Martedì 2 giugno 2026

Dalla memoria alla promessa: il futuro della Repubblica secondo Zuppi

“Ottant’anni di Repubblica ci chiedono uno sguardo doppio: la gratitudine per il cammino compiuto e l’attenzione alle ferite che ancora attraversano il Paese”. Lo ha ricordato il cardinale Matteo Zuppi, parlando di povertà crescente, denatalità, sfiducia, disuguaglianze, violenza verbale, indifferenza. Ferite che non possiamo ignorare, perché raccontano ciò che rischiamo di perdere. Zuppi ha scritto che l’80º anniversarionon può essere solo memoria: deve diventare promessa”. Una promessa che riguarda tutti: custodire ciò che abbiamo ricevuto, rinvigorirlo, mantenerlo vivo. Non per nostalgia, ma per responsabilità verso chi verrà dopo di noi. La Repubblica è nata per unire, non per lasciare indietro. E ogni volta che scegliamo di essere comunità, contro la rassegnazione, contro l’isolamento, contro la tentazione di chiudersi nel proprio destino individuale, quella promessa torna a respirare.

La culla vuota dell’Appennino: la denatalità nei numeri di Tredozio e Marradi

Tanto per essere concreti e citare un esempio a proposito di denatalità: in comune di Tredozio, nel nostro territorio appenninico, per questo 2026 è prevista una sola nascita, un solo bambino; a Marradi 8, di cui uno a Lutirano. E questi sono dati importanti, da confrontare quando si parla di segnali di speranza, contro la disperanza: quella tendenza al cedimento, alla resa, a rifuggire nel privato che ci attanaglia.

IMMAGINE

La pedagogia della Memoria a Tredozio: il patto intergenerazionale tra il sacrificio dei Sikh e il futuro come promessa

A Lutirano, martedì 2 giugno si è celebrato l’ottantesimo anniversario della Repubblica, commemorando come ogni anno i caduti Sikh, inquadrati nell’8ªArmata britannica e impiegati in prima linea, nella Battaglia di Monte Cavallara di Marradi, sulla Linea Gotica. Un motivo per riflettere sui temi di stringente attualità, che il presidente della CEI ha ricordato. Ed è stata anche l’occasione per presentare la riedizione dell’opera dell’avvocato tredoziese Luigi Cesare BonfanteLa guerra nelle mie valli“, a vent’anni dalla prima. Le sue valli sono quelle dell’alto appennino faentino e forlivese dove hanno combattuto anche i Sikh. Che cosa saremmo senza quell’esperienza? Come la mettiamo con la libertà? Queste sono le domande che deve essersi poste Bonfante nella sua pluridecennale ricerca storica, iniziata nell’immediato dopoguerra, che nel 2006 lo portò a pubblicare la sua enciclopedica opera, ora nuovamente disponibile in 4 volumi. Queste domande si sono evidentemente capovolte, e soprattutto i più giovani a Tredozio, che non hanno partecipato alla Liberazione e ne conservano una memoria soltanto indiretta, le hanno nuovamente sentite rivolte a sé stessi: hanno reso viva ed attuale la Memoria nel rapporto intergenerazionale. Sì, perché quest’anno, la nuova edizione è stata pubblicata a cura di un giovane ricercatore, a 3 anni dalla morte dell’autore. È questo un segnale di speranza, perché apparteniamo ad una generazione che ha visto il passaggio dalla società dell’appartenenza a quella dell’affermazione individuale: ciò ha portato libertà importanti, ma anche conseguenze problematiche: il narcisismo è infatti l’aria che respiriamo. E viviamo in un’epoca che tende a sterilizzare ogni attrito. Coltivare la Memoria della Liberazione vuol dire allenarsi alle contrarietà della vita, perché la guerra ha rappresentato la dimensione estrema della contrarietà. E stare dentro le tensioni, senza rifuggirle, aiuta i giovani e gli adolescenti, che tendono per natura ad essere dissonanti e oppositivi, a relazionarsi. La pedagogia della Memoria è una scienza pratica, non teorica: deve continuamente reinventare strumenti e linguaggi per rispondere ai bisogni delle persone, e le società più fragili sono quelle meno attrezzate nella gestione dei conflitti, nelle relazioni in genere. Educare alla Memoria non è qualcosa di spontaneo, naturale, automatico. Non è così: richiede organizzazione, decisioni, rituali, capacità procedurale. Coniugata dai giovani la Memoria diviene promessa ed essi non la trattano con leggerezza: è una parola che ha un peso. La legano all’attesa e al futuro, e così ci dicono che ha a che fare con il loro rapporto con il tempo. Il futuro non è solo ciò che arriva comunque, inesorabile, inevitabile: è un orizzonte che si costruisce anche attraverso le parole. Promettere significa mettere in relazione nel tempo ciò che è successo ieri con ciò che viene detto oggi e creare un legame con ciò che accadrà domani. In questo senso emerge una fiducia e una consapevolezza del potere e del valore della parola, della narrazione, che noi adulti abbiamo reso incerto, svilito. Tra il dire e il compiersi si apre uno spazio fatto di attesa, fatto di fedeltà che non viene meno. Alla promessa si associa la speranza: oltre ad essere un impegno, la promessa è un desiderio, un grande investimento affettivo, che rende questa parola viva. La promessa richiede una risposta, può essere delusa e tradita: può non reggere nel tempo, se non è idealizzata. Lungi dall’essere un atto solitario che si esaurisce in chi la formula, coinvolge sempre l’altro, lo chiama in causa. È dunque chiara la visione relazionale che lega promessa e Memoria: promettere significa impegnarsi con l’altro, attivare un legame di reciproco impegno, non è una dichiarazione unilaterale. È un passo a due, un atto transitivo non ingenuo che sancisce un patto tra chi si impegna su un punto e chi risponde accordando la sua fiducia. Questo si è cercato di fare a Tredozio con i giovani, valorizzando l’opera di Bonfante.

