In questi giorni in cui gli Stati Uniti festeggiano i 250 anni dalla approvazione della Dichiarazione d’Indipendenza, avvenuta il 4 luglio 1776, le sorti del giornalismo indipendente ci raccontano del momento che sta vivendo la democrazia americana.
Hannah Natanson è una reporter del Washington Post diventata uno dei volti simbolo dell’informazione sotto la pressione del potere nell’America di Donald Trump.

Natanson fa parte del team premiato nel maggio scorso al Pulitzer 2026, il riconoscimento più prestigioso del giornalismo americano, assegnato al The Washington Post nella categoria Public Service. Il premio è stato conferito al quotidiano per l’inchiesta dettagliata sulla confusionaria trasformazione e riorganizzazione delle agenzie federali voluta dall’amministrazione Trump, che ha documentato l’impatto umano dei tagli e le conseguenze per il Paese. Un lavoro che ha raccontato dall’interno il caos amministrativo, le epurazioni e gli effetti concreti delle politiche promosse dal DOGE (Department of Government Efficiency) guidato da Elon Musk.

Nel gennaio 2026, Natanson è diventata l’emblema degli attacchi di Trump alla libertà di stampa quando l’FBI ha perquisito la sua abitazione in Virginia all’alba, sequestrando pc, smartphone e persino il suo smartwatch, l’orologio digitale. Sebbene le autorità sostenessero che l’operazione riguardasse un’indagine su un appaltatore del Pentagono accusato di fuga di documenti riservati, il Washington Post ha denunciato l’azione come un tentativo intimidatorio e una grave intrusione volta a compromettere la protezione delle fonti giornalistiche.
Hannah Natanson ha proseguito le sue indagini nonostante le pressioni, basando i suoi scoop su una rete straordinaria di oltre millecento fonti confidenziali all’interno del governo, portando alla luce le epurazioni e i licenziamenti via mail decisi dall’amministrazione.
In un clima politico sempre più aggressivo verso i media indipendenti, il caso Natanson era diventato emblematico delle tensioni tra la Casa Bianca e il giornalismo investigativo.

The Pulitzer Medal

La commissione Pulitzer ha premiato l’inchiesta sottolineando che “ha squarciato il velo di segretezza” attorno alla trasformazione dello Stato federale operata dall’amministrazione Trump, mostrando “le conseguenze umane dei tagli e delle ristrutturazioni”. Non è un caso che l’edizione 2026 dei Pulitzer sia stata dominata proprio da lavori dedicati a Trump, ai suoi conflitti di interesse e all’uso del potere politico come strumento di ritorsione. Per esempio, Reuters ha vinto il Pulitzer 2026 per il National Reporting grazie a un’inchiesta sulle campagne di vendetta politica del presidente contro oppositori, università, giudici e media.

In Italia Trump non gode molto dei favori dell’opinione pubblica: una netta maggioranza del 77% manifesta valutazioni negative, mentre il 15% esprime un giudizio favorevole sulle sue iniziative. Negli Stati Uniti non va meglio: i numeri diffusi di recente dall’American Research Group mostrano un presidente sempre più in difficoltà. Il 30% di approvazione rappresenta uno dei livelli più bassi registrati nel suo secondo mandato, mentre la quota di cittadini che disapprova il suo operato è salita al 66%. Anche la Corte Suprema di recente ha preso decisioni sfavorevoli a Trump, le più significative contro i dazi da lui imposti e a favore dello jus soli di chi nasce negli USA, indipendentemente dalla regolarità o meno dei genitori.

Nel frattempo, Donald Trump ha continuato ad attaccare – e talvolta a citare in giudizio – le testate la cui copertura considera sgradita.
E’ questa la democrazia del futuro?

Tiziano Conti

Immagini da Wikipedia – “The Pulitzer Medal” di Daniel Chester French e Augustus Lukeman