Dal Covid alle alluvioni del 2023 e 2024, passando per la ricostruzione e le grandi sfide urbanistiche e sociali della città. A pochi giorni dalle elezioni comunali, il sindaco uscente di Faenza, Massimo Isola, ripercorre i sei anni trascorsi alla guida della città e guarda alle priorità del prossimo mandato. La sua candidatura è sostenuta da Fai-Avs, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Faenza Pop e Faenza Cresce.
Intervista a Massimo Isola
Isola, come è cambiato in questi anni di mandato?
Molto. Fare il sindaco è completamente diverso rispetto a fare il vicesindaco o l’assessore. La concentrazione delle responsabilità sul sindaco oggi è enorme. E vivere sei anni come questi – tra pandemia e alluvioni – ha avuto inevitabilmente un impatto umano ed emotivo fortissimo. Mi ha fatto capire tante cose: le priorità, il ritmo dell’amministrazione, il peso delle decisioni. Ho dovuto affrontare temi che non conoscevo, studiare molto, confrontarmi con materie nuove. Dal punto di vista amministrativo è stata una grande maturazione.
Anche sul piano personale?
Sì. Le mie caratteristiche umane sono rimaste quelle, ma il confronto quotidiano con la sofferenza, l’emergenza, il dolore della comunità mi ha fatto scoprire una parte di me che conoscevo poco. Sono stati anni molto sfidanti. E credo di esserne uscito più forte.
Nel 2020 nacque il cosiddetto “campo largo”. Oggi quell’esperienza viene riproposta. Perché continua a crederci?
Perché penso che quella scelta abbia avuto ragione. Nel 2020 siamo stati tra i primi in Italia a costruire un’alleanza ampia di centrosinistra. Oggi molti parlano di “campo largo”, ma noi lo abbiamo fatto sei anni fa. Per me il messaggio è semplice: quando il centrosinistra è unito, vince. E soprattutto riesce ad affrontare meglio le grandi sfide. Covid, alluvione, ricostruzione: momenti così complessi richiedono competenze, sensibilità e punti di vista diversi. Quest’anno abbiamo confermato quell’impianto e si è aggiunta una quinta lista, Faenza Pop. Ma soprattutto ci sono persone che anni fa erano candidate nel centrodestra e oggi hanno scelto di stare con noi. Questo, per chi governa e si assume responsabilità dirette, è un segnale politico molto forte.
Un’apertura che nasce anche dalla consapevolezza che non tutto abbia funzionato?
Certamente. Non siamo qui a raccontare che tutto sia andato perfettamente. Alcune cose hanno funzionato molto bene, altre meno. Governare significa anche avere l’umiltà di riconoscere gli errori e capire dove servono innovazione e cambiamento.
Dove ritiene sia necessario un cambio di passo nel prossimo mandato?
Ci sono temi che, complice l’emergenza continua di questi anni, non siamo riusciti a sviluppare come avremmo voluto. L’alluvione ha provocato danni enormi al patrimonio pubblico. Poi c’è stato il Pnrr, che ci ha portato una quantità di investimenti senza precedenti. Ma la macchina amministrativa ha una capacità limitata: con 530 dipendenti dell’Unione della Romagna Faentina si possono seguire fino a un certo punto opere e progetti. Penso, per esempio, al centro intermodale gomma-ferro e allo scalo merci di via Deruta: opera strategica su cui dobbiamo accelerare. Così come il tema dei parcheggi in centro storico.
E sul fronte dei servizi?
Ci sono quattro grandi priorità: viabilità, parcheggi, Casa della Comunità e raccolta differenziata. Sui rifiuti abbiamo fatto una rivoluzione: siamo passati dal 20 all’80% di raccolta differenziata e l’indifferenziato per abitante si è ridotto a un terzo. È un risultato importante, ma ci sono aspetti da migliorare e dobbiamo intervenire.
Alluvione e sicurezza idraulica
L’alluvione ha segnato profondamente il territorio e anche il dibattito politico. Lei ha parlato spesso di “disobbedienza civile e istituzionale”. Oggi quale ritiene sia la priorità?
Partire dalla realtà. Oggi c’è un miliardo di euro destinato alla Romagna e la priorità assoluta devono essere le casse di espansione. Non credo che servano necessariamente dieci anni per realizzarle. L’esperienza della disobbedienza istituzionale ci ha insegnato che si possono accelerare i tempi se c’è la volontà politica. Chiediamo che Regione e strutture competenti individuino subito le casse sul Lamone e sul Marzeno come opere prioritarie.
