Gabriele Pirazzini ha 30 anni ed è nato a Faenza. Candidato nella lista del Partito democratico alle elezioni comunali di Faenza, è cresciuto in Borgo, dall’anno scorso si è invece trasferito nel centro storico. Laureato in Ingegneria Biomedica, ha conseguito un dottorato di ricerca in Bioingegneria con specializzazione in neuroscienze cognitive. Attualmente è un ricercatore al CNR di Bologna dove si occupo di studiare il funzionamento del cervello e come le sue cellule comunicano fra di loro. “non mi piace però definire una persona solamente dal proprio lavoro – ci racconta -. Credo che siano importanti anche le scelte che si compiono, le relazioni che si costruiscono e i valori in cui si crede. Per questo vorrei citare anche il mio impegno nell’associazionismo in diverse realtà giovanili ed europeiste della nostra città e nelle esperienze educative a Sant’Antonino. Faenza è una città che mi ha dato tanto e forse proprio per questo nasce la mia candidatura: per provare a restituire qualcosa alla comunità che mi ha formato.
Intervista a Gabriele Pirazzini, candidato al consiglio comunale di Faenza
Sei uno dei più giovani della lista. Cosa ti ha spinto a entrare nel PD e perché?
Mi sono iscritto al Partito Democratico in seguito alle elezioni regionali del novembre 2024, dove nel mio piccolo ho dato una mano alla campagna di Michele de Pascale e, insieme a tanti altri giovani di Faenza – fra cui anche un’altra candidata del Partito Democratico, Giulia Bassani – al candidato Niccolò Bosi, poi eletto consigliere regionale. Mi sono iscritto anche perché credo ancora nei partiti, che non devono essere visti come strutture chiuse o autoreferenziali ma come strumenti democratici indispensabili per fare da ponte e da rappresentanza tra la cittadinanza e le istituzioni. Molto spesso sento lamentarsi dei partiti (e a volte anche con buone ragioni) ma se nessuno prova a renderli più aperti, attivi e vicini alle persone, è impossibile che cambieranno da soli.
Cosa spinge un giovane a entrare in politica per la sua città? E cosa significa per te “fare politica”?
Ricordo una frase che sentii alla Festa dell’Unità nazionale del 2019, e che mi è sempre rimasta impressa: “la politica è la più meravigliosa delle esperienze collettive”. Mi ci ritrovo molto, ancor di più a livello locale. Per me fare politica significa mettersi concretamente al servizio della propria città per migliorare la vita delle persone che la abitano. Significa ascoltare i bisogni dei cittadini, studiare i problemi, cercare soluzioni, mediare tra esigenze diverse e assumersi anche delle responsabilità. In un certo senso credo di aver sempre fatto politica, anche prima di entrare in un partito o di candidarmi: nelle associazioni, nelle esperienze educative, nei gruppi giovanili, nei momenti di confronto pubblico. La candidatura è stata quindi un passo in più, in continuità con il percorso fatto fin qui. Dopo anni di studio, lavoro e impegno civico fuori dalle istituzioni, ho sentito che fosse arrivato il momento giusto per mettermi in gioco in modo ancora più diretto.
Cosa non può assolutamente mancare nella Faenza del futuro?
Prima di tutto una forte attenzione a sanità, istruzione, welfare e servizi per tutti, perché una comunità è davvero forte solo se non lascia indietro nessuno. Quindi con un occhio di riguardo per le persone più fragili, per chi è più solo, per chi fa più fatica ad accedere alla casa, al lavoro, alla cura. Il Comune può fare molto da questo punto di vista, ad esempio abbattendo le barriere architettoniche a mano a mano che si fa manutenzione del territorio, affrontando il problema abitativo con un “Piano casa” organico, lavorando per garantire a ogni bimbo un posto in un asilo nido comunale o convenzionato. Non deve poi mancare ciò che rende la città “viva e in movimento”: eventi, iniziative culturali e creative, occasioni di informazione e sensibilizzazione. Una città non è fatta solo di servizi, ma anche di relazioni, partecipazione e luoghi in cui incontrarsi. In quest’ottica la valorizzazione del riconoscimento Città Creativa Unesco giocherà un ruolo importante. Credo poi serva continuare a dare a Faenza un respiro europeo, una mentalità aperta, la capacità di attrarre idee, risorse e competenze. Infine, ma non per importanza, la sicurezza: una parola che per me va intesa in modo ampio. Sicurezza significa poter vivere serenamente gli spazi pubblici ma anche cura del territorio, prevenzione del rischio idrogeologico, attenzione alle fragilità sociali, alla qualità urbana e sviluppo di fiducia tra cittadini e istituzioni. Dopo quello che Faenza ha vissuto negli ultimi anni, credo che questo tema non possa essere ridotto a uno slogan ma vada affrontato con serietà e concretezza.