Sgomberare le macerie della storia: l’elaborazione della Memoria come infrastruttura morale del presente

La storia ci parla attraverso le macerie lasciate dalle guerre. Le guerre non risolvono, lasciano ferite infette, questioni irrisolte, ne aprono di nuove, disorientano, così come è stato nel ‘900, dopo la 1ª Guerra mondiale e dopo la 2ª. La Memoria non anestetizza, orienta, edifica, cura le ferite della Storia. L’assenza di Memoria anestetizza invece la storia e ne rende purulente le ferite. È l’elaborazione della Memoria a sgomberare le macerie, a ricostruire, a edificare un edificio immateriale foriero di novità, prima ancora di quello materiale. L’elaborazione della Memoria è un processo che sa vedere il nuovo nel vecchio, la dinamica nella immobilità, oltre la cronica ripetizione degli errori e degli orrori della storia. Crea strade, ponti, piazze, passaggi, una rete viaria e di infrastrutture per umanizzare il territorio della mente: quel territorio morale dove si è combattuto di casa in casa. Bisogna snidare il passato per liberare il presente.

WhatsApp Image 2026 06 08 at 10.48.08

Costruire ponti di pace: il dialogo interreligioso tra la svolta della Nostra Aetate e l’impegno locale della Chiesa

Quest’anno, oltre alla presenza di don Mirko Santandrea, parroco di Marradi e delegato diocesano di Faenza – Modigliana, per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso, la commemorazione si è arricchita della partecipazione di Marco Coltellacci, delegato della Conferenza episcopale emiliano – romagnola. Il dialogo interreligioso per la Chiesa cattolica è l’impegno a costruire ponti di rispetto, comprensione e collaborazione con i fedeli di altre fedi, senza rinunciare alla propria identità. È promosso dal Dicastero per il Dialogo Interreligioso della Santa Sede attraverso l’ascolto reciproco e l’azione per la pace. I pilastri fondamentali di questo approccio includono: Il documento Nostra Aetate, del Concilio Vaticano II, che oltre 60 anni fa ha ridefinito il rapporto della Chiesa, in primis con l’Ebraismo e poi con le altre religioni mondiali, segnando una svolta storica. Il “dialogo della vita“: la condivisione della quotidianità e dell’impegno sociale (giustizia, salvaguardia del creato) per il bene comune. La collaborazione locale: l’attività degli uffici diocesani e nazionali, come l’Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso (UNEDI) della CEI, che promuove iniziative territoriali e la “via italiana” al dialogo.