Lei insiste molto anche sulle opere “immediatamente realizzabili”.
La realizzazione del bacino di regimazione delle acque in via Cimatti ha dimostrato la fattibilità di interventi in tempi rapidi, configurandosi come la prima opera migliorativa completata in Romagna dopo l’alluvione. Pur non rappresentando una soluzione definitiva al problema, l’infrastruttura evidenzia come piccoli ma significativi progetti possano essere cantierati e conclusi velocemente. La strategia proposta prevede l’immediata esecuzione di tutte le opere realizzabili entro l’anno, procedendo parallelamente con la progettazione e la costruzione delle grandi casse di espansione.
Nel dibattito è emerso anche il tema delle aree di tracimazione controllata. Qual è la sua posizione?
Penso che serva molta prudenza. Non sono un tecnico e non spetta a me dire se quelle soluzioni funzionino o meno. Però oggi mancano le risorse e non si possono imporre vincoli pesantissimi su centinaia di ettari agricoli senza avere né i soldi né un progetto definito. In quelle aree ci sono aziende, famiglie, parti importanti dell’economia locale. Non possiamo chiedere sacrifici enormi senza offrire certezze e, soprattutto, compensazioni. Se un domani, dopo aver realizzato le casse di espansione e le aree di laminazione, la scienza dirà che serviranno anche aree di tracimazione controllata e qualora ci fossero le risorse necessarie, allora, sì, ci si potrà sedere attorno a un tavolo per discutere. Oggi però, mettere dei vincoli senza avere né i progetti né i finanziamenti, è sbagliato.
Un altro tema molto discusso è quello del Ponte delle Grazie.
Sul Ponte Bailey voglio essere chiaro: non verrà acquistato, sarà rinnovato l’affitto. Per quanto riguarda il Ponte delle Grazie, oggi finalmente ci sono alcuni elementi concreti: il capitolo di bilancio, il lavoro sulla variante PAI, il via libera da parte della Soprintendenza e l’affidamento del progetto di fattibilità. Dopo mesi di attese, un cambio di passo c’è.
Veniamo alla sanità. La futura Casa della Comunità è uno dei progetti centrali, ma molti temono che possa diventare una “cattedrale nel deserto” senza personale sanitario sufficiente.
Comprendo le perplessità ma ritengo che ci siano elementi concreti che diano garanzie. Per intanto esiste un accordo con i medici di medicina generale: almeno una decina di loro lavoreranno nella struttura. Inoltre la normativa Pnrr è molto chiara: per ottenere i finanziamenti devono esserci precise funzioni attive – medici, infermieri di comunità, continuità assistenziale, il Cau. Quindi non si tratta solo di costruire mura ma di dare servizi alla comunità.
Come sarà organizzata concretamente?
Si partirà con 400 metri quadrati già operativi e poi si arriverà progressivamente a 800. Entro maggio 2027 ci saranno il Cau, dieci medici di medicina generale, gli infermieri di comunità, l’assistenza domiciliare e il centro prelievi. Successivamente verranno trasferiti lì anche altri servizi oggi dislocati in più punti.
C’è poi il nodo dell’accessibilità e dei trasporti.
Sì, e infatti dovremo ripensare il trasporto pubblico locale. Già da questa estate la linea 51 verrà ampliata con nuove fermate verso la ex zona Fiera e la Graziola, andando a servire quella porzione di città e dando una risposta alle tante famiglie che chiedevano un collegamento verso gli impianti sportivi. Più in generale, le linee 51, 52 e 53 andranno riviste. Negli ultimi anni alcune aziende del territorio sono cresciute enormemente e il sistema della mobilità non è più adeguato. Anche in questo caso l’alluvione e il Pnrr hanno accelerato cambiamenti che ora richiedono una nuova organizzazione.
Centro storico e mobilità
Lei parla spesso di “città europea”, di centro storico vivibile e pedonalizzato. Ma i commercianti chiedono accessibilità e parcheggi. Come si tiene insieme tutto questo?
