Un sacerdote, educatore e punto di riferimento per intere generazioni di giovani faentini. A cento anni dalla nascita di don Italo Cavagnini, la città ricorda il fondatore del Pavone d’Oro e il suo straordinario impegno umano e musicale con una giornata di festa, testimonianze e concerti.

I 100 anni dalla nascita di don Italo, spentosi nel 2011

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Don Italo Cavagnini

Non era soltanto il sacerdote che andava a cercare i ragazzi per strada «perché non facessero una brutta fine». Don Italo Cavagnini è stato un educatore capace di intuire talenti, creare relazioni e trasformare la musica in uno strumento di crescita umana. Negli anni Sessanta e Settanta, in una Faenza che offriva poco ai giovani, il vecchio Seminario diventò grazie a lui un incredibile laboratorio musicale e culturale. Qualcuno ha ricevuto in regalo un basso, una chitarra, un atastiera, ma tutti avevano a disposizione una sala prove con strumenti e attrezzature completamente gratuiti. E poi c’era lui: il “don”, sacrista del Duomo, che dopo aver chiuso le porte della chiesa accompagnava i “suoi” ragazzi in giro a suonare, rifocillandoli con pane e mortadella. Dormiva due ore a notte: di giorno sacrista e di sera a bordo di un vecchio pulmino ad accompagnare le band a esibirsi. Non è stato un sacrificio vano. Da quel vivaio sono usciti musicisti di successo, come Rodolfo Santandrea, i fratelli Fabrizio e Fosco Foschini, Paolo Giovannini e il compianto Pape Gurioli, solo per citare i più famosi. Molti altri hanno portato la musica nel cuore, trasmettendo quella passione a figli e nipoti. Difficile spiegare oggi cosa abbia rappresentato don Italo per quelle generazioni cresciute in provincia, in anni segnati dall’ombra dell’eroina e dal rischio dell’emarginazione. Don Italo offriva un’alternativa gratis: amicizia, musica, sport.

Il talento scoperto in Duomo: il racconto di Rodolfo Santandrea

Tra coloro gli “ex ragazzi” di don Italo c’è Rodolfo Santandrea, cantautore, compositore e musicista faentino (nelle foto sopra alle prime edizioni del Pavone D’Oro) che nel 1984 conquistò il Premio della Critica al Festival di Sanremo con il brano e La fenice, scritto insieme a Riccardo Cocciante. Santandrea ricorda di aver conosciuto don Italo da bambino, quando frequentava l’oratorio salesiano e il Duomo insieme alla famiglia. «Avevo sei o sette anni – racconta –. Mio padre faceva l’artigiano e la domenica andavamo a Messa in Duomo. Don Italo sentì che avevo un certo colore di voce e mi disse che avrei dovuto studiare musica. Mio padre non poteva permetterselo, ma la signorina Matteucci, insegnante di pianoforte, disse: “Quando troviamo un talento vogliamo sostenerlo”». Fu l’inizio di un percorso destinato a segnare la sua vita. Crescendo, Santandrea iniziò a frequentare il vecchio Seminario, dove nacquero gruppi storici come le Comete, le Meteore, gli Ohm, gli Angeli Neri.

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Rodolfo Santandrea con la sua sua prima band, i Money

«Lì c’era la possibilità di suonare davvero – ricorda –. Don Italo ci metteva a disposizione strumenti e sale prove. Era un rito comune fare musica. Non era soltanto imparare tecnica: era crescere insieme». Un’esperienza che il musicista considera ancora oggi fondamentale anche dal punto di vista umano. «Il Conservatorio ti insegna la disciplina e lo studio solitario. Ma con don Italo si imparava a condividere. Fare musica insieme andava oltre la musica stessa. Guardando oggi la mia vita e il mio lavoro, capisco quanto quell’esperienza sia stata importante». Sempre in quegli anni nacque il primo concorso canoro, antesignano del Pavone d’Oro. «Era il 1968 – ricorda Santandrea – e partecipai a sei anni a questo concorso delle voci nuove, a cui seguì, nel 1969, la prima edizione del Pavone d’Oro, alla quale mi ripresentai». Poi, a tredici anni, la prima band: i Money, «con altri ragazzi del Borgo».

