Un tempo di ricerca, confronto e crescita, pensato per accompagnare i giovani nel discernimento della propria vocazione: è la missione della Comunità propedeutica, attiva presso il Seminario vescovile Pio XII di Faenza. Un’esperienza residenziale che accoglie giovani intenzionati a comprendere se la propria strada può essere quella del sacerdozio. Non una scelta già definita, ma un tempo di verifica e discernimento.  Come spiega don Mattia Gallegati, responsabile della comunità: «Non è una “anticamera del seminario maggiore”, ma un luogo in cui ci si chiede: è davvero la mia strada? Il cuore di tutto è il discernimento». Nata nel 2008 per iniziativa del vescovo Claudio Stagni, la Comunità si è progressivamente ampliata fino a diventare una realtà condivisa da nove diocesi: Bologna, Ferrara-Comacchio, Ravenna-Cervia, Imola, Faenza-Modigliana, Forlì-Bertinoro, Cesena-Sarsina, Rimini e San Marino-Montefeltro. «È una comunità interdiocesana – precisa don Mattia Gallegati – ospitata qui in Seminario». Negli anni la proposta si è fatta conoscere anche oltre il territorio romagnolo, accogliendo giovani da altre parti d’Italia. Al momento i ragazzi inseriti nel percorso sono dieci. «Cinque arrivano dalle diocesi afferenti – spiega il responsabile – gli altri anche da fuori. Negli anni abbiamo avuto ragazzi dalla Sardegna, dall’Emilia, dall’Abruzzo». L’età è varia: si va dai 19 ai 37 anni, e l’ingresso avviene attraverso un percorso accompagnato dalla propria diocesi di origine, con il coinvolgimento del parroco e del vescovo.

Un cammino libero, non una “caccia alle vocazioni”

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La Comunità non nasce per “produrre vocazioni”, ma per accompagnare un cammino libero. «Non è una caccia alle vocazioni – chiarisce don Mattia – ma un’opportunità. Mi piacerebbe che tanti giovani passassero da qui, eventualmente anche per capire che non è la loro strada». La permanenza varia da uno a due anni, con possibilità di estensione in base al cammino personale. Durante questo periodo, i ragazzi vivono un’esperienza che integra diversi aspetti: preghiera, studio, lavoro e vita comunitaria. «Molto del loro tempo è distribuito tra lezioni, studio e servizio”  spiega don Mattia. Il servizio è orientato soprattutto alla relazione: volontariato in ospedale, doposcuola con adolescenti, attività con cooperative sociali. Un modo per confrontarsi con la realtà e maturare uno stile di dono. Se la giornata – tipo alterna preghiera, studio e servizio, uno degli aspetti più caratterizzanti è la vita comunitaria. «Le serate sono  insieme – racconta don Mattia Gallegati – . Inizialmente può pesare, ma nel tempo i giovani ne sentono la mancanza e ricercano la medesima esperienza anche nel proseguimento del cammino». La vita comune diventa una scuola di relazione e di dono. «Cerco di aiutarli a vivere questo tempo non come qualcosa da subire, ma come un’occasione per donarsi agli altri». I giovani sono seguiti da diverse figure: il responsabile, il vice-responsabile e il direttore spirituale. Sono previsti anche strumenti di crescita personale come l’accompagnamento psicologico, ritiri spirituali e laboratori, tra cui esperienze di arteterapia. «È un tempo ricco – sottolinea don Mattia – per molti è una scoperta di sé, anche nelle relazioni e nella gestione della propria vita». Un elemento originale è la presenza di una famiglia “adottiva”, che accoglie periodicamente i ragazzi per un pasto condiviso. «Un segno bello di Chiesa, perché ricorda che la vocazione nasce in un famiglia più ampia». La maggior parte dei partecipanti prosegue poi nel seminario maggiore «ma anche chi non continua porta con sé un’esperienza preziosa» – osserva don Mattia. Al di là dell’esito vocazionale, la Comunità propedeutica offre uno stile di vita che incide profondamente: ordine, capacità di relazione, confronto con sé stessi, con gli altri e con Dio. «È un tempo in cui ci si ferma davvero – conclude don Mattia Gallegati – senza chiudersi al mondo, ma imparando a vivere il mondo stesso e la Chiesa con maggiore consapevolezza».

Barbara Fichera