Il genocidio di Srebrenica in cui furono uccisi ottomila ragazzi e uomini bosgnacchi (musulmani bosniaci) è avvenuto nel luglio 1995, all’interno dei vari momenti di guerra nei Balcani durati dal 1991 al 2001. La strage fu perpetrata da unità dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina guidate dal generale Ratko Mladić, con l’appoggio del gruppo paramilitare degli “Scorpioni“, in quella che al momento era stata dichiarata dall’ONU come zona protetta.

Una sentenza della Corte internazionale di giustizia del 2007, nonché diverse altre del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY), hanno stabilito che il massacro, essendo stato commesso con lo specifico intento di distruggere il gruppo etnico dei bosgnacchi costituisce un genocidio. Il 23 maggio 2024 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato per l’11 luglio la giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica.

Rada Zarkovic e Skendar Hot, il giorno in cui tornarono sui luoghi del massacro, nel 2001, guardarono tutt’intorno le coltivazioni di lamponi e assaggiarono un po’ della frutta rossa che nessuno aveva mai smesso di coltivare, nemmeno durante la guerra: era buonissima. E capirono che da quella terra stava rispuntando il seme della speranza.

Erano frutti rosso sangue, si sono trasformati nell’oro rosso di Srebrenica. Crescono che è una meraviglia, da venticinque anni, sulla base di un’idea semplice (c’era qualcosa di più tradizionale dei lamponi e più facile da raccogliere e meno difficile da vendere?) che nel dopoguerra della Bosnia è diventata il lavoro, la riscossa, il futuro di cinquecento famiglie, non solo musulmane.

Nel 2003, Rada e Skendar misero insieme una decina di soci, quasi tutte donne bosgnacche, e scelsero proprio la parola italiana “Insieme”, perché i primi aiuti erano arrivati dal nostro Paese. Ma ora nella cooperativa ci sono entrati anche i croati e perfino i serbi: i nemici di ieri hanno avviato una cooperazione di pace.

La cooperativa “Insieme” è a Bratunac, un paese sulla riva occidentale della Drina, altro luogo di fosse comuni a dieci chilometri da Srebrenica. Un sopravvissuto su tre è voluto ritornare e oggi ci lavora per trasformare in succhi e marmellate le tonnellate di lamponi, di ribes rossi, di mirtilli e di fragole, a etichettare a mano vasetto per vasetto, bottiglia per bottiglia. Centocinquantamila piante l’anno, tre enormi vivai, la consulenza d’esperti italiani e cileni per esportare nel mondo le puree di frutta. Non è stato semplice convincere i rifugiati a restare, una volta tornati e ancora meno a lavorare con chi, trent’anni fa, dovevano combattere.

Lo sforzo è riassunto nel motto che i capannoni d’Insieme mostrano all’ingresso: “Per un mondo migliore non basta sognare, coi frutti della pace lo puoi anche cambiare”.

Tiziano Conti

Foto dal sito della Cooperativa Agricola Insieme