C’è un silenzio assordante dietro la vendita della Società Acquedotto Valle del Lamone (Savl) al colosso Hera, operativa dal primo gennaio. È il silenzio della politica locale che, stretta tra la retorica del “bene comune” e la realtà dei bilanci, ha scelto la via più comoda: l’outsourcing della responsabilità. O, per usare un termine anglosassone caro agli analisti ma spesso indigesto nelle aule consiliari, la rinuncia all’accountability. La notizia è nota: i comuni di Marradi, Brisighella e parte di Faenza hanno ceduto la gestione operativa dell’acqua alla multiutility bolognese. Hera ha messo sul piatto un piano di investimenti e la promessa di modernizzare una rete che perde acqua e denaro. Ma se grattiamo via la vernice istituzionale dai comunicati stampa, emerge una contraddizione che spiega molto dell’Italia contemporanea.

L’ipocrisia del “pubblico senza portafoglio”

Per anni abbiamo assistito a barricate ideologiche e referendum per sancire che “l’acqua deve restare pubblica”. Eppure, l’operazione Savl dimostra che la proprietà formale conta poco se non c’è la capacità economica di sostenerla. Mantenere un acquedotto in zone montane costa. Costa riparare i tubi che si rompono col gelo, costa digitalizzare la rete, costa garantire la purezza della risorsa. Qui scatta il cortocircuito politico. Per mantenere l’acqua davvero “pubblica” e gestita in casa, i Comuni avrebbero dovuto fare l’unica cosa che un amministratore locale teme più della grandine: chiedere soldi ai cittadini. Avrebbero dovuto alzare le tariffe o le addizionali comunali per finanziare in proprio i 3,5 milioni di euro di manutenzione straordinaria che ora metterà Hera. Ma la politica ha paura. Ha paura di presentarsi all’elettore con il conto in mano. E così, sceglie la “terza via”: cedere il servizio al privato (o alla partecipata quotata in Borsa).

Il precedente dei rifiuti e la tassa invisibile

Delegare a Hera significa affidarsi a una società che ha l’efficienza nel dna e i dividendi come obiettivo. È una scelta legittima, ma non priva di conseguenze. Lo abbiamo già visto, in modo plastico, con la gestione dei rifiuti. Anche lì, il passaggio alla grande gestione industriale doveva portare efficienza e risparmi. Il risultato percepito dai cittadini? Un servizio spesso rigido e bollette che hanno continuato a salire, seguendo le logiche di mercato e i costi di smaltimento, non certo i desideri dell’assessore di turno. State sicuri che con l’acqua accadrà lo stesso. Hera non è un ente di beneficenza; è una S.p.A. che deve remunerare il capitale investito. Se investe milioni per rifare le tubature della Valle del Lamone, quei soldi rientreranno attraverso le tariffe. La differenza è sottile ma sostanziale: se ad alzare la tariffa fosse stato il sindaco, avrebbe perso le elezioni. Se ad alzarla sarà l’algoritmo dell’Autorità di Regolazione (Arera) applicato dal gestore Hera, il politico potrà allargare le braccia e dire: “Non dipende da noi, sono logiche sovra-comunali”. È il trionfo della deresponsabilizzazione: si esternalizza il servizio per esternalizzare l’impopolarità degli aumenti.

La “Caritas” senza la “Veritas”

In questo scenario di fuga dalle responsabilità, le parole del vescovo Mario Toso assumono un peso specifico enorme, quasi “politico” nel senso più nobile del termine. Monsignor Toso, profondo conoscitore della Dottrina Sociale della Chiesa e voce spesso critica verso le derive di un’economia disumanizzata, ci ricorda che il Bene Comune non è un concetto astratto da sbandierare nei convegni. Nella Caritas in Veritate, testo a cui il vescovo ha lavorato, si sottolinea come la giustizia non possa essere delegata al solo meccanismo di mercato. Se l’acqua è un diritto, la comunità deve farsene carico. Ma “farsene carico” significa anche accettare i costi sociali ed economici della sua gestione.

Quando la politica rinuncia a chiedere il contributo diretto dei cittadini per finanziare le opere pubbliche, trattandoli come clienti da non disturbare invece che come membri attivi di una comunità, tradisce il patto sociale. Si finisce per “svendere” la sovranità su un bene primario pur di non affrontare il nodo delle risorse. Il vero prezzo della delega

La cessione di Savl a Hera è tecnicamente ineccepibile: i tubi saranno riparati meglio e prima. Ma politicamente è una sconfitta. È l’ammissione che il “piccolo” non sa più gestire se stesso e che la sfera pubblica non ha il coraggio di chiedere ai suoi cittadini il prezzo reale del benessere di cui godono. L’acqua continuerà a scorrere, limpida e controllata. Ma ogni volta che apriremo il rubinetto e pagheremo la bolletta alla multiutility, dovremo ricordare che quel costo non è solo il prezzo dell’acqua. È la tassa occulta che paghiamo per una politica che ha preferito delegare ad altri il compito impopolare di essere responsabili. E l’accountability, quella vera, è finita nello scarico insieme all’acqua.

Andrea Rava