Ci sono storie in cui il tempo non consuma gli affetti, ma li consolida, trasformando l’aiuto d’emergenza in un’amicizia profonda capace di attraversare le generazioni. È esattamente quello che si è respirato domenica 20 settembre a Cergneu, frazione del comune friulano di Nimis. A cinquant’anni dal devastante terremoto del 1976, un gruppo di circa quaranta faentini – in maggioranza della parrocchia di San Giuseppe, accompagnati dal vescovo Michele e dal parroco don Marco Donati – si è messo in viaggio verso le terre friulane per celebrare mezzo secolo di gemellaggio, solidarietà e fraternità. Tra i partecipanti più emozionati c’era Giandomenico Sacchini, per tutti “Giando”: oggi ha superato i novant’anni, ma conserva intatto l’entusiasmo di quando nel 1976 si rimboccò le maniche per portare soccorso.

I 58 viaggi del “Pullman Amico” e l’emozione dei “bambini di allora”

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Appena arrivati a Cergneu, Giando racconta alcuni episodi dell’esperienza degli anni Settanta

Ripercorrere con Giando le tappe di quell’avventura significa toccare con mano la concretezza della carità romagnola. Subito dopo le prime scosse del maggio 1976, la diocesi di Faenza e in particolare la parrocchia di San Giuseppe si mobilitarono. Negli spazi parrocchiali venne costruito un primo prefabbricato in legno, trasportato e montato a Cergneu nei primi giorni di novembre del 1976 per dare un tetto a una famiglia sfollata. «È stata un’emozione indescrivibile rivedere quel prefabbricato – racconta Giando -, che nel 1986 è stato spostato in un’altra area ma è ancora perfettamente utilizzabile, e soprattutto riabbracciare i due bambini di allora, che oggi sono diventati nonni».

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Una parte del gruppo faentino di fronte ai due mini-alloggi, con Giando e il vescovo.

L’impegno faentino non si fermò all’emergenza immediata. Tra il 1979 e il 1980, vedendo le difficoltà in cui versavano ancora gli anziani del paese, i volontari faentini decisero di realizzare due mini-alloggi in muratura su cui è stata installata l’icona della Beata Vergine delle Grazie. Per compiere quell’opera, la comunità si autotassò e ricevette il sostegno di banche e realtà locali, affrontando ben 58 viaggi a bordo del “pullman amico”. «Definisco tutte le persone che condivisero quei viaggi precari dei veri coraggiosi – ricorda Giando con voce rotta dalla commozione -. L’accoglienza dei friulani nel ’76 fu straordinaria fin dal primo giorno: lasciarono un biglietto sul parabrezza delle nostre auto dicendoci che non ci avrebbero mai dimenticati. E domenica scorsa, ritrovare quella seconda e terza generazione, è stata una gioia immensa». Un’avventura umana condotta sempre con lo sguardo rivolto al Cielo: «Mentre impastavamo calce, eravamo animati dalla fiducia nella Divina Provvidenza — sottolinea Giando —. Nonostante la precarietà dei cantieri di allora, in fondo era tutto volontariato, non abbiamo mai avuto un solo infortunio».

L’omelia del vescovo Michele: “Il nostro cuore batte allo stesso ritmo”

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Il momento centrale della giornata è stata la Messa presieduta dal vescovo Michele assieme all’arcivescovo di Udine, monsignor Riccardo, e concelebrata dai sacerdoti presenti. Nell’omelia, il vescovo Michele ha confidato un dettaglio personale toccante: «Io non ho vissuto il terremoto del ’76, essendo nato proprio nel marzo di quell’anno, ma ho ben vivo il racconto di mia madre che mi descriveva come tenesse stretta la mia culla durante le scosse di maggio e settembre per non farla girovagare per la stanza».

Casa legno finita
Il pre fabbricato in legno, terminato

Il vescovo ha poi collegato la memoria del Friuli alle recenti ferite della Romagna, colpita negli ultimi tre anni da ben cinque eventi alluvionali, un terremoto e un uragano: «Oggi comprendiamo fino in fondo quello che avete vissuto, e il nostro cuore batte allo stesso ritmo del vostro. Non solo per aver subito catastrofi che hanno stravolto la vita, ma per essere stati a nostra volta destinatari di immensa carità e amicizia che hanno curato le nostre ferite». Prendendo spunto dal Vangelo del giorno – la parabola degli operai della vigna – il vescovo ha ricordato come la logica di Dio superi ogni mero calcolo umano: «Nelle tragedie abbiamo visto la vigna del Signore popolarsi di operai chiamati a tutte le ore. Volontari, vicini, giovani e anziani arrivati da lontano hanno lavorato insieme senza chiedere chi meritasse di più. È la dimostrazione che nessuno è inutile agli occhi di Dio e che dall’abisso del dolore può sempre germogliare una rete straordinaria di amore sovrabbondante».

Un’eredità che guarda al futuro

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La visita alla mostra. Da sx Serena Vizzutti, assessore; il Vescovo Michele; Renato Picogna (ex sindaco, fino al 2009. Organizzatore della giornata di celebrazioni); Fabrizio Mattiuzza, sindaco attuale dal 2025.

Dopo la celebrazione liturgica, la delegazione faentina ha partecipato ai saluti istituzionali e ha visitato la mostra fotografica allestita a Cergneu, che documenta la storia dei soccorsi giunti da Faenza e dal comune trentino di Ravina. Una carrellata di volti, pale, travi e sorrisi che dimostra come la solidarietà concreta non sia un vago ricordo nostalgico, ma un patrimonio vivo. Nel viaggio di rientro verso la Romagna, tra i quaranta partecipanti si respirava profonda gratitudine. Come ha sintetizzato efficacemente Giando prima di salutare gli amici: «Di fronte alla tanta negatività che spesso accompagna questo nostro mondo, l’esperienza di Cergneu e cinquant’anni di amicizia ininterrotta sono la risposta più bella e concreta che si possa dare».

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Giandomenico Sacchini e il vescovo Michele