La “Via italiana del dialogo” oltre le teorie: il Patto Ecumenico di Bari e il protagonismo dei giovani nei territori

La “Via italiana del dialogo” è un importante processo culturale, ecclesiale e interreligioso nato in Italia per promuovere la pace, la coesione sociale e l’unità. Sostenuto dalla Conferenza Episcopale Italiana, l’approccio traduce i principi di ecumenismo in azioni concrete sui territori. I punti salienti dell’iniziativa includono, mediante il Patto Ecumenico di Bari, siglato nello scorso gennaio, un documento per lavorare insieme su giustizia, pace e difesa del creato. Oltre ai leader religiosi, il progetto punta fortemente sul coinvolgimento attivo delle giovani generazioni, per favorire il confronto e la convivenza civile. Si tende al radicamento locale: l’obiettivo è trasformare le teorie sul dialogo in un’esperienza quotidiana per le comunità locali, offrendo un contributo etico e sociale al paese.La “Via italiana del dialogo” è un importante processo culturale, ecclesiale e interreligioso nato in Italia per promuovere la pace, la coesione sociale e l’unità. Sostenuto dalla Conferenza Episcopale Italiana, l’approccio traduce i principi di ecumenismo in azioni concrete sui territori. I punti salienti dell’iniziativa includono, mediante il Patto Ecumenico di Bari, siglato nello scorso gennaio, un documento per lavorare insieme su giustizia, pace e difesa del creato. Oltre ai leader religiosi, il progetto punta fortemente sul coinvolgimento attivo delle giovani generazioni, per favorire il confronto e la convivenza civile. Si tende al radicamento locale: l’obiettivo è trasformare le teorie sul dialogo in un’esperienza quotidiana per le comunità locali, offrendo un contributo etico e sociale al paese.

Memoria e integrazione a Monte Cavallara: l’omaggio ai caduti Sikh tra istituzioni, comunità e la convivialità del pranzo rituale

La manifestazione ha visto la commemorazione dei caduti sul Monte Cavallara, al monumento che li ricorda, con la partecipazione delle rappresentanze delle Associazioni d’Arma, dell’ANPI, delle autorità civili e militari, tra cui il generale Antonio Bettelli; la preghiera della Comunità Sikh e la deposizione di una Corona d’alloro alla Memoria, da parte del sindaco Tommaso Triberti, al suono struggente ed evocativo della cornamusa. Ha fatto seguito la conferenza presso il parco retrostante la parrocchia di Lutirano, cui hanno partecipato anche gli escursionisti del CAI di Faenza. Conferenza caratterizzata da vari saluti ed interventi, tra cui quello di Satnam Singh, rappresentante della comunità Sikh di Novellara e quello di Fabio Gurioli, presidente della Associazione Volontari Valle Acerreta, sodalizio che dall’atto della sua costituzione è lo spazio sociale di chiunque abbia a cuore la cura ambientale e l’animazione culturale del territorio, secondo il Principio di Sussidiarietà. A prendere la parola anche Alessandro Liverani, capo scout e dottore in Scienze forestali; l’insegnante di religione cattolica presso la Scuola secondaria di primo grado di Marradi, Rita Silimbani, il vicesindaco Andrea Badiali, e il presidente del CAI di Faenza Giancarlo Buccioli. La giornata è proseguita anche nel ricordo intenso e commosso di Romano Rossi, ideatore e promotore di questa commemorazione – nel terzo anniversario della morte – e si è conclusa con l’universale linguaggio della tavola: l’atteso e tanto gradito pranzo rituale offerto dalla Comunità Sikh di Novellara a tutti i partecipanti, come ogni anno, a base di assaggi di piatti tipici. In un contesto conviviale e interculturale che costituisce il più genuino ed inclusivo epilogo di una giornata trascorsa all’insegna del rapporto tra Memoria e spiritualità, identità e integrazione.

Verso il 2 giugno 2027: issare il vessillo della Memoria per liberare il presente

Ci siamo dati appuntamento al prossimo 2 giugno 2027, confidando che alla molteplicità dei mezzi a nostra disposizione, non corrisponda la rarefazione dei fini: sperando cioè di mettere a frutto ciò che questa piccola ma intensa commemorazione ci offre. Non affanniamoci: issiamo sul terreno morale della Memoria, il vessillo della Repubblica, perché un gesto d’amore vale più di mille azioni e libera il presente. Viva la Repubblica!

Gianluca Massari