Dino Campana continua a riservare sorprese. A più di un secolo dalla pubblicazione dei Canti Orfici, il poeta marradese non smette di interrogare studiosi e appassionati, e nuovi documenti sembrano restituire un’immagine sempre più complessa dell’uomo e dello scrittore. Tra chi sta contribuendo a questo lavoro c’è Leonardo Chiari, marradese, vicepresidente del Centro Studi Campaniani, ricercatore e autore di alcune scoperte confluite nel volume Come lavora il genio (ed. Tempo al libro), curato insieme a Walter Scarpi.
Intervista a Leonardo Chiari: “Su Campana ci sono ancora troppi stereotipi legati all’immagine del ‘poeta matto’. In realtà aveva una vasta cultura”

Chiari, partiamo dal ritrovamento forse più curioso: il libro di François Villon appartenuto a Campana. Come è arrivato fino a voi?
Grazie a una ricerca sono riuscito a rintracciare questo testo. Era passato dalle mani di Campana a quelle di Sibilla Aleramo e, dopo la morte del poeta, a quelle di Franco Matacotta, compagno della Aleramo. Il figlio di Matacotta lo conservava ancora in casa, in Umbria. Io avevo visto che Campana citava Villon in diversi punti e ho pensato che forse il suo libro potesse essere sopravvissuto. Non si tratta però semplicemente di un volume appartenuto a Campana. Le sue pagine raccontano qualcosa del suo modo di lavorare. Ci sono molte annotazioni autografe, anche versi e varianti di poesie. Campana lo usava quasi come un taccuino. Il libro è molto consunto e presenta persino tracce di foglie e segnalibri vegetali: probabilmente lo portava con sé e scriveva sui margini anche durante i suoi viaggi e nei boschi. Le annotazioni appartengono soprattutto al periodo successivo alla pubblicazione dei Canti Orfici, quando aveva già in mente di rifare il libro o di scriverne un altro.
Perché proprio Villon?
Campana si era innamorato di Villon. Era un poeta medievale, una sorta di poeta maledetto ante litteram, ma anche un autore molto tecnico, che utilizzava la ripetizione e la forma della ballata. E poi c’è un elemento biografico che probabilmente lo colpiva molto: Villon era stato condannato a morte e aveva scritto la celebre Ballata degli impiccati. Campana, in quel periodo, cominciava a percepire di essere arrivato alla fine della propria parabola poetica e umana. Si sentiva affine a quella figura anche spiritualmente. E lo studiava in originale, compreso il francese medievale. Stiamo studiando quelle autografie e ne nascerà anche un saggio che sto preparando con Gianni Turchetta».
Nel volume ci sono però altre scoperte. Una riguarda il celebre manoscritto de Il più lungo giorno, poi diventato la base dei Canti Orfici.
Sì. La cosa importante è che il manoscritto non fu ritrovato soltanto negli anni Sessanta-Settanta, come si è sempre raccontato. Abbiamo trovato una testimonianza che dimostra che era già stato ritrovato da Ardengo Soffici negli anni Venti, quando Campana era ancora vivo e si trovava in manicomio. Soffici, quindi, lo aveva già tra le sue carte e sostanzialmente lo tenne nascosto.
Una vicenda che getta una luce ancora diversa sul rapporto fra i due.
Sì, e ci sono anche altre testimonianze inedite. Per esempio, la tesi di laurea di Franco Matacotta su Campana, rimasta sconosciuta, che contiene informazioni di prima mano perché Matacotta aveva una relazione con Sibilla Aleramo.
Un altro studio contenuto nel volume riguarda invece una particolare giornata del 1906.
Stefano Drei ha fatto una scoperta molto interessante. Il più lungo giorno sembra essere costruito attorno a una giornata precisa: il 21 giugno 1906, il solstizio d’estate. È stata ritrovata anche la locandina di un cinema relativa a quella giornata. Questo permette di comprendere meglio anche la dicitura “Cinematografia sentimentale” che compare nel manoscritto. La data, il cinema e la struttura del testo sembrano ricomporsi in un quadro molto più preciso.
Tutto questo contribuisce anche a smontare un’immagine ormai consolidata di Campana: quella di interpretarlo unicamente come “poeta maledetto” che vaga per il mondo.
È uno dei luoghi comuni che vorrei superare. Campana era un uomo di grande cultura. Era figlio di una famiglia benestante e i genitori credevano in lui come in un enfant prodige. Il padre continuò a pagargli gli studi anche quando all’università le cose non andavano bene. Quando viaggiava all’estero frequentava le biblioteche: esistono i registri delle sue letture. Leggeva filosofia in tedesco, conosceva cinque lingue, si teneva aggiornato sulle riviste internazionali. Fu tra i primi a tradurre Freud in Italia e scrisse a Papini proponendogli di tradurre uno studio dello psicanalista su Leonardo da Vinci.
E non era soltanto filosofia.
Aveva una cultura iconografica e artistica: nei Canti Orfici ci sono moltissimi riferimenti alla pittura, alla luce, agli Uffizi. C’è una componente musicale molto forte. E poi Nietzsche, Freud, Villon, la cultura classica. A Marradi abbiamo esposto anche la sua grammatica latina. Insomma, Campana non era semplicemente uno che viveva per aria o che girava nei boschi aspettando l’ispirazione. Studiava moltissimo.
C’è ancora molto da scoprire, dunque.
Assolutamente. Sto lavorando, per esempio, su un’interpretazione dei Canti Orfici come viaggio e ritorno, quasi costruiti sulla struttura dell’Odissea. Ulisse diventa una sorta di alter ego di Campana. Il tema del viaggio, il movimento, il ritorno sono centrali e si intrecciano anche con Dante e con il mito. È curioso che questi aspetti siano ancora così poco studiati.

Forse è proprio questo il fascino della ricerca su Campana: più si cerca, più il poeta sembra sfuggire alle definizioni.
Campana è ancora tutto da studiare. E anche la definizione di “cultura caotica” che gli è stata attribuita non mi convince. Caotica non significa nulla. Si teneva aggiornato, leggeva le avanguardie, conosceva la cultura contemporanea. La sua cultura era vastissima.
E per te, personalmente, che cosa continua a rendere Campana così importante?
Io l’ho sempre letto. Già alle elementari imparavo a memoria le sue poesie, poi mi sono innamorato di lui alle superiori, grazie al mio professore Stefano Drei, con cui ancora oggi collaboro. Campana mi colpisce perché è un poeta autentico, un poeta vero. Quello che scrive è la verità, non qualcosa di costruito a tavolino. Scrive con il sangue, perché quello che racconta lo ha realmente vissuto. È un poeta con la “P” maiuscola. E non ce ne sono molti.
La ricerca, intanto, non si ferma. Quali saranno i prossimi progetti?
Sto lavorando proprio con Stefano Drei a un libro sul viaggio di Campana a La Verna. Abbiamo fatto nuove scoperte sul percorso e identificato luoghi e personaggi citati nel testo. Vorremmo realizzare un vero e proprio “diario della Verna”, commentato e annotato, che possa diventare un riferimento per chi vorrà ripercorrere il viaggio da Marradi a La Verna. E poi ci sono altri progetti: un possibile lavoro musicale e un podcast su Campana insieme a Walter Scarpi, con diversi ospiti. Siamo ancora all’inizio, ma le idee sono tante. Del resto, sembra essere proprio questa la cifra della ricerca campaniana: non chiudere una storia, ma continuare ad aprire porte.