Tre aggettivi per descrivere la tua lista.
Plurale: perché tiene insieme storie, competenze, età e sensibilità diverse. Poi fortemente radicata: perché nasce da persone che vivono Faenza, la conoscono, la frequentano nelle associazioni, nel lavoro e nella politica. Infine, allo stesso tempo coesa: perché, pur nella diversità, c’è una visione comune di città e una volontà condivisa di sostenere il progetto di Massimo Isola e di tutta la coalizione di centrosinistra.
Quali sono i punti salienti della vostra lista?
Sono tutti punti che toccano concretamente la vita delle persone: in primo luogo i grandi pilastri del welfare state, istruzione e sanità, ma anche diritti sociali e civili, sicurezza, tutela dell’ambiente, infrastrutture e mobilità, sviluppo economico e cultura. Credo che il valore della nostra lista sia proprio quello di non proporre slogan tra loro isolati, ma una visione complessiva di città. Oggi i problemi sono sempre più complessi e interconnessi: tutti i temi sopraelencati non possono essere affrontati come compartimenti stagni. Serve una visione d’insieme, capace di riconoscere questa complessità senza banalizzarla e di tenere insieme bisogni diversi dentro un progetto comune.
Cosa porterai di tuo in questa esperienza e nel possibile ruolo di consigliere comunale?
Nei tanti anni di associazionismo ho imparato che le cose funzionano quando si ascoltano davvero tutti i punti di vista, anche quando sono molto diversi tra loro. Ho imparato che lavorare insieme significa non partire dall’idea di avere già tutte le risposte, ma provare a costruirle confrontandosi, facendo sintesi e valorizzando il contributo di ciascuno. Dal mio percorso nella ricerca scientifica vorrei portare invece un metodo: non scoraggiarsi davanti alla complessità, studiare a fondo i problemi, non banalizzare le questioni e cercare soluzioni anche quando non sono immediate. La ricerca insegna pazienza, metodo e serietà: qualità che credo possano essere molto utili anche in politica. In questi mesi, confrontandomi con tanti amici, conoscenti e professionisti di diversi settori, ho scritto anche un mio “programma” personale, ovviamente coerente con quello della coalizione di centrosinistra. L’ho fatto per spiegare meglio quali sono i temi che mi appassionano, dove vorrei impegnarmi concretamente nei prossimi anni e su quali ambiti credo, per il mio percorso personale e professionale, di poter dare un contributo reale. Insomma, proposte e direzioni di lavoro nelle quali mi riconosco davvero.
Se c’è, qual è per te un punto della lista che senti maggiormente tuo?
Nel programma che ho citato prima, ho individuato tre macrotemi in linea con il mio percorso professionale e personale – europeismo, giovani e volontariato, scienza e ricerca – e altri tre temi sui quali mi piacerebbe concentrare l’impegno futuro: cultura e creatività, coesione sociale e benessere, trasformazione urbane. Europeismo significa apertura, capacità di attrarre risorse e costruire relazioni oltre i confini locali; giovani e volontariato significano partecipazione, energie nuove e cura della comunità; scienza e ricerca significano metodo, formazione, innovazione e capacità di leggere le trasformazioni del presente. A questi si aggiungono cultura e creatività, perché una città viva è anche una città più attrattiva e coesa; coesione sociale e benessere, perché nessuno deve restare indietro; e trasformazione urbana, perché Faenza deve cambiare sapendo proteggere il proprio territorio e la propria identità.
Come si fa a portare concretamente l’Europa in Comune?
“Portare l’Europa in Comune” significa prima di tutto smettere di considerarla qualcosa di lontano e sfuggente. L’Europa entra già concretamente nella vita di una città quando porta risorse, scambi, progetti, diritti, opportunità formative e culturali. Lo dico anche a partire dalla mia esperienza personale: sono iscritto al Movimento Federalista Europeo e, insieme alla sezione faentina, abbiamo scritto un appello rivolto ai candidati sindaco e consiglieri, che ho convintamente sottoscritto. In quell’appello sono indicati strumenti, progetti e iniziative concrete che la prossima amministrazione dovrebbe seguire e realizzare affinché l’Europa non resti solo uno sfondo o un riferimento occasionale, ma diventi una scelta politica esplicita del Comune nel mandato 2026-31. Concretamente, significa ad esempio rafforzare uffici come quello di europrogettazione del Comune e dell’Unione della Romagna Faentina (fortemente voluto dall’attuale amministrazione nel 2021). Significa fare da ponte tra associazioni, scuole, cittadini e il Comune, affinché le opportunità europee non restino patrimonio di pochi addetti ai lavori. Poi ci sarebbe tanti altri temi, anche identitari: valorizzare le ceramiche faentine attraverso il percorso per l’Indicazione Geografica Protetta, celebrare nel 2028 il sessantesimo anniversario del Premio Europa conferito a Faenza nel 1968, rafforzare i rapporti con le città gemellate e con le diverse reti europee, e tanto altro.
