A tre anni dall’alluvione del 2023, l’ingegnere e idrografo Matteo Castelli denuncia ritardi e poca chiarezza negli interventi pubblici per la sicurezza idraulica del territorio. Secondo Castelli servono grandi opere idrauliche e procedure straordinarie per accelerare i lavori, soprattutto nelle aree più critiche del Ravennate e del Faentino.
L’analisi dell’idrografo Castelli
La teoria è chiara, ma la pratica non parte. «Dal maggio 2023, da quei giorni della drammatica alluvione che colpì la nostra provincia, sono state fatte ben poche cose a livello pubblico per evitare il ripetersi di tali disastri. E questo è avvenuto perché c’è una burocrazia spaventosa e perché, secondo me, le idee sul da farsi non sono molto chiare».
A fare queste pesanti affermazioni è Matteo Castelli, ingegnere e idrografo, che si occupa da anni dei problemi idrogeologici del nostro territorio, realizzando, grazie a dati acquisiti in maniera indipendente (cioè non legati ad alcun ente o istituzione) modelli tridimensionali di argini e fiumi. «Grazie ai modelli è possibile capire quali possono essere le aree più a rischio idrogeologico. È davvero ora di agire», aggiunge.
“Servono grandi opere idrauliche”
E sul come farlo, l’ingegnere Castelli ha le idee ben chiare. «Occorre realizzare grandi opere idrauliche in tempi rapidi, ma con le norme attuali i tempi di attuazione sono troppo lunghi, arrivando anche a dieci e più anni – spiega –. La politica quindi deve avere il coraggio di promulgare una legge speciale, come per il Mose di Venezia, in base alla quale realizzare tutte le opere necessarie nel giro di due o tre anni».
La pulizia del letto dei fiumi è fondamentale
Per quanto riguarda poi la specificità del nostro territorio, si parla tanto in queste settimane di casse di espansione. «Ma si dimentica forse – sottolinea Castelli – che le zone più critiche si trovano nel Ravennate. Con il Lamone in cui l’acqua deve poter scorrere senza ostacoli. Mentre qui i lavori sono ancora in corso, a dimostrazione dei tempi quasi biblici degli interventi. La pulizia del letto dei fiumi è fondamentale in pianura, per far passare le piene senza ostacoli. Via quindi gli alberi a lato dei corsi d’acqua, ma questi interventi spesso sono ostacolati da vincoli ambientali che hanno poca ragione d’essere se è in ballo la sicurezza di interi territori».
Diverso, spiega ancora l’ingegnere, «il discorso per quanto riguarda il territorio faentino. Qui le zone critiche sono a Faenza e Castel Bolognese, dove c’è il raccordo tra collina e pianura, il cambio di pendenza. L’acqua si accumula e devono essere individuate aree allagabili. Ed è un problema politico non da poco: ci saranno sempre degli scontenti. Ma sono opere indispensabili, senza le quali subirebbe gravi danni anche l’economia. Chi infatti investirebbe in aree dove c’è il rischio concreto di nuove alluvioni?».
Luca Suprani














