Molto prima della nomina a vescovo, Michele Morandi aveva già affidato alle pagine de il Piccolo una riflessione sulla Chiesa e sul ministero sacerdotale. Rilette oggi, quelle parole sembrano anticipare il programma del suo episcopato.
«Al Maestro non piace bocciare»
«Al Maestro non piace bocciare». Cinque parole. Rilette a pochi giorni dall’ordinazione del vescovo Michele, mostrano il suo modo di intendere la Chiesa. Era il 30 agosto 2002 quando il futuro vescovo, allora giovane seminarista prossimo al diaconato, affidò alle pagine de il Piccolo un articolo dal testo semplice, scritto con il linguaggio della parabola, nel quale immaginava la Chiesa come una scuola con un solo Maestro. In quella scuola, spiegava, non esistono test d’ingresso, graduatorie o numeri chiusi. Soprattutto, aggiungeva nel finale, il Maestro non rinuncia mai ai suoi studenti. «C’è qualche monello, ma se si pente della “marachella”, il Maestro non lo mette fuori dalla porta, anzi, fa far festa con un quarto d’ora di ricreazione in più per tutti».
Le tre immagini dell’ordinazione sacerdotale
Poco più di un anno dopo, il 10 ottobre 2003, sempre su il Piccolo, alla vigilia dell’ordinazione sacerdotale, don Michele Morandi pubblicò un secondo articolo, dal titolo Tre immagini per un colpo di Grazia. Galateo per un prete: mettersi a tavola come un servo.
Tra le immagini scelte per accompagnare la propria ordinazione c’erano le mani aperte, il Cristo sofferente e l’Ultima Cena. Le mani, scriveva, sono «aperte, si offrono, ma nello stesso tempo chiedono di essere riempite». Il volto di Cristo ricordava che «non c’è amore senza sacrificio», mentre davanti all’immagine dell’Ultima Cena lasciava a sé stesso un promemoria destinato ad accompagnarlo per tutta la vita. «Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore. Renditi conto, Michele, di chi hai fra le mani; renditi conto che non sei tu, ma è Lui che deve passare». È qui che si trova una delle chiavi dello stemma episcopale presentato in questi giorni, nel quale la forza del leone si piega sotto la croce, perché, come ha spiegato lo stesso Morandi, «la forza si manifesta nella debolezza della croce». Nell’ articolo del 2003 anche un passo del Siracide, definito dallo stesso don Michele «Un colpo di grazia». Il futuro vescovo concludeva così: «Ti hanno fatto capotavola? Non esaltarti; comportati con gli altri. Pensa a loro, poi mettiti a tavola; quando avrai assolto il tuo compito, accomodati per ricrearti con loro». Era la lezione di “galateo” che il futuro sacerdote diceva di avere ricevuto dal Signore: non occupare il posto d’onore, ma servire.
Una prospettiva che ritorna anche oggi nelle sue parole quando descrive il ministero episcopale non come un punto di arrivo, ma come la continuazione di un cammino già iniziato insieme alla diocesi di Faenza-Modigliana. A distanza di oltre vent’anni, quegli articoli raccontano con sorprendente anticipo il volto del nuovo vescovo di Faenza-Modigliana: una Chiesa che serve e accompagna. Un invito per tutti.
Barbara Fichera














