C’è un rischio, nel modo in cui si sta raccontando la recente sentenza contro Meta: quello di ridurre tutto a uno schema semplice, quasi rassicurante. Da una parte le piattaforme, dall’altra i ragazzi vittime, in mezzo i genitori che denunciano. Ma, avverte Bruno Mastroianni, «le discussioni semplici sono quasi sempre ridotte». Il filosofo ed esperto di comunicazione digitale, in un post sul suo profilo facebook del 26 marzo, invita a non fermarsi a una lettura superficiale. «Se fosse davvero tutto così lineare – osserva – basterebbe una sentenza per sistemare tutto. E invece non basta. Non ha mai funzionato così».
Nel suo intervento, Mastroianni sposta il focus: non è decisivo stabilire se i social siano “il male” oppure no. «Quella è una questione morale che spesso nasconde la non volontà di guardare ai fatti». I social, piuttosto, sono ambienti progettati per catturare attenzione, e lo fanno efficacemente: «Creano dipendenza? Ma ovvio: il modello di business si basa sul tenerti attaccato». Ma il punto, sottolinea, è che non si tratta di un meccanismo unidirezionale. «Ci sfruttano loro e noi a nostra volta li sfruttiamo», per esprimerci, mostrarci, comunicare. Sono spazi che, di fatto, «abbiamo scelto collettivamente di abitare». E allora la domanda diventa più scomoda: chi sta facendo cultura dentro questi ambienti?
Per Mastroianni, attribuire tutta la responsabilità alle piattaforme è un’operazione che rischia di trasformarsi in alibi. «Dire “è colpa di Meta” è rassicurante, perché sposta il problema fuori da noi». Nel frattempo, però, gli adulti continuano a regalare smartphone senza criteri, a usarli come “babysitter” nei momenti quotidiani, e a vivere in prima persona quella dipendenza che poi criticano. Soprattutto, si tende a delegare alla tecnologia – o alla legge – un compito che resta profondamente umano: quello educativo. «Pretendiamo che un algoritmo faccia il lavoro culturale che non stiamo facendo noi», osserva.
La sentenza, dunque, è importante: «Segna un limite, dice alle piattaforme “così non va”». Ma se diventa un alibi, avverte, «siamo fregati». Perché la costruzione di una cultura digitale sana non può essere delegata: «È una responsabilità che resta umana, sociale, politica, educativa». Da qui anche alcuni spunti concreti, che il filosofo propone con tono diretto. Non dare uno smartphone “perché tutti ce l’hanno”, ma accompagnarne l’uso con un senso e una direzione. Non limitarsi a dire “stai meno al telefono”, ma chiedere: «che cosa ci fai lì dentro?». E, prima ancora, rivolgere la stessa domanda a sé stessi.
Fondamentale, poi, il ruolo dell’esempio: «Quello che si vede di te è sempre più convincente di quello che dici». E ancora: affiancare, non solo controllare; offrire alternative reali – e accattivanti – offline; ammettere anche le proprie difficoltà, perché «uno che fa un percorso si fa ascoltare più di chi è già arrivato». In fondo, la provocazione di Mastroianni è chiara: per essere credibili, bisogna partire da sé. «A fare i fenomeni cominciamo noi adulti», scrive, invitando a una maggiore coerenza tra ciò che si dice e ciò che si vive.
E lo sguardo si allarga anche alla dimensione civile: scegliere con consapevolezza chi propone politiche educative e culturali su questi temi, sostenere scuole e realtà associative impegnate, chiedere di più. Altrimenti, il rischio è quello di restare intrappolati in un circolo vizioso: denunciare i social e, allo stesso tempo, continuare a usarli senza consapevolezza. «Per tutto il resto – conclude – si può sempre dire “è colpa dei social” e poi continuare ansiosi a scrollare per vedere quanti commentano la sagace invettiva».














