La Scuola dell’Infanzia Marri–S. Umiltà ha avviato un percorso di innovazione della propria offerta formativa attraverso l’approfondimento del Metodo Munari. Una scelta che nasce da un lavoro di formazione e confronto che ha coinvolto direttamente le insegnanti, con l’obiettivo di rafforzare la qualità educativa della scuola e offrire ai bambini esperienze sempre più attente ai loro tempi, ai loro interessi e alla loro capacità naturale di esplorare. Il percorso è stato guidato da Silvana Sperati, presidente dell’Associazione Bruno Munari, che ha accompagnato le docenti in una serie di incontri formativi svolti all’interno della scuola. Non un semplice corso teorico, dunque, ma un lavoro sul campo, “un cantiere” come definito da lei stessa, dentro le sezioni, accanto alle insegnanti e ai bambini.

Silvia Sperati, allieva di Munari, ha condotto un laboratorio formativo con i docenti di Sant’Umiltà il 10 giugno scorso

Silvana Sperati è, tra gli allievi e collaboratori diretti di Bruno Munari, la figura che più si è occupata dell’applicazione del metodo nella scuola dell’infanzia e nella fascia 0-6 anni. A partire dal 1987, insieme allo stesso Munari, ha contribuito a portare per la prima volta questo approccio all’interno della scuola dell’infanzia pubblica, traducendo i principi del “giocare con l’arte” in pratiche educative quotidiane, adatte ai bambini più piccoli. Un lavoro di ricerca e sperimentazione confluito anche nel volume Giocandoscoprendo. Sperimentare la creatività nella scuola dell’infanzia, pubblicato nel 1996 da La Nuova Italia di Firenze, con un’edizione curata dal presidente dell’Associazione Nazionale dei Pedagogisti Italiani.

“Un modo diverso di pensare l’educazione”

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«La formazione — racconta Sperati — si è svolta direttamente nella vita quotidiana della scuola. Ho condiviso intere giornate con le insegnanti e con i bambini, osservando gli spazi, i materiali, le relazioni, i tempi e il modo in cui i bambini si muovevano nelle attività. Al termine delle giornate ci fermavamo con le docenti per riflettere insieme su quanto emerso, valorizzare ciò che già funzionava e individuare nuove possibilità di lavoro». È proprio questo uno degli aspetti centrali del percorso: il Metodo Munari non viene introdotto come un pacchetto di attività già pronte, ma come un modo diverso di pensare l’educazione. «Non si tratta di applicare una ricetta — sottolinea Sperati — ma di imparare a osservare meglio i bambini, a predisporre contesti ricchi di possibilità e a lasciare spazio alla loro curiosità. L’insegnante non deve sostituirsi al bambino, ma accompagnarlo, preparare l’ambiente, scegliere con cura i materiali e osservare i processi che nascono».

Durante gli incontri, le insegnanti hanno approfondito e riletto alla luce del Metodo Munari temi che già fanno parte della loro pratica educativa quotidiana, come l’osservazione pedagogica, l’organizzazione degli spazi, la documentazione educativa, il valore del processo creativo e il rispetto dei tempi individuali. Aspetti che incidono concretamente sulla quotidianità scolastica: dal modo in cui vengono proposti i materiali alla libertà lasciata ai bambini di sperimentare, dal ruolo dell’adulto alla valorizzazione del percorso più che del risultato finale.

Alla base del Metodo Munari c’è infatti una precisa idea di bambino: non un semplice esecutore di consegne, ma un soggetto attivo, capace di osservare, manipolare, provare, sbagliare, riprovare e costruire conoscenza attraverso l’esperienza. «Nel lavoro con i bambini — spiega Sperati — il risultato finale non è l’aspetto più importante. Conta il percorso: come il bambino osserva, quali scelte compie, quali domande si pone, quali collegamenti costruisce mentre lavora».

Bruno Munari e il rapporto con Faenza

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Per comprendere questa scelta educativa è utile tornare alla figura di Bruno Munari, artista, designer, illustratore e sperimentatore tra i più originali del Novecento. Munari ha dedicato grande attenzione al mondo dell’infanzia, già dal secondo dopoguerra, quando iniziò a realizzare libri pensati per i bambini più piccoli: non semplici testi da leggere, ma oggetti anche da toccare ed esplorare. Da qui nasce una visione educativa fondata sul fare, sulla libertà di sperimentare e sul valore della creatività come metodo di conoscenza. A Faenza questo legame assume un significato particolare. La città, con la sua storica tradizione ceramica, è stata uno dei luoghi in cui l’approccio di Munari ha trovato terreno fertile. A partire dalla fine degli anni Settanta, Munari collaborò infatti con il Museo Internazionale delle Ceramiche, contribuendo a portare anche al Mic una nuova idea di didattica museale: non solo osservazione delle opere, ma esperienza diretta, manipolazione dell’argilla, scoperta delle tecniche attraverso il gioco e il fare. Il rapporto tra Munari e Faenza ha lasciato tracce importanti anche negli anni successivi. All’Isia è stata inaugurata la Biblioteca di Design e Arti Visive “Bruno Munari”, intitolata al maestro che fu anche tra gli ideatori del progetto didattico dell’Istituto. Sempre a Faenza è attivo anche Mabilab, spazio permanente dedicato alla didattica creativa e ceramica, gestito da Ivana Anconelli, storica allieva di Munari.

«Una scuola che sceglie di formarsi — osserva Sperati — investe prima di tutto sui bambini. La qualità dell’esperienza educativa dipende dallo sguardo degli adulti, dalla cura degli spazi, dalla scelta dei materiali e dalla capacità di rispettare i tempi di ciascuno. Nel Metodo Munari, questo significa proporre esperienze concrete: dai libri attivi alle scatole-gioco, dalla manipolazione di materiali diversi all’osservazione delle forme, dei colori e delle superfici. Per le famiglie, il percorso avviato dalla Marri–Sant’Umiltà è un segnale concreto di attenzione alla qualità educativa: al centro non c’è un prodotto uguale per tutti, ma il processo con cui ogni bambino esplora, scopre e costruisce soluzioni personali».

Francesco Savorani