Si avvicina la data dell’ordinazione episcopale del vescovo eletto Michele Morandi, domenica 12 luglio alle 17 in Cattedrale a Faenza. Alla celebrazione, che sarà presieduta dall’Amministratore apostolico monsignor Mario Toso assieme ai vescovi emeriti Italo Castellani e Claudio Stagni, è invitata tutta la comunità diocesana.
L’intervista al vescovo eletto Michele Morandi

Don Michele, il tuo invito per la celebrazione del 12 luglio ha una parola d’ordine chiara: “Tutti”. In un’epoca segnata da frammentazioni e individualismi, che valore ecclesiale ha, oggi, convocare un’intera comunità attorno all’altare senza escludere nessuno?
Ha il valore della fedeltà al mandato del Signore: è Lui stesso che ci invita e che chiama tutti all’incontro con Lui per sentire la sua presenza che ci ama e trasforma! Sono anch’io tra gli invitati, ma il mio servizio comprende anche quello “dell’invitare” – “del chiamare” tutti. Sperimenteremo la Sua fedeltà nella presenza dei fratelli e delle sorelle, nella Parola che ci rivolgerà, nel dono del Suo Corpo e Sangue e… questa volta, nel fatto che ci dona un pastore.
Uno dei momenti più emozionanti della celebrazione sarà quando, subito dopo la Comunione, percorrerai la navata per benedire per la prima volta i fedeli come vescovo. Che cosa speri di leggere negli occhi delle persone?
Spero che si legga gratitudine e volontà di dono. Gratitudine a ciascuno di loro perché, per diventare uomini e cristiani è fondamentale l’amore di una famiglia, di una comunità, di un popolo! Tantissimi hanno contribuito e contribuiranno al mio percorso per continuare a “diventare” figlio, fratello e padre in Cristo. Volontà di dono, perché voglio essere tutto per il Signore e per la Chiesa che sono chiamato a servire.
“Cosa direi ai giovani per invitarli il 12 luglio?” Direi poco. Direi: “dai vieni!”, cercando di esprimere con semplicità il desiderio che ci sia

La sfida della trasmissione della fede alle nuove generazioni interroga tutti. Ai giovani faentini che forse guardano ai riti della Chiesa con un po’ di distanza, cosa vuoi dire per invitarli, a modo loro, il 12 luglio?
I giovani che ho incontrato nella mia vita, anche recentissima, sono meravigliosi e hanno un potenziale incredibile. Sono certo che nel profondo del cuore attendono il Signore tramite qualcuno che glielo faccia conoscere e “toccare”. Saranno loro stessi, poi, a scegliere di seguirlo o meno. La trasmissione della fede non è pertanto, oggi, qualcosa di automatico, se mai lo fosse stato. Siamo noi adulti a doverli cercare con discrezione e gratuità, con il “coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande”, come Papa Leone ha detto ai vescovi italiani il 28 maggio scorso. Tornando alla domanda: “cosa direi ai giovani per invitarli il 12 luglio?” Direi poco. Direi: “dai vieni!”, cercando di esprimere con semplicità il desiderio che ci sia. Non direi di più. “Le parole sono una fonte di malintesi” dice la volpe al Piccolo Principe proprio quando gli spiega che per creare dei legami occorrono riti. I riti sono poco frequentati dai giovani non perché non li amino, la vita dei giovani è piena di riti. Sono poco frequentati perché i giovani stessi, ma non solo loro, non vivono o spesso non sono coinvolti in relazioni significative con le comunità che celebrano i riti. Il primo “rito” è salutarli, sorridere e invitare. “Venite e vedete”….
Come ti stai preparando all’ordinazione?
Lavorando e pregando… e stando un po’ di tempo con gli amici. Mi hanno colpito numerosi episodi, tutti caratterizzati dalla semplicità e dall’espressione di gioia per questo mio nuovo ministero. Tra tutti, le parole e i gesti di tante persone sofferenti e umili. Sabato scorso durante un incontro casuale, una coppia, con le lacrime agli occhi, mi ha detto con un filo di voce: “siamo contenti che tu ci sia!”.
“Penso spesso alle prime persone che sono venute nelle nostre terre circa diciotto secoli fa e hanno iniziato ad annunciare il Signore a chi non l’aveva mai conosciuto e qualcuno è anche morto martire. Sento un senso di gratitudine per loro e li prego: “aiutateci oggi a dire il Signore Gesù”

