La consacrazione episcopale di Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Michele Morandi, nuovo Vescovo di Faenza-Modigliana, celebrata il 12 luglio 2026, rappresenta un momento di particolare rilievo nella storia della Chiesa faentina. Ogni nuovo vescovo si inserisce infatti nella successione dei pastori che, nel corso dei secoli, hanno custodito la fede, annunciato il Vangelo e guidato il popolo di Dio, rinnovando la missione apostolica nella continuità della tradizione ecclesiale.

Questo contributo nasce quale omaggio personale all’inizio del nuovo ministero episcopale. Non intende proporre confronti tra Mons. Michele Morandi e i suoi predecessori, né offrire una rilettura celebrativa della figura di Federico Manfredi, ma presentare, in traduzione italiana e con una breve introduzione storica, l’Epistola ad Galeottum, documento pressoché sconosciuto, ma di notevole interesse per la storia religiosa, culturale e politica della Faenza del secondo Quattrocento.

Federico Manfredi e l’Umanesimo ecclesiastico faentino

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Particolare della miniatura con il «leopardo bendato», emblema di Federico Manfredi, nel manoscritto Urbinate Latino 547, Biblioteca Apostolica Vaticana.

Federico Manfredi (Faenza, ca. 1441 – Rimini, 1484), vescovo di Faenza dal 1471 al 1478, appartenne alla dinastia che governò la città per oltre un secolo. Figura rappresentativa dell’Umanesimo ecclesiastico romagnolo, seppe coniugare ministero pastorale, cultura umanistica e responsabilità istituzionale. Al suo nome è legato anche l’avvio della costruzione dell’attuale Cattedrale di San Pietro Apostolo: il 26 maggio 1474 pose la prima pietra del nuovo edificio, affidandone il progetto a Giuliano da Maiano, contribuendo alla nascita di uno dei più significativi monumenti del Rinascimento romagnolo.

L’Epistola ad Galeottum acquista particolare valore se letta nel contesto delle vicende della famiglia Manfredi. Rivolta al fratello Galeotto, destinato ad assumere la Signoria di Faenza, essa sembra appartenere alla fase conclusiva della crisi dinastica, quando Federico, dopo avere sostenuto una diversa soluzione successoria, abbandona il linguaggio della contrapposizione per recuperare quello della fraternità. L’invio del De sacerdotio Christi, accompagnato da una lettera ricca di richiami spirituali, assume così il significato di un gesto di riconciliazione personale e insieme di un’esortazione politica, indicando nel sacerdozio di Cristo il paradigma di ogni autentico esercizio dell’autorità.

Tramandata dall’edizione incunabola impressa a Bologna da Ugo Ruggeri nel 1496, l’epistola costituisce la dedicatoria del De sacerdotio Christi e rappresenta una significativa testimonianza dell’epistolografia umanistica, nella quale riflessione teologica, formazione del principe e coscienza del ministero episcopale si fondono in una sintesi di notevole interesse.

Le moderne acquisizioni della critica filologica hanno profondamente rivisto la tradizionale attribuzione del De sacerdotio Christi ad Ambrogio Traversari. L’opera deriva infatti dalla tradizione bizantina trasmessa dal Lessico Suda e la sua versione latina risulta anteriore all’attività del grande umanista camaldolese. Ciò non ridimensiona il ruolo esercitato da Traversari nella diffusione della cultura greca né l’influenza che il suo prestigio ebbe sulla fortuna del testo negli ambienti umanistici del Quattrocento.

In tale contesto si colloca, ad esempio, anche l’interesse che qualche anno prima esercitò Federico da Montefeltro per alcuni codici conservati a Faenza e tradizionalmente associati al nome del Traversari. Federico Manfredi accolse favorevolmente la richiesta del duca inviandogli un elegante manoscritto miniato, oggi identificato con l’Urbinate Latino 547 (1) della Biblioteca Apostolica Vaticana, nel quale figurano il De sacerdotio Christi e un’Epistola di dedica al signore urbinate. Il codice, impreziosito da miniature di scuola ferrarese e dalle imprese araldiche del vescovo, tra cui il celebre “leopardo bendato” accompagnato dal motto Sic oportet, costituisce uno dei più raffinati esempi della produzione libraria umanistica promossa dalla corte manfrediana.

L’Epistola ad Galeottum tra spiritualità e governo

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Particolare dell’Epistola ad Galeottum nell’incunabolo del De sacerdotio Christi, Bologna, Ugo Ruggeri, 1496.

Ma la circolazione del trattato negli ambienti eruditi dell’epoca fu un fatto notorio. Federico ricorda infatti di avere promesso il volume anche al fratello Galeotto e si scusa per il ritardo nella restituzione, circostanza che lascia intravedere una rete di prestiti e di copie manoscritte destinata probabilmente a favorire la successiva edizione a stampa del 1496 (2). 