Le nuove generazioni sono davvero distaccate dalla politica? Come superare la disaffezione?
Non credo che le nuove generazioni siano distaccate dalla politica in senso lato. Credo piuttosto che spesso cerchino forme, linguaggi e luoghi diversi da quelli tradizionali per esprimere il proprio impegno. La politica infatti, come già dicevamo prima, si fa in tanti altri modi: nelle associazioni di volontariato, nelle mobilitazioni e battaglie per i diritti, nelle piazze, nelle scuole, ecc. Penso alle diffuse e partecipatissime manifestazioni dello scorso autunno per richiamare l’attenzione pubblica sul genocidio che sta avvenendo a Gaza, oppure alle più recenti mobilitazioni per il referendum sulla giustizia, dove la forte affluenza delle fasce under 30 ha avuto un ruolo importante nella vittoria del “NO”. Il punto, per me, non è che i giovani non si interessino: è che spesso il loro interesse, il loro impegno e i loro sforzi non vengono ascoltati e recepiti dalle istituzioni, a qualunque livello. Per superare questa disaffezione bisogna provare a coinvolgerli davvero. Nel programma di coalizione proponiamo strumenti come un’assemblea cittadina permanente under 30 e richiamiamo esperienze come lo “Youth Test Comunale”, implementato negli ultimi anni dal Comune di Parma, per valutare l’impatto generazionale delle decisioni pubbliche. L’idea di fondo è piuttosto semplice: le scelte che riguardano il futuro della città devono essere discusse e condivise soprattutto da chi quel futuro lo vivrà. Termino con qualche esempio personale e concreto, che non fa statistica ma almeno ben sperare: durante questi mesi di campagna elettorale ho provato a coinvolgere per darmi una mano anche una piccola squadra di giovani, che innanzitutto voglio ringraziare. Alcuni hanno vent’anni o poco più e mi hanno detto che stanno pensando di iscriversi effettivamente ad un partito per impegnarsi più attivamente. Questo dimostra che, se la politica viene vissuta sì in modo serio ma anche con entusiasmo dando fiducia a questi ragazzi, può tornare davvero ad attirare energie nuove.
Ti abbiamo visto attivo al gioco FantaFaenza. Cosa ne pensi di questa iniziativa?
Rimanendo in tema la vedo come un’iniziativa interessante soprattutto perché ha avvicinato una parte della popolazione giovanile a queste elezioni. Magari alcune persone, senza questo “gioco”, si sarebbero interessate meno alla campagna elettorale o l’avrebbero vissuta come qualcosa di distante. Naturalmente credo anche che la politica sia una cosa seria e importante, che va rispettata. Quindi ben vengano linguaggi nuovi, ironia, leggerezza e creatività, purché restino dentro un clima positivo e non diventino mai un modo per svilire le persone o il confronto pubblico. Io, ad esempio, verso la fine della campagna elettorale ho dedicato una domenica a raccogliere qualche bonus. Mi sembrava giusto viverla così: non come il centro della campagna, che per me è fatta soprattutto di incontri, contenuti e confronto, ma come un momento più leggero, ludico e di relax dentro settimane molto intense e impegnative.
Squadra del cuore?
Tifo Juventus per una questione prettamente familiare. È una passione che mi ha trasmesso mio nonno con il quale, quando gli impegni e il tempo lo permettono, cerco ancora di guardare più partite possibili. Anche se, diciamolo, le ultime stagioni non sono state esattamente piacevolissime.
In generale cosa ti aspetti da questa esperienza?
Arrivati praticamente alla fine della campagna elettorale (oggi è venerdì 22 maggio) posso dire che questa esperienza mi ha già dato molto. Mi ha permesso di conoscere meglio Faenza, di incontrare persone, associazioni, realtà diverse della città, di raccogliere proposte e anche critiche utili. Una cosa a cui ho tenuto fin dall’inizio è stata non vivere questa campagna da solo. Ho cercato di costruire un percorso condiviso, perché credo che la politica abbia senso solo se nasce dal confronto e dal lavoro con gli altri. Da questo punto di vista sono molto grato a tutte le persone che mi hanno dato una mano, anche solo con un consiglio, un’idea, un volantino distribuito o una serata passata insieme. Qualunque sarà il risultato, sono contento di essermi messo in gioco. Se poi dovessi essere eletto, vorrei portare questo stesso spirito in Consiglio comunale: fare qualcosa di concreto per Faenza, essere un punto di collegamento tra cittadini e istituzioni e contribuire a un clima di lavoro serio e rispettoso, sia nella maggioranza sia nel confronto con l’opposizione.