L’ordinazione episcopale ti inserisce nella catena ininterrotta della successione apostolica. Per un prete del nostro clero, cosa si prova a sentire sulle proprie spalle il peso, ma soprattutto la grazia, di una storia che parte dagli Apostoli e si incarna oggi nella nostra terra?
Hai centrato una delle cose che sento più forti in questo momento e, a dire il vero, da un po’ di tempo. Sento innanzitutto la consolazione di essere abitato, come tutti, dallo Spirito Santo: è Lui che ci tiene desti per ricordare tutto ciò che il Signore ha detto e fatto e dice e fa ora. Questa storia viva della Successione apostolica mi apre poi a due questioni: fedeltà e comunione. Cercare di trasmettere fedelmente, insieme ai preti, ai diaconi, ai consacrati e consacrate, agli sposi e ai battezzati, il volto del Signore così come ci è stato trasmesso, non modificandolo a nostro piacimento, nella comunione con il Papa e i vescovi di tutto il mondo. Questi sono i due polmoni con cui devo respirare. Mi viene un’immagine più plastica: stare insieme con il nostro “vecchio” amico Gesù e raccontarlo con la vita e le parole a chi siamo inviati. Infine, penso spesso alle prime persone che sono venute nelle nostre terre circa diciotto secoli fa e hanno iniziato ad annunciare il Signore a chi non l’aveva mai conosciuto e qualcuno è anche morto martire. Sento un senso di gratitudine per loro e li prego: “aiutateci oggi a dire il Signore Gesù.”
Recentemente si è svolto un incontro in Seminario a Faenza in collaborazione con le altre diocesi romagnole dal titolo: “Il Ministero Ordinato: l’essenziale in rapporto ai battezzati”. Cosa è emerso da questo incontro?
Mi ha colpito il clima positivo nel formarci insieme. Penso debba diventare uno stile. Abbiamo bisogno di ascoltarci, studiare insieme, approfondire e provare a costruire vie concrete. Ma bisogna farlo insieme, appunto, per comprendere reciprocamente lo specifico irrinunciabile di ogni vocazione, per essere fedeli al mandato del Signore di annunciare il Vangelo, anche oggi, a ogni creatura.
L’unità della Chiesa non è mai uniformità, ma armonia di differenze. Qual è l’antidoto che proponi per evitare le polarizzazioni che a volte feriscono anche le nostre comunità?
Il tenere insieme lo sguardo fisso su Gesù, nell’ascolto della Sua Parola, nella celebrazione dei Sacramenti, e nell’esercizio della carità. Le differenze non sono un incidente di percorso, sono una ricchezza. È necessario dedicare tempo al discernimento di ciò che vuole il Signore da noi proprio in queste differenze che possono anche essere doni dello Spirito. Occorre pazienza per capirsi e stimarsi. La differenza fa male e provoca divisione quando non è stata accolta dalla comunità e da essa non ha ricevuto il mandato per operare secondo il dono dello Spirito. Se la differenza è la scusa perché ciascuno operi per conto proprio, questo non fa bene a nessuno, neppure al “differente”. La cartina di tornasole per capire se la differenza che incarno è vissuta bene o meno sta nel porsi questa domanda: sono io che mi sono auto-mandato a fare questa cosa, oppure ho maturato e riflettuto insieme alla comunità avendo ricevuto la sua benedizione e la conferma dei pastori?

A Faenza giochi “in casa”: ne conosci i punti di forza, ma anche le fatiche pastorali. Il rischio di chi conosce già l’ambiente è l’inerzia del “si è sempre fatto così”.
Prima di tutto la nostra è una bella Chiesa. Ci sono davvero tante potenzialità che dobbiamo continuare a valorizzare e a volte a risvegliare. Il “si è sempre fatto così” è uno dei segnali di invecchiamento. Quando pronunciamo questa frase, dobbiamo farci qualche domanda. Non perché ciò che si è fatto prima non vada per forza bene, ma perché dobbiamo comprendere bene se siamo disposti o meno a metterci in gioco, in moto. Conosco anziani, molto anziani, che hanno una invidiabile capacità di mettersi in discussione e altri più giovani che ne hanno meno… Quello che vive la nostra Chiesa è molto simile a ciò che vive la Chiesa in Italia e in Europa. La Chiesa deve sempre riformarsi, o meglio lasciarsi riformare dal Signore. Per cui la prima cosa è quella di ritornare al Signore, cercarLo, ascoltarLo, e provare a mettere in atto ciò che ci propone, perché è fidandosi-facendo che sperimentiamo la salvezza del Signore che mantiene le sue promesse. È una questione personale e comunitaria. Questa si chiama conversione. La seconda cosa è mettere tutte le nostre migliori energie, spirituali affettive, fisiche, intellettuali, professionali per capire come incontrare le persone per trasmettere loro il Vangelo di Gesù.
Il terzo?
Cercare di agire in maniera che il Vangelo non si riduca a uno spiritualismo che ci intristisce e spegne, ma che diventi impegno concreto, cultura, azione, in una parola: carità.
Il motto: “virtus in infirmitate perficitur” (La forza si manifesta pienamente nella debolezza)

Don Michele, alcune ultime domande, più personali. C’è un momento della giornata, un testo biblico o un’esperienza vissuta nei giorni in attesa dell’annuncio della sua nomina che ti ha aiutato a pronunciare il tuo “sì” con più pace nel cuore?
I giorni tra la chiamata del Nunzio e l’annuncio della mia nomina sono stati piuttosto turbolenti interiormente. Condivido un’immagine, un volto e un versetto della Scrittura. Quando sono stato chiamato dalla Nunziatura il 7 aprile scorso (era l’unico giorno di pausa che mi ero preso tra le festività pasquali e la riapertura della curia) avevo appena indossato l’equipaggiamento da camminata, perché sarei andato a fare un giro sulle nostre colline con un amico, quando appena chiusa la porta del mio appartamento, mi hanno telefonato: “il Nunzio le vuole parlare… domani alle 15,30 in nunziatura”. Questa è l’immagine che porto in cuore: scarpe da montagna e salita faticosa con un amico con cui condivido la fede nel Signore.
E c’è un volto che porti nel cuore dopo l’annuncio?
Il volto paterno e gioioso del mio Vescovo Mario quando ci siamo incontrati al mio ritorno, non lo dimenticherò. Come non dimenticherò quello dei miei genitori e di mio fratello.
E la Parola di Dio che ti accompagna?
“La forza si manifesta pienamente nella debolezza” (2Cor 12,9). L’ho sperimentata come verità evangelica sulla mia pelle. Sarà il mio motto: “virtus in infirmitate perficitur”.














