Dopo oltre un mese senza notizie, il Comitato di Amicizia – gruppo di Modigliana ha ricevuto un messaggio da don Pierre Kiema, parroco di Diabo, in Burkina Faso. Il sacerdote, da anni legato alla comunità modiglianese, ha raccontato le drammatiche settimane vissute a causa dei ripetuti attacchi terroristici che hanno colpito la zona, rassicurando gli amici italiani sul ritorno di una relativa normalità e aggiornandoli sui progetti sostenuti grazie alla solidarietà.

Un legame nato nel 2015 tra Modigliana e Diabo

Fin dalla sua nascita, nel 2015, su iniziativa dell’allora parroco di Modigliana, don Massimo Goni, il Comitato di Amicizia – gruppo di Modigliana si è impegnato nel sostegno di iniziative benefiche con particolare attenzione alla parrocchia di Diabo, nella diocesi di Fada N’Gourma, in Burkina Faso, una delle aree più svantaggiate dell’Africa.

In collaborazione con il Comitato di Amicizia di Faenza, nel corso degli anni sono state realizzate diverse opere a favore della promozione umana e della scolarizzazione della popolazione locale.

Più recentemente, all’inizio di aprile 2026, il gruppo modiglianese aveva finanziato la costruzione di un pozzo in un villaggio vicino a Diabo e aveva inviato aiuti economici alla vedova del catechista Eric, ucciso dai terroristi, per sostenere lei e la scolarizzazione delle figlie.

Il silenzio e poi il messaggio di don Pierre

Da fine aprile il Comitato non aveva più ricevuto notizie da don Pierre Kiema, sacerdote cinquantaquattrenne del Burkina Faso, legato da un profondo rapporto di amicizia con il gruppo e con la comunità parrocchiale di Modigliana, presso la quale aveva svolto servizio pastorale durante un soggiorno di circa un mese negli anni scorsi.

Mercoledì 10 giugno, però, è arrivato un messaggio inviato al responsabile del Comitato, Luigi Tomba.

«Ciao. Per quanto lunga sia la notte, il giorno arriverà. Ti scrivo per scusarmi e spiegare il mio silenzio. Da aprile abbiamo subito diversi attacchi terroristici che hanno causato molte vittime. Maggio, però, è stato ancora più difficile per noi. Atti barbari si verificavano quasi quotidianamente: rapimenti e incursioni per uccidere persone e rubare bestiame e proprietà. Vivevamo in un’indicibile insicurezza. Ogni giorno fuggivamo per salvarci la vita. Diabo era diventata una giungla».

«Non era scontato saremmo sopravvissuti»

Nel suo racconto, don Pierre spiega che soltanto dopo il 28 maggio sono arrivati i rinforzi.

«Dei 64 villaggi che compongono Diabo, ne sono rimasti solo una decina. Tutti gli altri villaggi sono fuggiti e ora si trovano nel centro di Diabo. È una situazione davvero drammatica. Questi banditi volevano prendere Diabo, ma abbiamo resistito fino all’arrivo dei rinforzi. I giorni erano una corsa contro il tempo e le notti insonni».

Il sacerdote aggiunge di aver preferito non comunicare con gli amici italiani durante quei momenti drammatici.

«Durante questo periodo di lotta per la sopravvivenza, non volevo spaventarti, perché non era scontato che saremmo sopravvissuti. Abbiamo avuto la mano di Dio, che ci ha salvati. Ora la situazione sta tornando alla normalità».

Gli aiuti arrivati a destinazione e il nuovo pozzo quasi completato

Nel messaggio non mancano i ringraziamenti rivolti alla comunità modiglianese.

«Vi ringrazio ancora per il vostro sostegno e la vostra pazienza. La studentessa Yougbaré Larissa ha ricevuto l’aiuto offerto e vi ringrazia. Anche la vedova del catechista Eric, ucciso dai terroristi, vi ringrazia».

Don Pierre aggiorna inoltre sull’avanzamento del progetto finanziato dal Comitato di Amicizia.

«Il pozzo è stato scavato con una portata di 5 metri cubi e una profondità di 80 metri. La torre dell’acqua verrà messa in sicurezza e la recinzione inizierà a breve. Tra una settimana tutto sarà finito e avrete un resoconto completo».