Claudio Violani, faentino, è diacono permanente sposato della nostra Diocesi. Nel suo servizio segue le strutture della Comunità Papa Giovanni XXIII in giro per il mondo. Un’attività che porta avanti da 25 anni lavorando all’interno degli uffici centrali amministrativi di supporto alla condivisione della Comunità che sono a Rimini. «Mi sono occupato per tanti anni degli aspetti immobiliari, tecnici e di tutte le pratiche necessarie per l’apertura delle realtà di accoglienza in Italia e in qualche caso anche nei paesi europei dove siamo presenti – racconta -. Negli ultimi anni abbiamo dovuto aumentare e ampliare il nostro servizio di supporto amministrativo anche alle realtà presenti negli altri continenti, per far fronte alle maggiori incombenze gestionali che stanno aumentando sempre di più pure nei paesi meno sviluppati».
Intervista a Claudio Violani
Claudio, in quanti Paesi siete presenti?
La Comunità ha allargato negli anni il suo abbraccio ben oltre i confini nazionali, fino a raggiungere oggi più di 30 Paesi in quattro continenti, con oltre 500 realtà di accoglienza tra case famiglia, mense per i poveri, centri nutrizionali, comunità terapeutiche, centri di accoglienza, Capanne di Betlemme per i senzatetto, comunità di accoglienza per carcerati, famiglie accoglienti e case di preghiera.
Siamo presenti in Africa, Sud America, Asia, Medio Oriente e anche in Europa, dove spesso i vescovi ci chiamano a portare la testimonianza di «famiglia». La Comunità continua ad aprire ambiti di condivisione con i più poveri attraverso realtà di accoglienza, promuovendo la dignità di ogni persona e impegnandosi a rimuovere le cause profonde dell’ingiustizia e dell’emarginazione.
Come si traduce la vostra presenza in questi Paesi?
Si traduce in case di accoglienza inserite nei quartieri più poveri, dove la condivisione quotidiana diventa risposta concreta ai bisogni di bambini abbandonati, persone con disabilità, vittime di tratta, migranti e chiunque viva una situazione di esclusione. La missione si arricchisce anche grazie all’impegno di Operazione Colomba, il Corpo nonviolento di pace presente nelle zone di conflitto, e all’azione di advocacy internazionale presso le Nazioni Unite, dove Apg23 ha status consultivo dal 2006. Inoltre, il lavoro di sostegno amministrativo e progettuale dell’Ong Condivisione Fra i Popoli ha dato origine a numerosi progetti fuori dall’Italia.
Entriamo nel dettaglio del tuo servizio.
Consiste nel coordinare un team di sviluppo che è un incubatore delle nuove realtà che nascono in Comunità, in Italia e all’estero, con il compito di organizzare gli attori coinvolti nei progetti di vita (apertura di nuove realtà di accoglienza), gestire le richieste complesse e che necessitano di uno sguardo multidisciplinare, nella gestione delle «rogne», che non mancano mai.
Raccontaci del tuo recente viaggio in Africa.
Sono stato, insieme a un mio collega (non si viaggia mai da soli, ma almeno in due, se possibile), in Kenya, Zambia e Tanzania per circa un mese.
In Kenya siamo presenti da tanti anni a Nairobi con una casa famiglia per l’accoglienza di bambini abbandonati, una comunità di accoglienza per bambini e ragazzi di strada (oggi sono 24), un progetto di accoglienza e avvio all’autonomia per ragazze vittime della prostituzione, una realtà di accoglienza nella baraccopoli di Soweto per persone anziane; inoltre seguiamo decine di famiglie povere che vivono nelle baraccopoli sostenendo tutte le necessità sanitarie, alimentari e per la frequenza scolastica dei bambini.
