Il torneo Ittf World Para Elite Nakhon Ratchasima 2026, disputato in Thailandia dal 18 al 22 luglio, era uno degli appuntamenti più importanti dell’anno per il tennistavolo paralimpico: una prova di qualificazione fondamentale in vista dei Mondiali di Pattaya, in programma a novembre. L’Italia è tornata a casa con risultati di grande prestigio: argento nel singolo classe 3 di Carlotta Ragazzini e oro nel doppio femminile classe 5 grazie alla coppia Carlotta Ragazzini – Giada Rossi. Abbiamo intervistato Carlotta Ragazzini, classe 2001, faentina, che nonostante la giovane età vanta già un palmarès di assoluto livello.
Intervista a Carlotta Ragazzini

Carlotta, arrivi da un argento nel singolo e un oro nel doppio. Che torneo è stato per te?
Un periodo intenso. Venivamo da una breve fase di allenamento in cui avevo lavorato su alcune cose che non avevano funzionato nell’ultimo torneo. Arrivavo da testa di serie numero due del mondo e sapevo che ci sarebbe stata la coreana Seo Su Yeon, che poi ha vinto l’oro. Un’atleta molto forte con cui non ho mai vinto. L’obiettivo era arrivare in finale contro di lei, ma non è mai facile perché il livello è altissimo e le partite sono tutte equilibrate. Eravamo in quattro nel girone e, nonostante abbia perso una partita, sono arrivata prima perché una delle avversarie che ho battuto ha poi sconfitto quella con cui avevo perso. La differenza la fanno i piccoli particolari. Sono contenta di aver centrato l’obiettivo della finale nel singolo.
Nel doppio con Giada Rossi è arrivato un oro pesantissimo. Come sta crescendo la vostra coppia?
Prima delle Paralimpiadi di Parigi Giada giocava sempre con un’altra nostra compagna di nazionale, con cui avevano vinto i Mondiali a squadre. Dopo Tokyo hanno cambiato il format del doppio e, dopo Parigi, il direttore tecnico ha deciso che fossi io a giocare con Giada, anche perché l’altra nostra compagna ha ormai cinquant’anni e, in prospettiva, il nostro doppio è più a lungo termine. Ci conosciamo ormai da dieci anni, ci alleniamo insieme tutti i giorni, ma giocare insieme in doppio è un’altra storia. Siamo molto contente del risultato, non solo perché le cose su cui abbiamo lavorato sono migliorate, ma anche perché in finale abbiamo battuto una coppia coreana. Era dal 2016 che l’Italia non riusciva a battere il doppio coreano in gara: non era affatto scontato e siamo soddisfatte.
Ora lo sguardo va già ai Mondiali di novembre? Che cosa cambia nella preparazione?
A settembre ci saranno altre gare importanti, anche perché i Mondiali saranno a eliminazione diretta. Tutti vogliono rientrare nelle prime quattro teste di serie per evitare subito gli atleti più forti. Adesso sono quarta nella classifica mondiale, ma per mantenere la posizione bisogna fare tornei e punti: se stai a casa, i punti li fanno gli altri e tu no. Abbiamo due appuntamenti pre-Mondiali con l’obiettivo di restare nelle prime quattro e arrivare a Pattaya da testa di serie.
Dal punto di vista tecnico e mentale, quali sono gli aspetti più decisivi nel vostro sport?
La tecnica è fondamentale: se non sai giocare, non vinci. È uno sport in cui devi allenarti tantissimo, perché le stesse cose le devi fare e rifare un milione di volte. In partita non hai tempo di pensare durante lo scambio, devi impostare tutto tra un punto e l’altro. Poi è uno sport di confronto: puoi giocare la partita migliore della tua vita, ma se chi hai dall’altra parte gioca meglio, perdi comunque. La tecnica aiuta anche la testa: avere consapevolezza di ciò che sai fare ti aiuta a metterlo in pratica. E la concentrazione è tutto: il primo che «se ne va di testa» è quasi sempre quello che perde.
La nazionale vive e si allena a Lignano Sabbiadoro. Quanto conta il gruppo?
Abbiamo la sede federale a Lignano Sabbiadoro, è la nostra base. Io, Giada e altri due ragazzi viviamo lì a tempo pieno. Gli altri vengono quando possono, tra lavoro e famiglia. Passiamo tantissimo tempo insieme, da anni, quindi anche quando andiamo alle gare non è una novità stare via così tanto tempo insieme. Altri sportivi mi raccontano che per loro la convivenza è difficile perché si vedono solo ai raduni. Noi invece siamo una famiglia: non ti scegli i familiari, ognuno ha pregi e difetti, ma ci conosciamo bene e questo aiuta tantissimo anche nei tornei.
Quando hai iniziato, immaginavi di arrivare a questo livello?
Assolutamente no. Ho iniziato quando ero ricoverata in ospedale, in un momento della vita in cui lo sport è l’ultima cosa che cerchi. Non avevo mai fatto sport agonistico, quindi non era qualcosa che mi mancasse. All’inizio ero scettica anche dopo essere uscita dall’ospedale. Mi piace giocare e dico sempre che, se non mi piacesse allenarmi e fare tornei, non lo farei: ci alleniamo sei ore al giorno, tutti i giorni. Pian piano ho capito che poteva essere la strada giusta. Partecipare alle Paralimpiadi era un sogno, poi è diventato un obiettivo e l’ho raggiunto. Vincere una medaglia ancora di più. Per il futuro, a lungo termine, c’è Los Angeles 2028. A breve termine ci sono i Mondiali, ma non dico niente, per scaramanzia. Nessuno va ai Mondiali solo per partecipare.
Il torneo thailandese ha confermato la crescita di Carlotta Ragazzini e del movimento paralimpico italiano. L’oro nel doppio e l’argento nel singolo sono segnali importanti in vista dei Mondiali di novembre. Ora non resta che augurarle un grande in bocca al lupo.