Riproporre oggi questo documento significa restituire alla Chiesa e alla città di Faenza una fonte di straordinario valore storico, nella quale spiritualità, cultura umanistica, diplomazia libraria e memoria ecclesiale convergono in un’unica testimonianza. È in questa continuità di storia, di libri e di successione apostolica che trova il proprio significato l’omaggio rivolto a Mons. Michele Morandi all’inizio del suo ministero episcopale. 

L’annuncio del De sacerdotio Christi non costituisce un semplice gesto di cortesia familiare né la mera trasmissione di un’opera di carattere teologico. Attraverso il dono del trattato, Federico Manfredi affida al fratello Galeotto un preciso programma spirituale e politico, indicando nel sacerdozio di Cristo il paradigma dell’autorità cristiana. L’epistola assume così il significato di una vera traditio morale, nella quale la riflessione teologica si traduce in un’esortazione al retto esercizio del governo.

La figura di Cristo, unico Sommo Sacerdote, diviene il criterio interpretativo dell’autorità: il potere trova la propria legittimazione non nella forza, nella dignità dinastica o nella preminenza sociale, ma nella capacità di perseguire il bene comune secondo il modello evangelico del servizio. In tale prospettiva, la lettera si inserisce nella tradizione medievale degli specula principum, proponendo al destinatario un itinerario educativo nel quale le virtù proprie dell’aristocrazia – il valore militare, la cultura e la nobiltà – ricevono il loro autentico compimento nella sapienza cristiana e nella conformazione a Cristo.

L’Epistola ad Galeottum acquista un significato ancora più rilevante se rapportata alle vicende della dinastia manfrediana. La tensione tra il linguaggio della fraternità e il difficile contesto politico nel quale il testo venne concepito conferisce all’esortazione spirituale un evidente valore storico, restituendo la complessa relazione tra legami familiari, esercizio del potere e responsabilità ecclesiale nella Faenza del secondo Quattrocento.

La riproposizione dell’epistola in occasione dell’inizio del ministero episcopale di Mons. Michele Morandi non intende pertanto suggerire parallelismi biografici tra pastori appartenenti a epoche diverse, ma valorizzare una significativa testimonianza della memoria ecclesiastica faentina. Il documento ricorda come ogni ministero episcopale si collochi all’interno di una tradizione secolare nella quale il governo della Chiesa trova il proprio fondamento non nell’esercizio dell’autorità in sé, bensì nella fedeltà al modello di Cristo sacerdote, principio ispiratore della missione pastorale in ogni tempo.

Il testo tradotto

Qui ha inizio il più sicuro itinerario di conoscenza del sacerdozio del Signore nostro Gesù Cristo.

Prima di tutto comincia, sotto lieti auspici, l’epistola.

Federico Manfredi, Vescovo di Faenza per grazia di Dio e della Sede Apostolica.
Al suo illustre e diletto fratello, il signore Galeotto: salute e benedizione.

Non avrei dovuto attendere una tua lettera per inviarti quel breve trattato sul sacerdozio di Nostro Signore Gesù Cristo, che ti avevo promesso. Sebbene abbia ritardato l’invio, non me ne ero affatto dimenticato; tuttavia, le incessanti preoccupazioni del mio impegno pastorale, che mi assillano senza tregua, hanno rallentato l’esecuzione di un compito che avevo sempre presente. Dio, giudice e testimone del mio cuore, sa anche quanto io ti ami e quanto gioisca della tua buona sorte.

Chi mai — fosse anche un perfetto sconosciuto — non ammirerebbe e amerebbe intensamente quel tuo ingegno vivace e sicuramente splendente, così perfettamente incline a ogni forma di virtù? Per non parlare della tua perizia nella musica, nell’arte bellica e nelle belle arti, le parole non bastano a esprimere il piacere che provo nel vederti — da principe veramente devoto — dilettarti nello studio delle Sacre Scritture, le quali rendono eterni e immortali coloro che le seguono.

Sono profondamente commosso da tale dolcezza e dal profumo di siffatte virtù; il mio cuore si nutre e il mio stesso essere si imbeve di quel soave aroma, proprio come tu adorni la nostra famiglia con così nobili onori.

Affrettati dunque, ti scongiuro, verso il profumo di Colui al cui odore i morti tornano in vita. Sforzati, ti prego, di meditare solo sulle cose celesti ed eterne, affinché tu possa godere della bellezza più gradita della virtù. E che cos’è la virtù, se non ciò che l’Apostolo descrisse, definendo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio? Ma freniamo queste esortazioni, poiché — come dice il proverbio — un cavallo focoso corre avanti per il suo stesso impeto.

Sta’ bene nel Signore, caro fratello, e impegnati sempre ad aggiungere traguardi ancora più grandi ai tuoi nobili inizi. Possa tu ascendere di virtù in virtù senza sosta e meritare di essere annoverato tra i santi e fedelissimi prìncipi nei regni eterni e celesti.

Michele Orlando