un cero offerto dal sindaco e dai rioni nel giorno della festa. Più recentemente furono invitati a compiere questo gesto i sindaci dei comuni che costituiscono l’attuale Unione dei comuni della Romagna Faentina.
Soggetto politico e ecclesiale si rivolgono ad un unico popolo

Del significato allora dato al gesto sono testimonianza un articolo sul Piccolo scritto dal professor Giovanni Renzi e una lettera inviata ai rioni da parte della giunta a firma del sindaco, dove si esprime il gradimento della giunta per l’evento e in cui si auspica che la fiamma dei ceri sia simbolo di unità tra i rionali, di solidarietà con tutta la città. Il soggetto politico e quello ecclesiale si rivolgono ad un unico popolo, costituito da chi abita nei comuni. Ambedue le realtà, quella politica e quella religiosa, con competenze diverse, hanno un unico obiettivo: servire la popolazione e servire la persona, l’uomo che è al centro del bene comune. Alla luce della fede in Cristo Gesù morto e risorto per tutti, la Chiesa si impegna anche nelle realtà sociali a diffondere e ad approfondire il Vangelo e invita i singoli cristiani a impegnarsi a favore di tutti gli uomini. In questo si incontra con la politica che persegue il bene comune cioè è impegnata a realizzare quel bene che viene che tiene conto di tutto l’uomo e tutti gli uomini. Ambedue, politica e comunità ecclesiale cercano di non lasciare indietro nessuno. Ambedue, in questo impegno, rendono concreta la carità, cioè l’amore del Signore verso tutti. Allora, vedere i sindaci e il vescovo che, pur rimanendo autonomi nelle loro competenze, collaborano è un bel segno potentemente espresso dal cero che diviene luce, progettualità e bellezza. Conviene, quindi, ricordare quello che la Gaudium Et Spes, documento del Concilio Vaticano II del 1965 dice: «tutti i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione nelle comunità politiche, sviluppare il senso della responsabilità, dedizione al bene comune, così da ricordare nei fatti come possano armonizzarsi autorità e libertà, iniziativa personale e solidarietà».
Graziella Cortesi














