Di fronte allo spopolamento dei borghi, la nuova legge sulle zone montane cerca di invertire la rotta. Ma a Brisighella la vera differenza la fanno le persone: ci siamo fatti raccontare da due famiglie le loro storie, persone che hanno lasciato città, italiane o europee, per ritrovare il senso di comunità tra i nostri calanchi.

Michela Sangiorgi: “Un ritorno consapevole”

Il silenzio delle valli appenniniche, per decenni, è stato interpretato come un segnale di resa. Case abbandonate, scuole con classi sempre più esigue, botteghe che abbassano la serranda. Eppure, mentre la politica tenta di correre ai ripari con il disegno di legge per lo sviluppo delle zone montane,, c’è una controtendenza che non aspetta i tempi della burocrazia. È la scelta di chi, dopo aver girato il mondo, decide che il “futuro” non è in una metropoli o in una capitale europea, ma tra i vicoli di un borgo come Brisighella.

Michela Sangiorgi, classe 1987, è l’emblema di questo “ritorno consapevole”. Faentina che dopo dieci anni vissuti vicino a Basilea, in Svizzera, è rientrata in Italia lo scorso luglio insieme al marito olandese e alle due figlie di 6 e 12 anni e un cane. Ceramista ed educatrice, Michela ha portato con sé un bagaglio che va ben oltre le valigie. «In Svizzera ho imparato un forte senso di comunità e il valore del contatto quotidiano con la natura» racconta Michela. «Cose che prima davo per scontate, come la bellezza della piazza di Faenza o i ritmi del borgo, oggi le guardo con occhi nuovi. Noi cercavamo un luogo dove avere un cane, un orto, e il contatto con la natura».
Per Michela, vivere in un piccolo comune non significa isolarsi, ma diventare parte attiva di un ingranaggio. Lo ha dimostrato l’8 marzo scorso, organizzando insieme ad altri una festa di Carnevale. «Meglio fare qualcosa che restare a guardare – spiega con determinazione – in un borgo creare è più facile che in città: c’è meno dispersione, ci si conosce tutti. In una società frenetica come quella di oggi, la comunità diventa il punto centrale». E continua «Qui io e mio marito, che è osteopata e attira pazienti anche dall’estero, cerchiamo di restituire bellezza. Quando arrivano i suoi corsisti, li accompagniamo a scoprire il borgo: cerchiamo di essere ambasciatori del territorio».

Mirja Scarpellini: “Quei 30 minuti di auto per spostarsi non pesano”

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Mirja Scarpellini con suo marito

Poco lontano, la storia di Mirja Scarpellini, conferma che la montagna non è un luogo difficile, ma un luogo di opportunità. Di origini metà romagnole e metà svizzere, Mirja arrivava da Roncofreddo, ma il destino l’ha portata a Brisighella per gestire una cantina vinicola, per conto di terzi. Un ritorno alle radici, visto che proprio in queste zone si era sposata. «La realtà del piccolo paese spinge naturalmente a fare comunità» confessa Mirja, che oggi è perfettamente integrata nel tessuto sociale locale.

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Per lei, la distanza dai grandi centri non è un limite: «Quei 30 minuti di auto per spostarsi non pesano, se in cambio hai una qualità della vita che altrove è impensabile». Ma Mirja, che l’agricoltura la vive quotidianamente, lancia anche una sfida alla politica e alla tecnologia. Se la legge sui comuni montani vuole davvero ripopolare le terre alte, deve passare per l’innovazione. «Se vogliamo che la gente torni a lavorare la terra in queste zone, dobbiamo migliorare la parte tecnica e meccanica» analizza con lucidità. «Il mio sogno? Trovare mezzi meccanici più performanti che permettano di lavorare meglio, in sicurezza, riducendo al contempo l’uso dei pesticidi. L’agricoltura che adesso è quasi eroica deve diventare un’agricoltura intelligente». Il paradosso dei comuni di montagna sta proprio in questo: un piccolo paese, che per anni è stato visto come un limite, oggi è il massimo fattore di inclusione. In un borgo dove tutti si conoscono, l’accoglienza non è un protocollo, ma una necessità naturale e mentre il legislatore discute di sgravi e agevolazioni per frenare l’esodo, famiglie come quelle di Michela e Mirja dimostrano che la montagna è una scelta di libertà. Una scelta che mette al centro l’ambiente, l’etica e, soprattutto, il rapporto umano, pionieri di un nuovo modo di abitare l’Italia, dove il tempo ha un valore diverso e dove “fare comunità” è l’unica ricetta possibile contro la solitudine della modernità.

Jacopo Cavina