L’estate 2026, chiusa dal punto di vista meteorologico lo scorso 31 agosto, è stata decisamente rovente in Romagna. Faenza ha registrato oltre 50 giornate con temperature superiori ai 35 gradi e ben 70 notti tropicali, che si verificano quando la temperatura non scende mai sotto i 20 gradi. E anche settembre è iniziato all’insegna del caldo, con la colonnina di mercurio oltre i 36 gradi e nuovi record a Bagnacavallo e Ravenna. Per approfondire l’estate appena trascorsa e gli scenari futuri abbiamo incontrato Pierluigi Randi, meteorologo e presidente dell’Ampro (Associazione Meteorologi Professionisti).
L’intervista a Pierluigi Randi

Randi, l’estate 2026 è stata davvero da record?
Sì, abbiamo vissuto l’estate più calda da quando esistono le rilevazioni strumentali, ovvero da fine ’700. Abbiamo registrato una spaventosa anomalia di +3,4°, per quanto riguarda la temperatura media e dunque, seppur di poco, l’estate 2026 ha superato anche quella del 2003. Ventitré anni fa, però, si poteva parlare di un caso isolato, mentre l’estate del 2026 arriva dopo quelle molto calde del 2022 e 2024. Non si tratta più di un singolo evento fuori scala, ma di un trend ormai consolidato.
Nonostante sia arrivato settembre, è ancora molto caldo. Si intravedono segnali di refrigerio?
Oltre ad essere un’estate estremamente calda è anche molto lunga. La prima ondata di calore è arrivata nella terza decade di maggio e l’ultima la stiamo vivendo in questi giorni. Si intravede però un cedimento dell’anticiclone dal 10 settembre, con un calo delle temperature che dovrebbero quindi riportarsi nelle medie del periodo.
Resta la sensazione che le ondate di calore, anche in Romagna, siano più frequenti e soprattutto più lunghe.
Assolutamente sì. Le ondate di calore sono più intense, più frequenti e durano molto di più. Faenza, tra luglio e agosto, ha superato per ben tre volte in pochi giorni il muro dei 40 gradi. Non era mai successo che questa soglia fosse superata così spesso. Inoltre le ondate di calore sono contraddistinte da alti tassi di umidità relativa e questo non fa che peggiorare il disagio bioclimatico che percepiamo.
C’è una relazione tra estati così estreme e cambiamento climatico?
L’estate è ormai una stagione completamente stravolta, rispetto a quella a cui eravamo abituati. La temperatura media estiva tra il 2021 e il 2026 ha toccato i 25,6 gradi, contro i 24° del periodo 1991-2020, con un incremento dunque pari a 1,6 gradi. Questo è dovuto, con assoluta certezza, al riscaldamento globale che porta le depressioni subtropicali ad invadere territori sempre più a nord. Per questo, l’estate 2026 è stata da record anche in Inghilterra, Francia e Germania.
Eppure c’è chi sostiene che in estate ha sempre fatto caldo e nega il cambiamento climatico in corso.
Certo che in estate ha sempre fatto caldo, ma i confronti con il passato non reggono più. Guardando indietro non si trovano estati simili a quella del 2026. Ci sono state estati calde, come quella del 1950, che però dopo le stagioni roventi degli ultimi anni è scivolata fuori dalla top ten. La temperatura del pianeta sta continuando a salire. Nel 2024, per la prima volta, abbiamo registrato un incremento di 1,5° rispetto all’era preindustriale e questo valore è stato nuovamente toccato quest’anno. Chi nega che il clima sia cambiato dice una solenne bugia e a confermarlo non sono solo i dati, ma anche la natura che ci circonda. In Romagna la vendemmia cominciava generalmente a fine settembre, quest’anno a fine agosto. È un preciso segnale di come il clima, anche nelle nostre zone, stia cambiando.
A preoccupare c’è anche la temperatura del mare, che ha toccato i 31 gradi al largo di Cesenatico. Che conseguenze implica?
È una spada di Damocle sopra le nostre teste, perché ci espone a rischi maggiori, in caso di precipitazioni abbondanti. Questo avviene perché il mare incamera calore e lo rilascia molto lentamente, in atmosfera, unitamente al vapore acqueo. In caso dunque di una perturbazione viene scaricata una maggior quantità di pioggia.
A due anni dall’ultima alluvione in Romagna, dobbiamo quindi preoccuparci?
