Entrando a Traversara, l’immagine che restituisce oggi la frazione è quella di una comunità ferita che non si arrende. Lungo via Torri, che corre parallela lungo l’argine del Lamone, le ruspe hanno raso al suolo quasi tutte le case sventrate dall’alluvione. Scendendo verso il centro, il paese ha ripreso la sa vita. È della settimana scorsa la notizia dell’apertura dell’ambulatorio medico che sia affianca alle altre attività del centro: il bar Dante, rimasto sempre aperte, il piccolo supermercato, la farmacia e la stazione dei carabinieri.
Sono in tanti a essersi raccolti attorno al Circolo parrocchiale a due anni di distanza dal 19 settembre 2024.
Le ferite invisibili sono ancora aperte
È una giornata calda di settembre. Le temperature, il sole e la normalità delle strade sembrano lontani da quella notte di due anni fa, quando l’acqua entrò nelle case e travolse la frazione. Oggi, lungo via Torri, la maggior parte delle abitazioni della zona rossa sono state demolite. Le operazioni del cantiere unico sono iniziate da quasi un mese e riguardano complessivamente dodici edifici dichiarati inagibili: sette case saranno ricostruite sul posto, mentre per altre cinque è prevista la delocalizzazione. Gli spazi liberati dalle abitazioni che non saranno ricostruite saranno destinati a nuove funzioni pubbliche, tra cui un parco. “Se lentamente i lavori procedono – ripetono i residenti – ci sono ferite che non si vedono ma che sono ancora lontane dall’essere riparate”. Lo si percepisce negli sguardi, nel tono delle parole, nei racconti di chi ha attraversato quei giorni e nei volti di chi continua a vivere a Traversara. Il sindaco di Bagnacavallo Matteo Giacomoni lo ha detto senza girarci intorno: «I danni materiali si stanno riparando ma bisogna lavorare molto su di noi. Dobbiamo ricostruire le nostre comunità che sono l’unica cosa che ci permetterà di ripartire». Mentre le ruspe abbattono le case che l’alluvione ha reso inagibili, resta il compito più difficile: ricomporre la fiducia, il senso di appartenenza, la sicurezza perduta. Giacomoni ha ricordato anche la vicinanza ricevuta nei giorni successivi alla tragedia, a partire da quella del vescovo Michele, e il contributo di tante persone che arrivarono a Traversara per donare tempo e lavoro. «Giornate come oggi sono importanti non solo per ricordare, ma per capire dove siamo e se stiamo facendo bene», ha sottolineato. «Ricordare serve» per non dimenticare è il significato scelto dalla comunità per la giornata del 19 settembre. Lo ha spiegato Luisa Babini, presidente del Consiglio di Zona di Traversara: «Ricordare è segno di responsabilità perché ognuno faccia tutto quello che può per evitare che ricapiti. Serve per aiutare il paese a rialzarsi. Non si torna indietro, si va avanti per riprenderci le nostre vite». Dello stesso tenore le parole di Carmen Galassi, presidente del Consiglio di Zona di Boncellino: «Per noi è il secondo anniversario della terza alluvione. Abbiamo acquisito la consapevolezza che dobbiamo convivere con il rischio».
Il vescovo Michele: «Nulla potrà avvilirci»
Nel suo primo incontro con la comunità, il vescovo Michele ha espresso la propria vicinanza a Traversara come a tutte le realtà del territorio colpite dalle calamità. «In queste ferite così profonde non si può non notare quanta solidarietà e amore ne sono sgorgati». Poi il richiamo al Cantico dei Cantici: .«Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo». Da qui l’invito a rimanere uniti: «Nulla potrà avvilirci, rimaniamo saldi, uniti fra noi. Per tutto quello che sarà possibile sentite vicina la Chiesa e il suo vescovo». Prima della Messa, il vescovo ha compiuto una breve visita ad alcuni dei luoghi simbolo della rinascita della frazione: il campo da calcio, la sala polifunzionale, il circolo parrocchiale e il pilastrino della Madonnina, rimasto intatto durante la piena. Secondo il racconto della comunità parrocchiale, durante l’evento la parte superiore della colonnina si è girata verso il fiume, dando origine al nome popolare di «Madonna del fiume». «Non solo la Madonnina del pilastrino, sommersa da quasi tre metri d’acqua, è rimasta intatta – ha raccontato il parroco – ma la parte superiore della colonnina si è girata verso il Lamone. Per questo l’abbiamo soprannominata Madonna del fiume».
«Chiediamo la grazia dell’unità»
Poi il vescovo Michele ha presieduto la Santa Messa, concelebrata da don Marco Farolfi, don Ivo Guerra e don Giovanni Samorì. «Chiediamo la grazia dell’unità e del perdono perché solo così si può ricostruire il futuro – ha detto il vescovo – . Quando siamo capaci di perdono si spalanca il futuro dinanzi a noi». Commentando la parabola dei lavoratori nella vigna, Morandi ha parlato della logica dell’amore di Dio, che non coincide con i calcoli umani: «I pensieri di Dio non sono i nostri, Dio spiazza. Noi facciamo i calcoli, offriamo qualcosa per riceve qualcos’altro e viceversa. Pesiamo tutto, mercanteggiamo tutto, ma Dio non ragiona così. Il Signore ragiona secondo la logica dell’amore che è prima e dopo ed è di più. Un amore sovrabbondante, come quello dei nostri genitori». Alla domanda sul dolore e sulla sofferenza, il vescovo ha ricordato che «il Signore non vuole mai il male, né il dolore e non punisce con castighi», richiamando la responsabilità dell’uomo con una domanda provocatoria: “E se fossimo noi quelli arrivati all’ultima ora per lavorare nella vigna? La giustizia del Signore è superiore alla nostra, per questo ci viene chiesto di fare uno scatto”. E proprio nell’esperienza dell’alluvione ha indicato una risposta che Traversara conosce bene: «Accanto al dolore è emersa coesione, unione, tanti volontari che hanno lavorato ad ogni ora di giorno, di notte, per tutti. In Signore era anche lì e continua ogni giorno a chiamarci nella piazza di Traversara per lavorare con Lui».
Barbara Fichera































