Il diaconato permanente a Faenza ha 25 anni di vita. All’epoca, incaricato come formatore dei primi ordinati, operava don Mario Babini, originario di Russi. Il 10 marzo 2001, a Granarolo faentino, il vescovo Italo ordinò Roberto Gordini e Franco Morelli. Accanto a loro, durante la celebrazione le mogli Raffaella e Olga. In realtà, se pensiamo ai tempi di formazione, la storia si fa un po’ più lunga. Oggi gli ordinati hanno raggiunto quota 17. Un numero modesto, con presenze in diverse parrocchie, ma non in tutte e, al momento, nessuna ordinazione è in vista.

Intervista a Roberto Gordini e Franco Morelli

Franco e Roberto, avete svolto entrambi un percorso di preparazione al servizio per il quale siete stati ordinati. Ci raccontate come avete iniziato questo vostro cammino? Quale sacerdote vi seguì?

Franco: Io fui invitato a frequentare a Faenza un corso per ministri dell’Eucarestia. La proposta me la fece suor Elisabetta che operava nel nostro asilo. Invitò me e alcuni altri. E dopo alcuni incontri ci fu la presentazione in Duomo con tanti altri. Poi, don Mario Babini e don Elvio Chiari proposero di partecipare ai corsi della Scuola di diocesana di Teologia. E lì ho conosciuto anche Roberto. Don Elvio, lo avevo già incontrato nella preparazione al matrimonio assieme a monsignor Silvano Montevecchi. Che ne pensate del diaconato?, ci disse don Elvio prospettandoci questo cammino, e don Vasco, il nostro parroco, ci ha poi agevolati, Gian Antonio (Bianchedi, un secondo diacono originario di Granarolo, ndr) compreso.
Roberto: Io vengo da un percorso che mi ha visto sempre a contatto con la nostra fede cattolica e soprattutto con persone esempi di bontà. Uscito dal collegio a nove anni, sono stato accolto in una famiglia stupenda e in una parrocchia molto attiva. A quattordici anni il parroco mi ha chiesto di fare il catechista. A ventiquattro anni ha frequentato, come uditore, i corsi di Teologia presso il seminario di Ravenna. Mi sono sposato con Raffaella nel 1984 e mi sono iscritto alla scuola di teologia di Ravenna sostenendo esami. Il mio padre spirituale (padre Mosè) mi ha consigliato di fare il percorso del diaconato permanente. Così nel 1986 ho ricevuto la candidatura, poi il lettorato e nel 1990 l’accolitato con monsignor Tonini. Avevamo programmato la data dell’ordinazione diaconale per l’8 settembre 1991 e la mia parrocchia di destinazione: Santo Stefano a Godo. Ma a inizio 1991 sono passato – per accordi fra i vescovi – nella diocesi di Faenza – Modigliana. E così, per varie vicissitudini sono trascorsi altri dieci anni per cui sono stato ordinato solo nel 2001 da monsignor Italo Benvenuto Castellani, un grande vescovo.

Come reagirono le vostre mogli?

Franco: Subito Olga si mostrò un po’ spaventata. Allora andammo a Forlì a trovare Ariano, un diacono permanente che conoscevo e lui mi incoraggiò. E anche Olga poi disse “va bene!”. Infatti, si trattava di una cosa alla mia portata, per la quale anche don Vasco ci ha sollecitati e accompagnati molto. Oggi la valuto molto positiva per la mia vita. Mi ha aumentato la fede e sento che mi ha fatto crescere, non tanto nel fare ma nell’essere testimoni della nostra fede. Ricordo che il giorno precedente l’ordinazione telefonai a Roberto e gli dissi: E ades sa fasegna? (adesso che facciamo?). Ovviamente non è come comprare un’auto, questa è una cosa che devi sentirla e il Signore aiuta sempre. Ho visto con certezza che l’aiuto c’è. Per questo devo dire grazie a suor Elisabetta, al parroco don Vasco, don Elvio e don Mario.
Roberto: Raffaella fu perfettamente d’accordo. Anche lei già era impegnata in parrocchia dove faceva la catechista. Direi che era più diaconessa lei di me. Ma non si creda che questo sia scontato. Ci sono stati altri che avevano intrapreso questo cammino e si sono dovuti fermare perché la moglie non era d’accordo. Così come, io e mia moglie abbiamo offerto testimonianza positiva su questo cammino alle mogli di alcuni altri che poi sono diventati diaconi.

Fra l’altro, nella celebrazione di ordinazione, l’unica non fatta in Duomo a Faenza, le vostre mogli stavano accanto a voi.

Franco: Proprio così. E questo fu molto bello. Erano vicine a noi e vicine all’altare, e il vescovo Italo aveva ‘carte buone’. Come fu bello anche vedere la chiesa piena di granarolesi e dei tanti venuti da Rossetta.
Roberto: L’ordinazione nella chiesa di Granarolo è stata intensa e assieme a me è stato ordinato Franco Morelli, persona veramente buona e grande. Vicino a noi, in ginocchio, stavano le nostre mogli e i figli di Franco. Insieme a noi i nostri amici, parenti e parrocchiani. Io sono stato destinato alla parrocchia di Rossetta, dove già avevo iniziato a svolgere servizio dal 1995. Lì mi hanno accolto e aiutato in ogni modo. Mi sono occupato principalmente di fare famiglia, di accogliere le persone, di andare a trovare gli ammalati. Ho cercato di far vedere alla gente che Dio parla e che lo fa attraverso l’amore delle persone. Ancora oggi sono lì e sono molto attaccato alla mia comunità, che come tante realtà della montagna, della collina e della campagna vanno progressivamente scomparendo, private dei servizi, dei negozi, delle attività economiche e anche delle parrocchie. Noi ci chiamiamo ancora tutti per nome, ma per quanto?

Quale servizio particolare avete poi ricevuto?

Franco: Specifico nessuno, ma io dovevo aiutare la gente ad avvicinarsi alla parola di Dio. Dovevamo stare vicini agli ammalati e fare qualche funerale. Un impegno in parrocchia, con don Vasco più presente in paese, e io in campagna. Fra noi c’era molta collaborazione e coinvolgimento, come è stato anche con don Massimo Goni, successivo formatore dei diaconi.
Roberto: Io sono contento di essere diacono e di esserlo in questo modo, esercitando la carità con le mie forze e i miei limiti. A Rossetta la gente ha imparato cos’è un diacono come me: uno che lavora, che ha una sua famiglia cui pensare, una parrocchia da aiutare, ma senza alcun soldo a disposizione. La gente mi vuole bene anche per questo e – credetemi – questo è il compenso migliore per il servizio che svolgo.
Il diacono nel contesto della Chiesa dei nostri giorni. Ritenete che la Chiesa italiana sia riuscita a soddisfare la decisione assunta dal Concilio Vaticano II sul diaconato?
Roberto: Sulle ali del Concilio e del ripristino del Diaconato permanente, personalmente vorrei una Chiesa più coraggiosa, che facesse l’impossibile per chiamare tutti per nome, non ottimizzando con la chiusura di fatto delle piccole parrocchie, ma piuttosto cercando tutti i modi – compresa l’enfiteusi – per non abbandonare le varie comunità che ancora sono presenti in montagna, collina e campagna. Sono ancora in prima linea. Anziano, certo, ma con un motore eternamente giovane dentro al cuore che si chiama Gesù.

Giulio Donati