C’è un momento preciso in cui l’empatia sembra svanire del tutto: è quello che il patriarca Pierbattista Pizzaballa definisce il «grado zero», dove la sofferenza altrui viene completamente rimossa e persino le parole del dialogo appaiono fuori luogo. Eppure, è proprio di fronte ai muri più rigidi – che si tratti delle macerie del Medio Oriente o delle divisioni sociali quotidiane – che occorre la tenacia di cercare le crepe, quei piccoli germogli da cui far nascere un futuro diverso. È da questa solida convinzione che si è acceso ieri a Faenza, sul palco de il Post talk, il denso dialogo tra Mario Calabresi e Francesco Costa. Presentando in anteprima la sua nuova opera, Le voci degli altri, Calabresi ha proposto una riflessione profonda che parte dalle storie minime per toccare la grande politica, segnando anche un punto di svolta decisivo nel suo percorso personale.
Il “grado zero” dell’empatia e i germogli di speranza
Nel rievocare il suo incontro a Gerusalemme con Pizzaballa, giunto in Terra Santa dopo gli accordi di Oslo quando la pace appariva concreta, Calabresi ha raccontato la drammatica solitudine di chi solidarizza con le vittime israeliane del 7 ottobre senza trovare ascolto tra i palestinesi, o denuncia l’insostenibilità dei bombardamenti a Gaza incontrando la chiusura degli interlocutori israeliani. Ma persino in quel contesto sfinito emergono segnali di speranza: come i professori universitari israeliani e i ragazzi palestinesi-israeliani che in Cisgiordania mettono il proprio corpo a difesa delle proprietà palestinesi dagli assalti dei coloni.
Saper esercitare l’empatia significa comprendere i contesti umani anche nella cronaca di casa nostra, come nel caso del gioielliere Roggero. Ricordando che sparare alle spalle a rapinatori in fuga resta un reato di omicidio – persino secondo la legge sulla legittima difesa varata da Salvini e Bongiorno – Calabresi ha evidenziato come il dibattito pubblico abbia del tutto rimosso il dolore dei familiari dei rapinatori uccisi e dei loro figli orfani. Al contempo, ha riconosciuto l’equilibrio dei magistrati che, comminando 14 anni anziché l’ergastolo, hanno saputo comprendere lo stato di terrore ed esasperazione dell’uomo senza per questo giustificarne l’atto.
La privatizzazione del pubblico e la scuola divisa dai muri
Ampio spazio è stato dedicato alle trasformazioni di Milano, che rischia di seguire, in un certo senso, il destino di Manhattan: una vetrina costosissima e ricca, ma priva di energia creativa e incapace di trattenere i giovani tra i 25 e i 40 anni a causa di stipendi non riallineati al costo della vita. Un’espulsione sociale alimentata dalla progressiva cessione degli spazi pubblici. Emblematico il caso del Lido di Milano: un tempo imponente piscina comunale accessibile alle famiglie dei lavoratori – come sua madre, maestra elementare che vi portava tre figli con il proprio stipendio – e oggi dato in concessione a privati con tariffe previste che peserebbero fino a 600 euro al mese su una famiglia.
La stessa spaccatura si riflette nella scuola. Calabresi ha citato il caso di un istituto elementare milanese dove quattro maestre su cinque vivono ospitate dalle suore perché incapaci di pagare un affitto, e dove muri interni separano fisicamente la scuola pubblica da quella privata egiziana. Commentando le proposte governative sui tetti agli alunni stranieri, ha criticato le risposte ideologiche che rischiano di smantellare presidi educativi virtuosi come quello guidato dalla dirigente Immacolata Salvatore, anziché prendere a modello le politiche europee sull’edilizia convenzionata a Vienna o sugli affitti brevi a Barcellona.
«Rompere la vita»: l’addio a Chora e la sfida per Milano
L’incontro è stato anche la sede per chiarire una scelta di vita radicale. Dopo aver fondato sei anni fa Chora Media – cresciuta fino a contare 140 collaboratori – Calabresi ha confermato di aver venduto le proprie quote e lasciato ogni incarico. Decisivo un dialogo estivo a Modica con il poeta Franco Arminio e la folgorazione di un pensiero: «il senso della vita è rompere la vita», ossia il coraggio di rovesciare le proprie certezze e ripartire da capo. Una rottura che apre la strada all’impegno civile: Calabresi ha confermato l’intenzione di candidarsi a sindaco di Milano. Un percorso che affronterà con ordine lungo l’intero anno scolastico in vista delle elezioni di maggio, ponendo al centro la vivibilità, i servizi e l’inclusione.
La responsabilità del giornalismo
Infine, una severa critica è stata rivolta al sistema dell’informazione. Calabresi ha stigmatizzato la narrazione morbosa della cronaca nera decontestualizzata che, alimentando le ansie dei cittadini, finisce per alimentare la propaganda politica della paura. «Bisogna recuperare i contesti e la giusta distanza», ha concluso, ricordando che il compito del giornalismo non è rincorrere l’emotività, ma raccontare la complessità del reale.














