Chiuse le indagini sulle alluvioni 2023-2024 nel Ravennate: 14 indagati tra tecnici e amministratori. Al centro dell’inchiesta presunte omissioni, ritardi e la mancata realizzazione delle casse di espansione sul Senio, ritenute cruciali per la sicurezza del territorio

Indagini chiuse

Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Ravenna e del Nucleo Investigativo di Polizia Ambientale, Agroalimentare e Forestale hanno notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti di 14 persone.

Il procedimento riguarda gli eventi alluvionali che hanno colpito il territorio tra il 2023 e il 2024, con particolare riferimento alle esondazioni che hanno interessato Faenza e il bacino del fiume Senio.

L’atto segna un passaggio significativo nell’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Ravenna, che ipotizza a vario titolo i reati di disastro colposo e reati di pericolo in cooperazione tra gli indagati. Nel fascicolo risultano dirigenti e funzionari di enti locali e regionali, tecnici progettisti, rappresentanti della Protezione Civile e amministratori di imprese coinvolte nella realizzazione delle opere idrauliche.

Al centro dell’impianto accusatorio la mancata realizzazione delle casse di espansione sul Senio

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, supportata da consulenze tecniche affidate a docenti del Politecnico di Milano, le alluvioni sarebbero state aggravate da una lunga catena di negligenze, inefficienze e omissioni che si sarebbero stratificate nel tempo.

Al centro dell’impianto accusatorio c’è la mancata realizzazione del sistema di casse di espansione sul Senio, considerato un intervento strategico fin dal 2005 per la messa in sicurezza del territorio. Un’opera che, secondo gli investigatori, avrebbe potuto ridurre in modo significativo l’impatto delle esondazioni.

La Procura ipotizza che proprio il ritardo o il mancato completamento di questo sistema abbia contribuito a determinare le condizioni che hanno portato agli eventi alluvionali più gravi.

Responsabilità e ritardi

Nel dettaglio, le contestazioni si articolano su più livelli di responsabilità. Gli inquirenti indicano gravi carenze progettuali, irregolarità urbanistiche e amministrative che avrebbero rallentato gli interventi e una serie di inadempienze esecutive da parte delle imprese incaricate delle attività estrattive.

A ciò si aggiungono, secondo l’accusa, episodi di paralisi istituzionale e omissioni che avrebbero impedito l’utilizzo di oltre 10 milioni di euro di fondi statali già disponibili per la realizzazione delle opere.

Un ulteriore elemento riguarda la fase post-emergenza: dopo i primi eventi del maggio 2023 non sarebbero state adottate misure adeguate di somma urgenza, con interventi ritenuti insufficienti e risorse impiegate in opere di ripristino giudicate non idonee a fronteggiare le successive criticità idrauliche.