La prima Messa del vescovo Michele descrive, meglio di qualunque discorso programmatico, l’inizio del suo ministero episcopale a Faenza-Modigliana. È stata celebrata alla Casa del Clero di Faenza, circondato dai sacerdoti anziani, dalle suore e dai volontari che ogni giorno animano questa realtà. Lunedì 13 luglio, all’indomani dell’ordinazione e dell’ingresso in Diocesi, il Vescovo Michele ha voluto che la sua prima celebrazione eucaristica fosse qui, nel luogo che custodisce la memoria storica e la fragilità della Chiesa locale. Una scelta densa di significato, che traccia fin da subito una linea pastorale ben precisa: ripartire dalle radici, mettersi accanto agli ultimi.
Il grazie del Vescovo emerito Claudio Stagni

A concelebrare con lui c’era il vescovo emerito, monsignor Claudio Stagni, che ha voluto esprimere la profonda gratitudine di tutta la casa. Le sue parole, commosse e lucide, hanno colto immediatamente il valore del gesto: «Grazie – ha detto monsignor Stagni – credo sia molto bello e significativo incominciare il ministero con queste persone che hanno dato la vita per il Signore. Con questo segno concreto di vicinanza, il vescovo Michele è stato davvero fedele al suo motto episcopale, “La forza si manifesta pienamente nella debolezza”. Ci vuole indicare che si comincia dagli ultimi, come siamo noi anziani. È un piccolo segno, che viviamo in questa celebrazione eucaristica assieme alle suore e ai volontari che danno una mano. Grazie perché essere qui con noi è un segno bellissimo per la sua Chiesa».
Il ricordo dei “padri”: da Alfonsine alla fraternità presbiterale

Prendendo la parola, il vescovo Michele ha risposto condividendo frammenti della propria storia personale e vocazionale. Il pensiero del nuovo vescovo è andato poi ai primi anni di seminario e sacerdozio, quando la sua giovinezza è stata custodita proprio dalla saggezza dei preti più anziani. Ha fatto nomi che molti, nella nostra diocesi, ricordano con affetto: «Quando sono diventato prete, ricordo con gioia di essere stato accompagnato tantissimo dai preti anziani, come don Giuseppe Rotondi, che mi cercava con la premura semplice di una chiamata, o don Mario Babini, che chiamava tutti i venerdì all’ora di pranzo per sentire come stavo. Gesti piccoli, capaci però di farti sentire parte di una grande famiglia. Di questo sono grato. Oggi i preti giovani sono pochi, ma anche solo un vostro sorriso, una vostra telefonata, è una gioia. E voi che siete qui oggi, vi ringrazio per la testimonianza che siete ancora oggi».
Un discorso che ha toccato le corde della memoria e della gratitudine, a partire dalle sue origini: «Sono cresciuto stando molto tempo con i miei nonni ad Alfonsine – ha confidato – e vivere con queste persone per me è stata una benedizione: i loro racconti, le loro tenerezze… Io penso che nell’anzianità si esprima la qualità dell’uomo e della donna capace di dare la vita”.
La fragilità come punto di contatto con Dio

Gettando lo sguardo nel mistero della sofferenza e del declino fisico che spesso accompagna la vecchiaia, monsignor Morandi ha richiamato il senso profondo del suo motto (Virtus in infirmitate perficitur): «Non dimenticherò mai quanto il Signore mi è stato vicino nella debolezza. La nostra fragilità non è un incidente di percorso… È il punto di contatto con la forza del Signore».
La prima messa del vescovo Michele si chiude così, tra i sorrisi e gli abbracci di chi ha speso una vita intera per il Vangelo e che ora, nel silenzio e nella preghiera, sostiene i primi passi del nuovo Pastore. Passi che si muovono sempre al passo dei più fragili.














