Il pomeriggio dello scorso 19 maggio ero in via Lapi, a Faenza, in una delle zone di Faenza maggiormente colpite dall’alluvione. Mi trovavo da un amico che in quella stessa mattina aveva potuto finalmente rimettere piede in casa. Solo fino a poche ore prima, infatti, l’acqua invadeva ancora gli spazi che abitava con sua moglie e i suoi quattro figli. Due di loro sono gemelli di appena sei mesi consegnati nelle mani dei soccorritori in gommone dalla terrazza del primo piano, in quel 16 maggio che i faentini non scorderanno mai. Ho passato la maggior parte del tempo in casa a spalare fango insieme a tanti altri amici degli inquilini. Si provava a rendere almeno riconoscibili, sotto le direttive dei padroni di casa, la cucina e il salotto che avevano l’aspetto devastato che credo sia diventato tristemente familiare a molti romagnoli che hanno visto la propria abitazione invasa dall’acqua fangosa del fiume.
A un certo punto sono uscito in strada dove c’era un laborioso via vai di tantissima gente. Mi sono accorto di una donna che si avvicinava a un mio conoscente con il quale ero al lavoro. Anche lui era momentaneamente all’esterno della casa. La donna aveva una richiesta: cercava aiuto per risollevare il pilastrino della Madonna che si trovava lì a pochi passi. Accennava al fatto che non era credente, ma le sembrava giusto farlo. Il conoscente avvicinato dalla donna si è girato e mi ha fatto un cenno con un guizzo negli occhi. Sono certo che abbia pensato qualcosa del tipo: chi se non te, che sei prete, può dare una mano in questa cosa?
Prontamente mi sono avvicinato e nel giro di pochi istanti ci siamo ritrovati in cinque o sei persone alle prese con il pilastrino. La colonna si era spaccata a metà e la parte superiore che conteneva la statua, di circa 50 centimetri di altezza, era capovolta, con l’apertura della nicchia rivolta in giù, verso l’asfalto. Per un attimo ho pensato alla potenza dell’acqua che aveva distrutto una costruzione così robusta, ma non c’era troppo tempo per distrarsi. Il pezzo che stavamo sollevando era veramente pesante, oltretutto era scivoloso e rischiavamo che ci cadesse sui piedi. L’istinto ci ha suggerito di rimettere la parte crollata al suo posto poiché era rimasto eretto e intatto il piano che ospita la nicchia e anche la base della nicchia stessa. Pensavo tra me e me che però non fosse una grande idea perché non sarebbe stata fissata. In realtà nel giro di pochi istanti si è rivelato un problema superfluo: riuscivamo a malapena a sollevare il macigno, figurarsi riuscire addirittura a rimetterla in posizione verticale sulla base, la quale è a circa un metro e mezzo di altezza.
Una persona dal volto noto allora – una donna che mi aveva riconosciuto anche lei pochi istanti prima – ha estratto la statua della Madonna dalla sua nicchia. Ovviamente dall’unica parte accessibile ovvero da sotto, afferrando la statua dai piedi. Ripensando al gesto di quella donna, ora che scrivo mi viene in mente un parto. Con protagonista un’ostetrica dalle mani infangate, ma delicate. La statua era pressoché integra, rimasta protetta dalla robusta struttura di mattoni e dal vetro sulla parte frontale rimasto intatto. Per qualche istante si è pensato di ricollocarla su quanto rimaneva del pilastrino, ma sarebbe stata esposta a qualche urto fortuito e allora la donna che aveva estratto la Madonna con tanta cura la prende e si allontana rassicurandomi – in modo superfluo, ma apprezzabile – che non la stesse rubando, ma solo prendendo in custodia. Alla sera ho avvisato il vicario generale di tutto ciò affinché fosse a conoscenza di dove si trovasse l’oggetto di culto.
Nessuno dei presenti ha gridato al miracolo nel vedere la statua rimasta intatta e nemmeno io penso che ci sia nulla di straordinario in quanto accaduto ma credo che questa Madonna, in una zona di Faenza così fortemente colpita, nel mezzo della devastazione, portata in salvo da alcune persone (credenti e non) sia un emblema di quello che il nostro vescovo Mario ha affermato nell’omelia della Messa in Cattedrale il giorno di Pentecoste. Ovvero che il Signore Gesù e la Madonna non sono lontani da noi nei terribili eventi di questo periodo, ma sono al nostro fianco: hanno avuto paura con noi, stanno soffrendo con noi, con noi saranno nel ripartire.
don Mattia Gallegati
La nota della Diocesi
Venerdì19 maggio, in via Lapi, alcune persone – in servizio a ripulire case e strade – hanno risollevato il pilastrino della Madonna che era lì installato. Con loro era presente anche don Mattia Gallegati, incaricato alla Pastorale vocazionale. La colonna del pilastrino si era spaccata a metà e la parte superiore, che conteneva la statua (di circa 50 centimetri di altezza) era capovolta ma integra, con l’apertura della nicchia rivolta in giù, verso l’asfalto. Una persona del gruppo ha estratto la statua della Madonna dalla sua nicchia. La statua era pressoché integra, rimasta protetta dalla robusta struttura di mattoni e dal vetro sulla parte frontale. Per qualche istante si è pensato di ricollocarla su quanto rimaneva del pilastrino ma sarebbe stata esposta a qualche urto fortuito e allora la persona che aveva estratto la Madonna l’ha presa momentaneamente in custodia. Successivamente, la stessa persona che aveva in custodia la statua della Beata Vergine Addolorata l’ha consegnata al parroco di San Terenzio in Cattedrale che a sua volta l’ha collocata provvisoriamente sull’altare della Madonna delle Grazie.
La protezione della Vergine Maria non è mai venuta meno e il Suo indicarci continuamente Gesù Cristo come Via, Verità e Vita è oggi più forte che mai. Anche in questo momento Ella mostra la Sua maternità anche attraverso la Chiesa che la riconosce come madre e modello.