Intanto evitando gli estremismi. Noi crediamo nella pedonalizzazione, ma in maniera oculata. Oggi abbiamo alcune aree pedonali, all’interno delle Ztl, che funzionano bene – penso a via Pistocchi, via Marescalchi, via Torricelli – e non credo serva allargare ulteriormente in modo radicale. La priorità, piuttosto, è realizzare nuovi parcheggi multipiano. Portiamo avanti studi di fattibilità su tre aree: nell’area di Faenza Uno, nel quadrilatero di Piazza Ricci e negli spazi del distaccamento dei vigili del fuoco, dopo il loro trasferimento nella nuova caserma.
Con quale obiettivo?
I primi due progetti potrebbero garantire circa 80 posti auto ciascuno. Se invece la soprintendenza ci autorizzasse a intervenire sull’area della caserma dei vigili del fuoco, lì si potrebbero realizzare circa 200 posti. Ora il punto decisivo è capire su quali progetti arriverà il via libera della soprintendenza. Noi pensiamo che nei prossimi cinque anni il Comune possa finanziarne due: uno con risorse proprie e uno attraverso il nuovo bando per la gestione del piano sosta. Chi vincerà il bando dovrà anche investire nella costruzione di uno dei parcheggi.
E sul fronte della vitalità del centro storico?
Il centro storico non può diventare un dormitorio. Per questo bisogna continuare a investire sugli eventi. Non un appuntamento al mese, ma una programmazione continua da maggio a novembre, quasi ogni settimana. Eventi culturali, musicali, di spettacolo, di tempo libero. Il centro deve essere vissuto».
Un tema che era centrale già cinque anni fa è quello dell’ex colonia di Castel Raniero. A che punto siamo?
In questi anni gli uffici comunali hanno costruito un progetto tecnico molto serio. Il problema risiede nel fatto che il finanziamento ministeriale è stato gestito attraverso un iter particolarmente complicato. Quando vincemmo il bando, il Ministero non diede direttamente le risorse al Comune o all’Asp, proprietaria dell’immobile, ma decise di gestire tutto attraverso il Provveditorato regionale. Poi però il percorso burocratico si è fermato.
Nel frattempo l’immobile ha continuato a deteriorarsi.
Esatto. Noi siamo intervenuti persino su alcune urgenze che formalmente non sarebbero state di nostra competenza. Oggi la nostra posizione è chiara: la soprintendenza deve trasferirci le risorse e permetterci di fare direttamente i lavori. Altrimenti rischiamo di restare fermi ancora per anni.
Sicurezza e disagi giovanili
Sicurezza: tema reale o soprattutto percezione?
È un tema reale, ma non solo di Faenza, ma interessa tutte le città europee. Non bisogna né drammatizzare né minimizzare, anche se esistono criticità che devono essere affrontate. Oggi, nelle città del XXI secolo, il disagio tende a concentrarsi in alcune zone precise e noi vediamo dinamiche simili un po’ ovunque.
Come si interviene?
Su due fronti. Il primo è quello della presenza sul territorio. Credo che il concetto del vigile di quartiere abbia oggi una nuova attualità. Servono più presidi, maggiore presenza nelle aree critiche, più collaborazione con la prefettura, le forze dell’ordine e la polizia locale. In questi anni abbiamo investito molto sulla videosorveglianza, sui varchi targa e ora stiamo studiando anche applicazioni di intelligenza artificiale legate alla sicurezza urbana.
Ma lei insiste molto anche sulla dimensione educativa.
La sicurezza urbana si costruisce attraverso un equilibrio tra il controllo delle forze dell’ordine e l’intervento sul piano sociale. Di fronte a fenomeni come le bande giovanili o il disagio dei minori, i provvedimenti di Daspo urbano non sono la soluzione ma è fondamentale un lavoro strutturato all’interno delle scuole, dei servizi sociali e dei percorsi educativi. In questo contesto si inserisce l’attività degli street tutor, figure formate per presidiare il territorio, dialogare con i giovani e intercettare le situazioni di rischio prima che sfocino in episodi di microcriminalità. A supportare questa azione si aggiunge il progetto dell’Educativa di strada, che individua e ascolta i ragazzi in condizioni di fragilità, offrendo loro alternative concrete attraverso laboratori e ore di impegno in aziende e realtà associative, con l’obiettivo di allontanarli dalle dinamiche di strada. Risulta fondamentale la collaborazione con le realtà associative e i residenti per animare in modo positivo le aree verdi e le zone più fragili del territorio, proseguendo lungo una linea d’intervento già sperimentata con successo in passato in alcuni quartieri della città.
