In questo 2025 ricorrono i 250 anni dalla costruzione della nuova chiesa dei ss.Ippolito e Lorenzo. Il Rione Nero intende omaggiare e rimarcare l’importanza della storia della comunità che l’ha abitata nel tempo con una processione con l’occasione della Cena Itinerante organizzata dal Distretto A. La processione partirà alle 18 dal Rione. Alle 18.30, al ritorno in sede vi sarà la presentazione dei costumi 2025 con una conferenza a tema: “Il Rotellino, un protettore nell’Italia rinascimentale”

Questo anniversario, ci dà l’occasione per ripercorrere una storia spesso dimenticata anche dai faentini. All’alba del mondo tardo antico il monastero dei santi Ippolito e Lorenzo è, in Romagna, uno dei crocevia di interesse culturale e politico-sociale allo stesso modo di S. Mercuriale a Forlì e S. Maria in Porto a Ravenna. Il periodo dell’alto medioevo vede in queste fondazioni l’unico baluardo culturale di mantenimento del tessuto culturale e religioso della regione, per questo si spiegano le numerose prelazioni giuridiche rispetto anche alle città stesse in cui si inserivano, ben prima delle istituzioni comunali.

La storia dalle origini

La prima menzione di S.Ippolito è del 983, il quale condivideva il territorio con S.Maria foris Portam. La cappella poi parrocchia collegata all’abbazia di S.Ippolito nei secoli ebbe la commenderia sulle parrocchie di S.Maria in Zagonara e S.Michele di Trebbana coi relativi villaggi. Un vero e proprio territorio esclusivo era il borgo durbecco con l’annessione di S.Antonino e S.Maria in Borgo in cui vi erano vaste proprietà e laboratori artigianali oltre, al 1328, un ospedale gestito dai monaci. Altre parrocchie erano di S. Lorenzo in Quercinoro, S.Luca e S.Giovanni Evangelista in Granarolo, S.Maria in Formellino, S.Martino in Villanova, a Linaro, a Castelbolognese, a Cotignola, ovviamente compresi di vaste proprietà fondiarie.

Da Faenza fu mandato da Urbano V nel 1367 il monaco Dom. Andrea per riformare la grande abbazia di Montecassino che era in crisi

Nei secoli XIII-XIV l’abbazia di S.Ippolito attraversò tuttavia una relativa crisi, se lo stesso Ambrogio Traversari ricorda che vi era solo l’abate ed un paio di giovani monaci. All’avvento del rinascimento vede una grande fioritura del cenobio che era a capo di vari monasteri a Faenza: s.Giovanni Evangelista, s.Caterina, s.Maglorio, s.Trinita’ in borgo. 

All’epoca manfrediana la vitalità economica fu fortissima. Si susseguono i contratti di affitto, locazione, per case e laboratori nel quartiere di porta Ravegnana e in quasi tutto il territorio del borgo, nel quale l’oratorio di S.Antonino viene a fondarsi per volontà dell’abate. Del 1478 vi è il tentativo del popolo e del clero faentino di spodestare Federico Manfredi come vescovo per instaurare il priore del monastero camaldolese di S.Giovanni Evangelista, Dom Missiroli. L’operazione non riuscì ma comunque il Manfredi seppe utilizzare le competenze dell’abate di S.Ippolito: Filippo Ragnoli. Questa figura si staglia dall’epoca di Carlo e Galeotto come un riformatore dei costumi nel lassismo del periodo. Uomo affidabile, fu commissario per la fabbrica del nuovo Duomo e per 40 anni instancabile sostenitore dell’autonomia dell’ordine camaldolese ma sempre a servizio del tessuto civile della Romagna. Autonomia che anche l’Abate Generale nel 1482 rivendicò a S.Ippolito in un Capitolo Generale inviando una missiva nella quale chiese al papa la fine della piaga delle commenderie dei nobili. Per tutta risposta, nel 1490 Scipione Manfredi, figlio di Galeotto Manfredi, divenuto chierico giunse con la bolla di Sisto IV per prendere possesso del monastero, dopo aver sborsato più di 90 ducati d’oro. Coi soldati fece irruzione sfondando la porta e dando lettura del documento papale cacciando i monaci. Nel 1492 Alessandro IV Borgia dirimeva la lite definitivamente a favore dei camaldolesi. 

L’apice del potere della fondazione venne certamente raggiunto nel 1547 che vide l’elezione dell’abbazia di S.Ippolito a Casa Generalizia di tutto l’Ordine Camaldolese. Ciò terminò solamente nel 1797 con l’avvento napoleonico. Il totale degli abati nella storia ammonta a 119, un’epopea che ha attraversato ed accompagnato la storia della città. Alcuni di loro furono reclamati anche come vescovi di Faenza, il più famoso D.Giovanni Benedetto Mittarelli nel ‘700. 

Molti faentini dettero esempio mirabile nello stile di vita di San Romualdo. Giovanni Lodovico Pasolini nel 1602 fu eletto abate generale e condusse una vita ai vertici della Chiesa. D.Veremondo Archi nell’800 comprò due volte il monastero faentino dopo la soppressione napoleonica e del Rregno d’Italia. Più volte e in molti secoli si vide svilupparsi attorno alla fondazione di S.Ippolito piccole comunità di oblati laici attirati dal particolare stile di vita di ritiro e preghiera tipico del monachesimo benedettino. 

Il monastero ha ospitato per secoli opere straordinarie che hanno fatto la storia dell’arte di Faenza e che ora si conservano nella pinacoteca comunale. Dopo 250 anni dalla fondazione della nuova chiesa in stile neoclassico il Rione Nero vuole ricordare questa presenza silenziosa e attenta che risponde al motto “Ora et labora”, proprio in quel quartiere di Porta Ravegnana ove l’artigianato del legno, della ceramica, del ferro, del cuoio era così vivo e plasmava la vita civile ed economica della città.

Davide Bandini

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