In un tempo scandito da partite, pronostici e discussioni sportive, il Vangelo invita a lasciare la tribuna e a riscoprire la responsabilità personale nella missione della Chiesa. Una riflessione che, attraverso il linguaggio del calcio, richiama ogni battezzato a diventare protagonista della propria fede.

Dal divano alla missione

In queste settimane l’aria è densa di partite e pronostici. Eppure, per noi italiani, questo Mondiale di calcio ha un sapore amaro: lo stiamo vivendo da spettatori, seduti sul divano di casa. Guardiamo gli altri correre e magari facciamo i professori a tempo perso, perché la nostra maglia azzurra, su quel rettangolo verde, purtroppo non c’è.

Il rischio più grande, tuttavia, è applicare questa «sindrome da divano» alla nostra fede. Spesso ci accomodiamo in tribuna a guardare i sacerdoti o «quelli bravi» della parrocchia darsi da fare, limitandoci a commentare o a criticare se la pastorale non gira come vorremmo.

Il Vangelo di domenica scorsa è arrivato però a spegnere la televisione e a toglierci il telecomando dalle mani. Gesù guarda la folla e ne ha compassione: la vede «stanca e sfinita, come pecore senza pastore», schiacciata dalle fatiche della vita. Di fronte a questo scenario, il Maestro non fa il commentatore tecnico. Convoca i dodici e dice: «La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi. Andate». Tradotto: «Basta stare a guardare. Vi ho dato la maglia (la veste bianca del Battesimo), si scende in campo».

La squadra degli imperfetti

Se noi fossimo i Ct di una Nazionale, cercheremmo i professionisti perfetti. La lista dei convocati di Gesù, invece, farebbe venire i brividi a qualsiasi esperto: c’è Pietro, il capitano impulsivo che negherà di conoscere l’Allenatore; Giacomo e Giovanni, i «figli del tuono», così irascibili da voler invocare fuoco dal cielo; Matteo il pubblicano, collaborazionista dei romani e traditore della patria; e Simone lo Zelota, un partigiano che i romani li combatteva con le armi.

Mettere insieme un esattore delle tasse e un rivoluzionario significa infilare nello spogliatoio una bomba a orologeria. A loro si aggiungono Tommaso, l’iper-razionale, e persino Giuda il traditore. Gesù, però, non cerca i «professionisti della santità»: convoca gli imperfetti e, facendoli giocare insieme, li trasforma in una squadra. La Chiesa non è una squadra per soli Palloni d’Oro, ma la Nazionale di Dio, formata da persone fragili che hanno accettato l’invito del Signore.

Il centro del gioco è Gesù

I Mondiali lo insegnano: l’individualismo fa perdere, si vince solo se si fa squadra. Nelle nostre comunità il segreto è lo stesso: il centro del gioco resta Gesù. Non si gioca per mettersi in mostra o per fare «falli da dietro» con il pettegolezzo, ma per passare la palla dell’amore di Dio a chi è rimasto fuori dallo stadio della vita.

La tattica scelta da Cristo è spiazzante: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». È la logica della gratuità. L’Italia non giocherà pure i Mondiali, ma la buona notizia è che noi siamo convocati nella Nazionale di Gesù. Per nessuno è prevista la panchina o il divano. Non importa l’età o se in passato abbiamo sbagliato rigori clamorosi. L’Allenatore oggi ci guarda e dice: «Fidati di me. Mettiti le scarpe ed entra in campo».

don Tiziano Zoli
Consulente ecclesiastico Csi Faenza