È stata la grande festa di “Azzurro”, la canzone simbolo di don Italo Cavagnini e dei suoi ragazzi. Una melodia che ha accompagnato intere generazioni di giovani faentini e che, a cento anni dalla nascita del sacerdote spentosi nel 2011, è tornata a risuonare nel cuore della città.
“Azzurro”, la canzone che raccontava le estati dei ragazzi di don Italo
(Foto Andrea Saviotti)
Se c’è una colonna sonora capace di sintetizzare l’esperienza umana ed educativa di don Italo Cavagnini, questa è “Azzurro”. Il celebre brano scritto da Vito Pallavicini e Paolo Conte e portato al successo da Adriano Celentano nel 1968 racconta l’estate di chi rimaneva in città. Una fotografia che coincide con la realtà di molti giovani faentini dell’epoca. Erano anni in cui restare a Faenza durante l’estate significava fare i conti con giornate lunghe e poche opportunità di svago. Don Italo seppe trasformare quella condizione in una straordinaria occasione educativa, offrendo ai ragazzi luoghi, strumenti musicali e relazioni. Lo ha ricordato dal palco il maestro Rodolfo Santandrea, tra i musicisti più noti cresciuti nel vivaio del sacerdote. «Cantare “Azzurro” nel 1968 non era solo un divertimento, un obbligo aggregativo. Studiare quel brano insieme per migliorarsi era una scuola di formazione altissima. Don Italo aveva capito prima di tutti che la musica moderna era lo strumento perfetto per creare comunità». Per quei ragazzi, “Azzurro” non era solo una canzone di successo, ma il racconto delle loro estati, trascorse tra prove, concerti in giro per l’Italia e sogni condivisi sotto la guida di un sacerdote che aveva intuito il potere educativo della musica molto prima di altri.
Dalla Messa in Cattedrale alla grande festa in piazza



(Foto Andrea Saviotti)
Le celebrazioni per il centenario lunedì 1° giugno – organizzate dall’associazione Pavone d’Oro e curate da Paolo Giovannini e Rodolfo Santandrea – si sono aperte con la messa in suffragio nella Cattedrale di Faenza, celebrata da don Marco Ferrini attuale presidente dell’associazione Pavone d’Oro e don Dante Albonetti, poi tutti in una piazza della Libertà gremita da centinaia di persone. Sul palco si sono esibiti musicisti e gruppi legati alla storia del Pavone d’Oro, ripercorrendo attraverso le canzoni decenni di musica faentina. Le esibizioni si sono intrecciate con testimonianze personali e aneddoti che hanno restituito il ritratto autentico del sacerdote. Tra questi gli Angeli Neri, Eucalyptus, Meteore, Amedeo Cicoria, ma anche giovani come la Big Band di Artistation e ex concorrenti del Pavone D’Oro in un dialogo tra generazioni che ha rappresentato idealmente il passaggio di testimone tra chi visse direttamente l’esperienza di don Italo e chi oggi ne raccoglie l’eredità culturale. A condurre la serata, Rodolfo Santandrea insieme a Pierluigi (Gioba) Samorini, che hanno accompagnato il pubblico attraverso racconti, ricordi e tanta musica. Nel corso della separata anche un siparietto tra Santandrea e il figlio Marco, autore delle seguitissime rubriche social “Faenza in un minuto” e “Romagna in un minuto”.
Don Marco Ferrini: «Mi sono tremate le gambe»
Sul palco anche don Marco Ferrini, attuale presidente dell’Associazione Pavone d’Oro. «Quando mi hanno chiamato a raccoglierne il testimone mi sono tremate le gambe», ha raccontato ricordando un episodio emblematico della personalità di don Italo. Nei primi anni Ottanta, durante una serata del Festival dell’Unità, don Italo salì sul palco per recitare il Padre Nostro davanti al pubblico. Un gesto che racconta bene il suo modo di vivere il ministero, totalmente fuori dagli schemi per l’epoca. Nato nel 1926 a Bione, in provincia di Brescia, don Italo arrivò a Faenza nel 1946. Da giovane seminarista collaborò con monsignor Carlo Baronio – ora Servo di Dio – all’istituto “Figli del Popolo”, avviando un percorso che lo avrebbe portato a diventare una delle figure più amate della città. Sacrista del Duomo e instancabile animatore, dedicò la propria vita ai giovani. Nel vecchio Seminario mise gratuitamente a disposizione strumenti musicali, sale prove e attrezzature in anni in cui per molti ragazzi possedere una chitarra o un amplificatore era un lusso. Nel 1969 fondò il Pavone d’Oro, destinato a diventare una delle più importanti esperienze musicali giovanili del territorio. Don Italo è stato capace di lasciare una traccia: non nostalgia di un tempo passato, ma un modo di fare comunità vivo tutt’ora.
Barbara Fichera