In Turkana, invece, una regione nel nord del Kenya aridissima e povera, dove vivono piccole comunità di pastori in villaggi sperduti, da gennaio 2023 abbiamo avviato un progetto di realizzazione di pozzi, sostegno all’alimentazione e scolarizzazione per i bambini. Quando abbiamo iniziato i bambini erano 300; grazie ai due pasti al giorno che garantiamo ai bambini che vanno a scuola, oggi sono circa mille e una delle scuole che sosteniamo con maestri, cuochi e cibo ha raggiunto i migliori risultati scolastici della contea. Un bambino malnutrito non ha energie per imparare, un bambino ben nutrito sì.
La vostra presenza sul posto?
In Kenya è presente un giovane missionario italiano membro della Comunità, altri membri keniani e missionari che vengono dal Burundi, un altro Paese dove siamo presenti. Molti sono i volontari italiani che si danno il cambio e importante è anche la presenza dei «caschi bianchi» (servizi civilisti all’estero). Qui, nei giorni in cui siamo stati, abbiamo incontrato avvocati per questioni istituzionali e imprese per la gestione dei lavori di realizzazione di una casa e di un pozzo in Turkana, che è stato poi realizzato con la supervisione del mio collega, che si è fermato alcune settimane in più.
Dicci dello Zambia.
Siamo presenti da 40 anni. Fu la prima realtà di missione della Comunità: nel 1983 il vescovo conobbe don Oreste e volle la nostra presenza nella sua diocesi di Ndola. Oggi la realtà è molto vasta: case famiglia, centri nutrizionali, ambulatori, scuole per bambini con disabilità, case di accoglienza con più di 60 bambini di strada, luoghi di lavoro per ragazzi con disabilità, gelaterie, caseificio, officina, mulino, macelleria… Centinaia le persone assunte per un lavoro dignitoso e migliaia le famiglie sostenute. Una realtà molto complessa portata avanti da una coppia di missionari italiani e 14 membri di Comunità zambiani, oltre a volontari e servizi civilisti.
E la Tanzania?
Siamo presenti da 35 anni, vicino alla capitale Dar es Salaam, con un grande centro diurno per bambini con disabilità, anche gravi. Sono circa 50 ed è una realtà molto significativa anche dal punto di vista della rimozione delle cause che generano ingiustizia perché in Tanzania la disabilità è ancora fortemente segnata da credenze tradizionali e stigma sociale.
Tutte queste realtà come si sostengono?
La Comunità, anche se organizzata civilmente in molte ragioni sociali, è un’unica famiglia spirituale in tutto il mondo, con una cassa comune nella quale si mette tutto insieme (offerte, contributi, risorse provenienti da bandi e progetti, ecc.) e da lì si prende il necessario per sostenere le tante realtà sparse nel mondo. Quindi una parte delle risorse arriva dall’Italia, altre, come nel caso dello Zambia, provengono direttamente dagli ambiti lavorativi presenti. Tutti possono sostenere le realtà di accoglienza e i progetti della Comunità.
È ancora vivo lo spirito di don Oreste Benzi?
Questo lo lascio dire a chi ci vede dall’esterno; l’eredità di don Oreste è per tutta la Chiesa e non solo per la Comunità Papa Giovanni XXIII. A noi però ha lasciato il compito di fare famiglia con chi non ce l’ha e testimoniare la vocazione specifica della Comunità, che consiste nel «lasciarsi conformare a Cristo povero, servo e sofferente che espia il peccato del mondo» e nel condividere direttamente (per Gesù, con Gesù, in Gesù) la vita degli ultimi. È una strada affascinante e scomoda che porta a condividere la vita con le persone escluse dalla società e a impegnarsi per rimuovere le cause delle ingiustizie. In molte delle nostre case e realtà di accoglienza è presente la cappellina con il Santissimo Sacramento, perché al centro della nostra vita deve esserci la relazione con il Signore. «Per stare in piedi bisogna stare in ginocchio»: più lo facciamo e più possiamo provare a rimanere fedeli alla nostra vocazione.
Giulio Donati


















