Non è solo una questione di numeri, ma di volti che incrociamo ogni giorno uscendo dal portone di casa. La presentazione del Rapporto “Povertà e Risorse” della Caritas diocesana di Faenza-Modigliana, avvenuta lo scorso 28 maggio, ha delineato un quadro sociale complesso che va ben oltre l’assistenzialismo, toccando le corde della giustizia e della dignità umana.

La “Teologia della Prosperità” e la trappola del lavoro povero

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L’Amministratore apostolico monsignor Mario Toso ha aperto i lavori con una riflessione sulla “teologia della prosperità”, una logica di stampo nordamericano che tende a colpevolizzare il povero per la sua condizione, quasi fosse un demerito personale. In un’epoca segnata da quella che il presule definisce la “terza guerra mondiale a pezzi”, le ripercussioni economiche colpiscono duramente i più fragili, spingendo anche chi ha un’occupazione verso l’esclusione. A essa si contrappone la “teologia della povertà” espressa anche da papa Leone nell’esortazione apostolica Dilexi Te.

Il dato più allarmante emerso dalla relazione di Maria Chiara Lama, referente dell’Osservatorio Caritas, riguarda proprio i cosiddetti “working poor”: persone che, pur avendo un impiego, non riescono a raggiungere un livello di vita dignitoso. In Italia, ha ricordato Lama citando dati Ocse, la variazione dei redditi negli ultimi 30 anni è stata del -3,4%, a fronte di una media positiva del 30% in altri paesi. Al Centro di Ascolto diocesano, il 33% degli “ospiti” (termine preferito a quello di “assistiti”) lavora, ma l’entrata non è sufficiente a coprire il bilancio familiare.

Oltre la soglia: la “povertà cumulata” e la “trappola dei due redditi”

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Il rapporto evidenzia come la povertà a Faenza non sia più un evento transitorio per molti: il 38% delle persone frequenta la Caritas da almeno 5 anni. Si parla ormai di “povertà cumulata”, dove l’impatto di più fragilità — uno sfratto, una disabilità in famiglia, un lutto o una bolletta stratosferica — diventa insostenibile, superiore alla mera somma dei singoli problemi. Emerge inoltre la cosiddetta “trappola dei due redditi”: famiglie in cui entrambi i genitori lavorano, ma dove i costi vivi (auto per il lavoro, babysitter per i figli) annullano di fatto il guadagno del secondo stipendio, portando paradossalmente alla decisione di abbandonare l’impiego per gestire le necessità domestiche.

La casa: un’emergenza quotidiana

Il vescovo ha riportato l’attenzione sulla fame di alloggi. Proprio la mattina della presentazione sono stati inaugurati tre appartamenti ristrutturati in zona San Domenico: due per l’accoglienza gratuita di persone in difficoltà e uno a reddito per sostenere i costi di gestione. «C’è parecchia gente che sta cercando casa», ha sottolineato monsignor Toso, ricordando che la Caritas è, nei fatti, un’istituzione di pace che opera dove la pace sociale sembra impossibile.

Le “Sentinelle” del territorio: la Caritas parrocchiale

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Se il Centro di Ascolto diocesano ha incontrato 619 persone, le Caritas parrocchiali ne hanno intercettate ben 1.073, per un totale di quasi 1.700 persone supportate in tutta la diocesi. Qui il volto della povertà è più stanziale e spesso italiano (42%). I volontari parrocchiali sono stati definiti “sentinelle” capaci di una “prossimità di pianerottolo”: conoscono il vicino che ha perso il lavoro, la famiglia isolata o la madre che deve restare a casa per accudire un figlio con disabilità.

Segnali di speranza: la Tenda e l’Ambulatorio

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Non mancano i servizi concreti della Caritas che parlano di una comunità viva e reattiva, capace di mettere in campo risorse umane e pedagogiche di valore:

  • La Tenda: situato in via Manzoni a San Domenico non è solo un posto caldo per i mesi invernali, ma uno spazio di incontro pomeridiano che quest’anno ha visto un progetto mirato per i giovani con numerosi laboratori, diventando per molti una vera “seconda famiglia”.
  • Unità di strada (Prossimità notturna): una squadra di 9 volontari, in gran parte giovani, che due volte al mese esce per incontrare chi vive ai margini; nel 2025 hanno stabilito un contatto con 11 persone che difficilmente avrebbero avuto il coraggio di bussare alle porte della Caritas.
  • L’Ambulatorio per senza dimora: un presidio di dignità e salute che opera ininterrottamente da 29 anni, offrendo non solo farmaci e visite a chi non è in regola o non ha un medico, ma anche rassicurazione e orientamento.
  • La Scuola di Italiano: un pilastro per l’integrazione che quest’anno ha seguito 63 studenti, avvalendosi di un team multidisciplinare (scout, tirocinanti, giovani in servizio civile) e offrendo un servizio di babysitter per permettere alle madri di studiare senza preoccupazioni.
  • Il capitale umano: dietro questi servizi batte il cuore di circa 130 volontari “classici”, a cui si aggiungono scout, studenti delle superiori e persone impegnate in lavori di pubblica utilità.

In conclusione, il Rapporto 2025 non è solo un’analisi sociologica, ma un richiamo teologico e civile. Come ricordato dal vescovo, l’incontro con il povero è il test di autenticità della fede: «La Chiesa, affrontando il problema dei poveri, non si pone nell’orizzonte della beneficenza, ma della rivelazione». Faenza è chiamata a guardare oltre il proprio “giardino”, riscoprendo nel vicino in difficoltà un pezzo della propria umanità.