Sul disagio giovanile i numeri stanno crescendo, come abbiamo evidenziato in diversi articoli sul Piccolo.
Il tema, particolarmente delicato, affonda una delle sue radici principali nella dispersione scolastica, un ambito sul quale si avverte la necessità di incrementare gli investimenti. Attualmente sono già attivi diversi progetti che vedono la collaborazione della scuola Pescarini, del Cefal, del Centro famiglie e dello Spazio adolescenti. Tuttavia, gli sforzi messi in campo non appaiono ancora sufficienti: senza un’azione tempestiva nell’intercettare i ragazzi lungo i percorsi educativi, il rischio concreto è che il disagio individuale si trasformi prima in disagio sociale e, successivamente, in episodi di devianza o microcriminalità urbana.
Emergenza abitativa
Casa e affitti: oggi è una vera emergenza anche a Faenza. Nel vostro programma si parla di studentati, ma tante famiglie non trovano casa.
L’abitare è diventato un tema centrale, al pari di scuola e sanità. E dobbiamo superare la vecchia idea che esistano solo due modelli: il libero mercato oppure l’edilizia popolare. Oggi servono strumenti nuovi.
Ad esempio?
L’amministrazione è impegnata nello sviluppo del progetto CasaViva, un sistema pubblico di mediazione ideato per supportare sia i proprietari immobiliari sia i locatari. Il programma prevede l’erogazione di contributi economici per la ristrutturazione degli appartamenti sfitti e garanzie sul pagamento dei canoni a favore dei proprietari, mentre chi cerca casa può accedere a un sostegno finanziario determinante per l’affitto. Inoltre, la nuova programmazione dei fondi europei includerà, per la prima volta, risorse specificamente dedicate all’abitare sociale, un appuntamento al quale il territorio deve farsi trovare pronto.
Nel ragionamento rientrano anche gli studentati?
Sì, ma in un’accezione nuova. Non soltanto per universitari ma anche per chi viene a Faenza per seguire i corsi ITS o per periodi di formazione in azienda e ha bisogno di soluzioni temporanee. Stiamo lavorando, e siamo in una fase molto avanzata, su alcuni progetti, uno dei quali nell’area di Santa Chiara con l’idea di creare spazi aperti anche ai giovani lavoratori under 30 e attrarre competenze e talenti.
Nel programma parlate anche di “consumo di suolo zero”. È davvero compatibile con lo sviluppo della città?
Deve esserlo. Faenza non può bloccarsi. Dobbiamo permettere alle aziende di crescere, creare lavoro, sostenere il welfare. Ma tutto questo va fatto con modelli non invasivi. Penso, ad esempio, a una riqualificazione dell’esistente più che a nuove grandi infrastrutture. Oppure a strumenti innovativi sull’abitare: aree pubbliche già edificabili dove chi costruisce possa ottenere agevolazioni in cambio di appartamenti a prezzi calmierati o affitti sostenibili.
Parità di genere: nel prossimo mandato sarà una priorità concreta?
Assolutamente sì. E non basta dire che esistono le “quote” per legge. Se non facciamo nulla, la parità non si realizza da sola. Deve diventare un criterio trasversale: nei bandi pubblici, negli appalti, nei progetti scolastici, nei luoghi di lavoro e, soprattutto, non possiamo collaborare con realtà che non rispettano questi principi.
Qual è una misura impopolare che porterebbe avanti comunque per il bene della città?
La prosecuzione e il consolidamento del sistema di raccolta differenziata rappresentano la scelta prioritaria, a partire dal mantenimento del servizio porta a porta totale nelle aree del forese, dove l’obiettivo è migliorare l’efficienza logistica anche attraverso l’aumento delle dimensioni dei contenitori. Tra le soluzioni al vaglio, l’introduzione dei cassonetti condominiali. Nonostante si tratti di un tema divisivo e al centro del dibattito pubblico, i risultati positivi finora conseguiti confermano l’impossibilità di invertire la rotta intrapresa.
Come sogna Faenza tra cinque anni?
In sicurezza idraulica, con le casse di espansione realizzate. Poi la casa della comunità realizzata e funzionante e con il primo stralcio della circonvallazione nord realizzato, da 10 milioni di euro.