Classe 1961, Santandrea ha poi studiato al Conservatorio e ha attraversato mondi musicali molto diversi: cantautorato, musica classica, teatro e televisione. Dopo il successo sanremese, ha collaborato con artisti come Ennio Morricone, Bruno Canfora, Gabriella Ferri, Patty Pravo, Maurizio Costanzo, Raffaella Carrà, Edoardo Bennato e Riccardo Cocciante. Fondatore della Camerata Veneziana (foto sopra) che tutt’ora dirige, dal 2013 collabora come compositore con lo scrittore e regista Fausto Brizzi. Negli ultimi anni ha scelto anche una strada particolare: quella dell’artista di strada. «La musica è un linguaggio universale – racconta –. Venticinque anni fa ero in Giappone per un’opera di Gian Carlo Menotti e decisi di riprendere un’esperienza fatta da ragazzo a Parigi: suonare per strada. Mi misi con il violino a una fermata della metropolitana di Tokyo. Quando caddero le prime monetine capii che quella cosa funzionava ovunque». Da allora il “violinista solitario” ha portato la propria musica in Italia e all’estero, da Venezia a Roma, dai piccoli borghi fino alle grandi città europee. «Suonare per strada toglie tutte le sovrastrutture – spiega –. Restano soltanto la musica e le persone. È un modo per respirare il mondo reale».

Paolo Giovannini: «Don Italo era un secondo padre»

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Don Italo Cavagnini

Anche Paolo Giovannini, storico coordinatore del Pavone Rock, appartiene alla generazione cresciuta nel vivaio musicale creato da don Italo. Musicista e insegnante di chitarra, fondatore insieme a Gaetano Barbarito e Raffaele Montanari del Trio Italiano, Giovannini ricorda con emozione quegli anni. «Conobbi don Italo tra il 1969 e il 1970. Padre Albino ci disse che cercava ragazzi per formare una band e nacquero così le Meteore. Avevo quattordici anni». Don Italo sapeva essere generoso, dando fondo alle sue finanze per incoraggiare i ragazzi «Non avevamo soldi, ma lui ci portò a Bologna alla Casale Bauer: un sogno. La mia prima chitarra elettrica me l’ha regalata lui». La musica diventava così anche uno strumento educativo e sociale. «Don Italo aiutava chi aveva voglia di mettersi in gioco. Organizzava musica, tornei di calcio e basket, momenti di aggregazione. Dopo si mangiava tutti insieme. Era un paradiso per i ragazzi». E aggiunge: «Per me è stato un secondo padre. Lo faceva senza interesse personale, soltanto per spirito di servizio. Senza di lui la nostra adolescenza sarebbe stata completamente diversa».

Il “prete rock” che fece grande la musica faentina

Nato nel 1926 a Bione, nel Bresciano, don Italo Cavagnini arrivò a Faenza nel 1946 come giovane seminarista collaboratore di monsignor Carlo Baronio all’istituto “Figli del Popolo”. Da sacerdote trasformò la propria missione pastorale in un’instancabile opera educativa rivolta ai giovani. Nel 1969 inventò il Pavone d’Oro, manifestazione destinata a diventare un punto di riferimento per la musica cittadina. Sul palco salirono cantanti in erba e gruppi musicali destinati negli anni a lasciare il segno. Grazie a lui, Faenza visse una straordinaria stagione musicale fatta di band, sale prove, concerti e nuove vocazioni artistiche. Nel 1996 la città gli conferì la cittadinanza onoraria e l’onorificenza di Faentino sotto la Torre.

Musica e memoria per i cento anni di don Italo

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L’associazione Il Pavone d’Oro ricorderà don Italo Cavagnini lunedì 1° giugno, giorno del suo centesimo compleanno. L’appuntamento inizierà alle 18 con la Messa in Cattedrale concelebrata da don Marco Ferrini, presidente dell’associazione Il Pavone d’Oro, e da don Dante Albonetti. La celebrazione sarà animata dal coro delle voci bianche del Pavone d’Oro. A seguire, a partire dalle 19.30 in piazza della Libertà, si terrà un concerto con band storiche e gruppi contemporanei. Saliranno sul palco Ohm, Angeli Neri, Meteore, Trio Italiano, Amedeo Cicoria, Eucalyptus, insieme ai vincitori delle recenti edizioni del Pavone d’Oro, alla big band di Artistation e a numerose testimonianze di chi ha conosciuto don Italo. L’iniziativa, curata da Rodolfo Santandrea e Paolo Giovannini in collaborazione con il Caffè Corona, vuole essere soprattutto una festa. «Non una commemorazione – spiegano gli organizzatori – ma un’occasione per riscoprire il valore umano e sociale dell’esperienza costruita da don Italo Cavagnini».

Barbara Fichera