L’urna di Santa Umiltà tornerà a Faenza in occasione dell’ottavo centenario della nascita (1226-2026). Ad annunciarlo il vescovo Mario, che ha confermato che «nella seconda metà di settembre avremo la traslazione del corpo della Santa a Faenza, con momenti di devozione, riflessione e formazione, specie delle nuove generazioni che, forse, non conoscono a fondo le peculiarità della vita di santità di una grande donna faentina che, con le sue monache, si trasferì a Firenze. Auspico – ha concluso monsignor Toso – che il ritorno dell’urna possa far fiorire nel nostro tempo una profonda passione per la santità, ossia il desiderio di dedicare tutta la propria vita al Signore e alla realizzazione del suo Regno».
Rosanese Negusanti poi chiamata Umiltà compatrona di Faenza
Rosanese Negusanti alla nascita e poi chiamata Umiltà, nasce a Faenza nel 1226, anno in cui muore Francesco D’Assisi. Faenza è la sua culla ed è chiamata santa Umiltà da Faenza. È compatrona della città natale e pertanto all’ombra del manto della Beata Vergine Delle Grazie protegge la nostra amata città, dove da ben 760 anni vive la comunità monastica delle sorelle di santa Umiltà. Leggendo gli scritti di santa Umiltà (i suoi Sermoni, una raccolta di discorsi e di preghiere) non è difficile scoprire quantoamore ed ammirazione la unisse alla Madre di Dio. Gli stessi agiografi ci raccontano che, ancora bambina, lei si affidò totalmente a Maria. Fu Maria che le chiese di fondare il monastero faentino che poi Umiltà le intitolò (Monastero di Santa Maria Novella o della Malta) e, come scrive la stessa Santa, fu Maria che le ordinò di «fare la coperta al re con gemme di tre colori», cioè di tessere le riflessioni spirituali alle sue monache, durante il tempo dell’Avvento, confluite nei primi Sermoni della raccolta. Nel comporre i suoi Sermoni, santa Umiltà rivela grande originalità: pur attingendo dalla Sacra Scrittura e dalla tradizione che accoglie integralmente, riesce a dire in modo nuovo e ricchissimo di immagini le verità della fede. Ciò accade anche quando parla di Maria, a cui dedica due interi sermoni: il III e il IX. Il IX è un florilegio di lodi a Maria – una raccolta di invocazioni tradizionali, miste ad espressioni e invocazioni proprie di santa Umiltà – il III è una conferenza spirituale sull’importanza di Maria nella storia della salvezza.
Santa Umiltà la inizia con un invito, dai chiari riflessi biblici: Venite, figli, alla mensa imbandita, succulenta e ben provvista, dove si trovano pietanze fragranti dal sapore squisito. Venite con me, avviciniamoci alla mensa; gustate e vedete se davvero è così (cfr. Pr 9,1-6; Is 55,1-3). L’immagine della mensa divina, che nell’universo simbolico cristiano richiama di per sé l’altare consacrato dove il pane ed il vino divengono il corpo e il sangue di Cristo, per la nostra Mistica si addice dunque a Maria, il cui corpo è per lei l’altare consacrato, il luogo che Dio si è scelto per trasformare la carne e il sangue nel corpo del Suo Figlio. Lungo il sermone, il Figlio viene raffigurato con i simboli del cibo, del grano, del frutto, dell’uva, dell’acqua di sorgente così, Maria, la Madre, diviene tavola apparecchiata, terra e campo in cui raccogliere le spighe, frutteto e albero da cui staccare il frutto, vigna dove vendemmiare l’uva, sorgente a cui attingere l’acqua che disseta.
Madre Gian Paola