In caso di perturbazione organizzata e stazionaria potrebbero verificarsi, con un mare così caldo, precipitazioni violente ed abbondanti e dunque va tenuta alta l’attenzione. Nel 2024 la temperatura del mare era di quattro gradi più alta rispetto alla media. Se fosse stata nella norma avremmo registrato un 30% di pioggia caduta in meno. D’altronde ciò che fa il cambiamento climatico è proprio amplificare dei fenomeni che si sarebbero verificati lo stesso.
Secondo i modelli invece, che inverno possiamo aspettarci?
Anche l’inverno è cambiato molto come stagione. Non si registrano anomalie termiche così forti come in estate, ma comunque in trent’anni le temperature medie sono salite di un grado. Secondo le proiezioni stagionali la probabilità che l’inverno sia più mite della norma è molto alta. D’altronde, l’ultima stagione invernale che ha visto temperature inferiori alla media è stato il 2012-2013, mentre tutti gli inverni che si sono poi susseguiti sono stati più caldi rispetto alla norma.
I record di quest’estate sono dunque destinati ad essere battuti?
Se la temperatura in Romagna continuasse ad aumentare, con questo trend, attorno al 2035-2040 l’estate che abbiamo appena vissuto sarebbe considerata normale. Questo vorrebbe dire oltrepassare un limite difficile da reggere, con conseguenze pesanti a livello sanitario, turistico e agricolo.
Dobbiamo quindi prepararci a fare i conti sempre più spesso anche con la siccità?
Temperature così alte e prolungate possono farci piombare in uno stato di siccità, in maniera repentina perché viene sottratta un’enorme quantità d’acqua al suolo ed è proprio quello che è successo quest’estate in Val Padana. Ciò che ci farà compagnia nei prossimi decenni, in particolare, sarà l’alternanza sempre più frequente e veloce tra lunghi periodi siccitosi e brevi periodi invece molto piovosi.
Non resta dunque che adattarci, come possiamo fare?
Ci sono tante pratiche da mettere in campo, che funzionano già in diversi paesi europei. Innanzitutto c’è il concetto di città oasi, ovvero un’area urbana sempre più verde. Gli alberi infatti aiutano molto, in caso di temperature elevate e recenti studi dimostrano che in aree prive di vegetazione la temperatura può essere più alta, anche di 5/6 gradi. Gli alberi inoltre sono utili anche in caso di eventi climatici estremi, consentendo all’acqua di penetrare nel suolo e alleggerendo così i sistemi fognari. Bisogna poi muoversi in direzione delle città spugna, adottando sistemi che permettano di raccogliere l’acqua, che può cadere in maniera eccessiva, per riutilizzarla poi nei periodi secchi. Questo comporta investire, in ogni abitazione, in sistemi di drenaggio, che impediscano all’acqua piovana di sovraccaricare la rete fognaria. Questo sistema è già attivo, con ottimi risultati nella prevenzione degli allagamenti urbani, in città come Parigi. Questi concetti sono particolarmente importanti in un territorio come il nostro che, dopo gli eventi del 2023 e 2024, è ancora vulnerabile e va riadattato a questo nuovo scenario climatico.
Quali interventi sarebbero necessari per la messa in sicurezza della Romagna?
Innanzitutto bisogna lasciare da parte i facili slogan. La messa in sicurezza totale del territorio non può esistere, soprattutto in virtù di una situazione ancora molto critica in Appennino, però è possibile ridurre i rischi al minimo.
Come?
Ridando spazio ai fiumi. Nel corso degli anni abbiamo consumato troppo suolo e canalizzato i nostri corsi d’acqua, per usare i terreni circostanti e nel 2023-2024 abbiamo pagato il conto di queste azioni. Ora è fondamentale concedere spazio ai fiumi e, allo stesso tempo, bisogna prevedere dei sistemi che trattengano l’acqua a monte perché i corsi d’acqua romagnoli, per conformazione del territorio, scorrono molto lentamente in pianura. Negare che il clima sia cambiato fa solo perdere tempo prezioso, ma allo stesso tempo non possiamo semplicemente prendere atto che lo scenario sia mutato, senza intervenire. Istituzioni ed esperti devono dunque unire le forze, sfruttando anche la tecnologia disponibile, per adattare il territorio e ridurre al minimo il rischio che corre la popolazione.
Samuele Bondi














