Nel corso della Tre Giorni del Clero, è emerso nella fase di ascolto dei vicariati un bisogno di maggiore attenzione alla fragilità. Siamo abituati a pensare che per annunciare il Vangelo servano forza e strutture solide. Eppure la storia della salvezza ci insegna il contrario: è nelle crepe dell’esistenza che la luce della Grazia trova varco. Il Primo Annuncio — quel sussurro essenziale: «Dio ti ama e ti è vicino» — non chiede comunità perfette, ma cuori capaci di abitare la vulnerabilità del nostro tempo. E parlando di fragilità, mi sono venuti alla mente alcuni contesti molto vicini alla nostra comunità
Catechesi inclusiva
Laddove la società misura il valore sull’efficienza, i bambini con sostegno ci ricordano che siamo tutti creature dipendenti dall’amore. L’inclusione nei nostri ambienti non è assistenza, ma profezia. Adottare una catechesi inclusiva (linguaggi adattati come la CAA e sussidi sensoriali) e integrare tutor nei Grest estivi (come quest’anno propone l’Anspi) per educare tutta la comunità alla ricchezza della diversità sono due esempi di buone pratiche applicabili.
La fragilità delle famiglie
Ma le nostre comunità incontrano la fatica dei legami che si incrinano e la solitudine dei genitori separati. L’evangelizzazione in questo caso non può partire dalla norma, ma dall’accoglienza incondizionata. Per questo promuovere gruppi di preghiera e confronto per persone separate o divorziate e attivare sportelli di ascolto familiare affiancati da reti di mutuo aiuto tra genitori sono percorsi realizzabili sin da subito.
Anziani e malattie
Nella prova della sofferenza le parole spesso falliscono; il Vangelo si fa presenza discreta e silenzio partecipe. In questo caso penso che creare équipe parrocchiali che offrano “ore di sollievo” ai caregiver che assistono malati cronici a casa e insieme offrire percorsi d’ascolto per l’elaborazione del lutto sono vie di evangelizzazione da percorrere.
Dipendenze
Esiste un nuovo tipo di fragilità che nasce dalle dipendenze: la piaga della ludopatia e del gioco d’azzardo che consuma famiglie e dignità, promettendo false salvezze. Di fronte a questa prigione sommersa, il Primo Annuncio è un grido di liberazione. Promuovere spazi parrocchiali e circoli rigorosamente Slot-Free, affiancati da percorsi di prevenzione per i giovani sono i primi passi per sperimentare come il vangelo sia davvero liberante.
Ecco perché non possiamo considerare la fragilità come un ostacolo al Vangelo, ma il suo luogo d’elezione. Solo accettando di essere una Chiesa vulnerabile possiamo incontrare l’uomo contemporaneo dove soffre e spera. L’invito per le nostre parrocchie è quello di uscire dalle rassicuranti routine per farci compagni di strada: perché è nell’abbraccio alla debolezza che il Vangelo torna a farsi Carne.
don Tiziano Zoli














