L’ordinanza della Regione contro il caldo estremo introduce nuove tutele per chi lavora all’aperto, ma per Cgil, Uil e Cisl non basta. I sindacati chiedono regole nazionali, protezioni anche nei luoghi chiusi, una diversa organizzazione dei turni e interventi urgenti negli asili e nelle strutture pubbliche

Caldo e tutele

Il caldo estremo non è più un’emergenza eccezionale, ma una condizione con cui lavoratori e aziende dovranno fare i conti sempre più spesso. Le temperature record registrate nel mese di giugno, con punte vicine ai 40 gradi e ben al di sopra delle medie stagionali, hanno riportato al centro dell’attenzione la tutela della salute di chi opera negli ambienti più esposti. Se nei prossimi giorni è atteso un lieve calo termico, resta aperto il tema delle misure necessarie per proteggere non soltanto chi lavora all’aperto, ma anche chi svolge la propria attività in capannoni, strutture sanitarie, ristoranti e scuole, dove gli impianti di climatizzazione sono spesso assenti o inadeguati.

In questo contesto si inserisce l’ordinanza regionale n. 72 del 3 giugno 2026, che fino al 15 settembre vieta il lavoro all’aperto dalle 12.30 alle 16 nei giorni in cui il portale Worklimate segnala un livello di rischio “alto”. Il provvedimento interessa edilizia, agricoltura, logistica esterna e rider e prevede la possibilità di ricorrere alla Cassa integrazione per gestire le ore di sospensione dell’attività.

Le richieste della Cgil

marchetti

Per Caterina Marchetti, coordinatrice del Dipartimento Salute e Sicurezza e Rlst della Cgil Ravenna, l’ordinanza rappresenta un passo avanti, ma non può essere considerata un punto di arrivo. «È sicuramente positivo – osserva – che siano stati ampliati sia il periodo di validità del provvedimento sia le categorie di lavoratori coinvolte. Rimangono però esclusi molti ambienti chiusi, come quelli della manifattura, dove il problema delle alte temperature è altrettanto reale».

Secondo Marchetti, il cambiamento climatico impone un cambio di prospettiva. «Il caldo estremo non deve più essere affrontato come un’emergenza, ma come un fenomeno destinato ad accentuarsi nel tempo. Per questo servono strumenti strutturali, a partire da una legge quadro nazionale che superi l’attuale frammentazione regionale e definisca criteri uniformi, tenendo conto delle specificità di ogni settore produttivo».

La sindacalista sottolinea inoltre che le soluzioni non possono limitarsi allo stop delle attività nelle ore più calde. «Occorre rimodulare orari e turni di lavoro, aumentare le pause, garantire una formazione specifica sui rischi legati alle alte temperature e prestare particolare attenzione ai lavoratori più vulnerabili o affetti da patologie. È fondamentale che ci sia sempre disponibilità di acqua e che le aziende mettano a disposizione aree d’ombra adeguate. Dove questo non è possibile, il lavoro deve essere interrotto e soltanto nei casi estremi si può ricorrere alla Cassa integrazione».

Marchetti richiama anche il ruolo della contrattazione e dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, oltre alla responsabilità degli enti pubblici. «Gli enti locali che affidano lavori in appalto devono farsi carico della tutela dei lavoratori, inserendo indicazioni precise nei confronti delle imprese esecutrici».

La posizione Uil

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Anche Carlo Sama, segretario generale territoriale della Uil Ravenna, giudica positivamente l’anticipo dell’ordinanza rispetto allo scorso anno, ma ritiene che siano necessari ulteriori passi avanti. «Non ha senso aspettare ogni anno l’arrivo del grande caldo – afferma –. Già a fine maggio si sono registrate temperature elevate quando ancora il provvedimento non era in vigore. L’ordinanza dovrebbe avere validità per tutto l’anno e attivarsi automaticamente ogni volta che viene raggiunto il livello di rischio rosso, indipendentemente dal mese».

Per Sama il nodo riguarda anche tutti quei lavoratori che operano al chiuso. «Bisogna estendere le tutele ai capannoni e agli altri luoghi di lavoro dove, pur essendo all’ombra, si raggiungono temperature estremamente elevate e spesso non è possibile installare sistemi di raffrescamento adeguati. Le criticità riguardano anche strutture pubbliche: nei giorni scorsi si sono verificati problemi agli impianti di condizionamento della Casa della Comunità di Faenza e situazioni analoghe si registrano in alcuni asili».

Il segretario della Uil invita inoltre a privilegiare soluzioni organizzative rispetto alla sospensione dell’attività. «La Cassa integrazione deve rappresentare l’ultima possibilità. Una pausa obbligata dalle 12.30 alle 16 può creare ulteriori disagi ai lavoratori, che non sempre hanno luoghi adeguati dove trascorrere quelle ore. Sarebbe preferibile anticipare l’inizio dei turni nelle prime ore del mattino, con un turno unico che consenta di terminare il lavoro entro le 12.30. In ogni caso la salute deve restare la priorità assoluta».

L’allarme Cisl

caldo asilo

L’attenzione si concentra anche sul settore educativo. La Cisl Fp Romagna denuncia infatti come il problema delle alte temperature interessi in modo particolare nidi e scuole dell’infanzia comunali, dove bambini e personale sono costretti a trascorrere molte ore in ambienti spesso privi di adeguati sistemi di raffrescamento. «Le ondate di calore sono ormai una condizione strutturale – sottolinea il sindacato – e non è accettabile rinviare gli interventi definitivi all’estate del 2027. Non possiamo accontentarci di ventilatori e misure temporanee: la tutela della salute dei bambini e delle condizioni di lavoro del personale deve diventare una priorità immediata».

La Cisl Fp Romagna chiede interventi urgenti nelle strutture più esposte, l’introduzione di strumenti oggettivi per monitorare le temperature e un piano pubblico con risorse e tempi certi per climatizzare tutti i servizi educativi da zero a sei anni. Il sindacato segnala inoltre criticità anche in alcune strutture dell’Ausl Romagna, in particolare nell’ospedale di Ravenna, dove gli impianti di climatizzazione non sarebbero più adeguati ad affrontare le temperature eccezionali. «Le problematiche legate al caldo estremo – conclude la Cisl Fp Romagna – non riguardano soltanto i servizi educativi, ma più in generale tutti i luoghi di lavoro e di cura, dove devono essere garantite condizioni compatibili con la salute di lavoratori, utenti e pazienti. Servono interventi concreti e servono subito».