Rilanciare il centro storico, animarlo con eventi e valorizzarne il commercio è da sempre uno degli obiettivi dichiarati di Faenza. Ma cosa succede quando la vivacità della piazza rischia di urtare con la vita quotidiana di chi quei vicoli e quelle piazze li abita ogni giorno? Pubblichiamo qui di seguito la riflessione accorata che un gruppo di famiglie residenti nel cuore della città ha deciso di indirizzare al nostro giornale e alla cittadinanza. Non si tratta — come precisano gli stessi firmatari — di una crociata contro la musica, la socialità o i rioni, ma di una richiesta garbata e profonda di equilibrio: tra il diritto al riposo e la voglia di far festa, tra la bellezza architettonica dei nostri monumenti e l’invasività di dehors ed eventi, tra uno spazio da vivere e uno spazio da “consumare”. Un intervento che pone interrogativi non banali sul futuro urbanistico e umano del nostro centro storico, offrendo spunti di dibattito che meritano un’attenzione sincera e non pregiudiziale da parte di tutta la comunità faentina.
La lettera
Siamo un gruppo di residenti del centro storico di Faenza che nutrono una sensazione che negli ultimi anni si è fatta sempre più forte: chi ha scelto di vivere qui sembra essere diventato l’ultimo soggetto da tutelare. Si parla molto di rilancio del centro, di attrattività, di eventi, di socialità, di iniziative per “far vivere la città”. Tutto giusto. Ma c’è una domanda che secondo noi viene posta troppo poco: un centro storico può davvero dirsi vivo se diventa sempre meno vivibile per chi ci abita? Vivere in centro significa ormai convivere con un calendario molto fitto di manifestazioni, musica, occupazioni di spazi pubblici, prove e allenamenti dei Rioni, serate organizzate e iniziative di vario genere.
Il problema non sono gli eventi in sé. Credo che nessuno voglia un centro vuoto o senza iniziative. Il problema nasce quando tutto si somma e quando sembra mancare una valutazione complessiva dell’impatto che queste attività hanno sulla vita quotidiana dei residenti e sull’uso degli spazi. Una città non è più viva solo perché è più piena. E riempire una piazza non significa necessariamente valorizzarla. Chi vive nelle piazze e nelle vie centrali non è un ostacolo. Ci sono famiglie, bambini, anziani, persone che lavorano e che, come tutti, hanno diritto al riposo e a una normale qualità della vita. Eppure troppo spesso chi abita in centro ha la sensazione di essere lasciato solo. Quando si segnalano rumori eccessivi o altre situazioni problematiche, iniziano i rimpalli di competenze. Quando si chiede quali autorizzazioni siano state concesse o quali controlli vengano effettuati, avere risposte chiare non è sempre semplice. E quando si chiede semplicemente il rispetto delle regole, si rischia di passare per quelli “contro gli eventi” o “contro il centro vivo”.
Ma non è questo il punto. Chiedere regole non significa chiedere il silenzio assoluto. Chiedere controlli non significa essere contro i locali. Chiedere di poter dormire di notte non significa voler trasformare le nostre piazze in un dormitorio. Significa chiedere equilibrio. Proviamo allora, per un momento, a lasciare i panni del residente e a guardare la piazza con gli occhi di chi arriva a Faenza per la prima volta. Si trova davanti i portici, la Torre dell’Orologio, il Duomo, la Fontana Monumentale, Palazzo del Podestà. Prende il telefono per fare una foto e dentro quella foto, quasi inevitabilmente, finiscono anche tavolini, sedie, ombrelloni, strutture e persone sedute a mangiare o bere. Cambia inquadratura e il risultato cambia poco. Beninteso: non c’è nulla di sbagliato nel prendere un caffè in piazza o nel sedersi a mangiare una brioche. La domanda è un’altra: davvero vogliamo che questo diventi uno degli elementi dominanti di una delle piazze più belle dell’Emilia-Romagna? È questa l’idea di valorizzazione che abbiamo? Un dehors può rendere una piazza più piacevole. Quando però i dehors diventano troppo presenti, rischiano anche di nasconderla.
Forse dovremmo riscoprire anche il valore dello spazio libero. Una piazza ha bisogno di essere attraversata, guardata, fotografata. Ha bisogno di prospettive libere. Non tutto ciò che è vuoto è necessariamente uno spazio da riempire. Anche il vuoto fa parte della piazza. Serve a vedere un edificio per intero, a lasciare spazio a chi passeggia, a un bambino che attraversa, a un turista che si ferma, a chi semplicemente vuole stare in quel luogo senza dover consumare qualcosa. Se vogliamo davvero contrastare lo spopolamento del centro, poi, dovremmo anche chiederci quale famiglia possa essere invogliata a trasferirvisi se chi già ci vive si sente sempre meno tutelato. Non servono soluzioni complicate. Servono programmazione, attenzione all’effetto cumulativo degli eventi, orari ragionevoli, controlli, chiarezza sulle deroghe e maggiore tutela degli spazi pedonali e delle visuali della piazza. E forse serve anche accettare un principio molto semplice: non tutto ciò che può essere autorizzato deve per forza esserlo, e non ogni spazio libero deve necessariamente essere occupato. Il centro storico deve essere vivo. Ma deve anche restare un posto in cui si può vivere. Perché altrimenti rischiamo di ritrovarci con molti eventi, molti tavolini e molte persone di passaggio. E con sempre meno persone disposte a chiamare il centro storico casa.
Alcune famiglie del centro storico di Faenza














