Sono passati quasi esattamente 3 anni da quel 18 settembre 2023, quando due scosse ravvicinate di terremoto devastarono il nostro territorio all’alba; il territorio dell’alto appennino faentino, in particolare il comune di Tredozio (anche se l’epicentro fu singolarmente nella Valle del Lamone), ma anche la Valle Acerreta, in comune di Marradi. Queste zone portano ancora i segni dei danni: vari palazzi storici sono tutt’ora inagibili, ma la reazione delle istituzioni e dei cittadini non si è fatta attendere, nonostante lo sconforto. E così a Tredozio è stato riqualificato il vecchio teatro parrocchiale, in funzione di Sala della Comunità, polivalente e a norma antisismica, grazie al contributo di diocesi, Caritas e Banca di Credito Cooperativo Ravennate Forlivese e Imolese. A Lutirano la diocesi si è fatta carico in toto delle spese per il restauro e consolidamento della chiesa parrocchiale, per espressa volontà del vescovo emerito mons. Mario Toso, al quale va la sentita riconoscenza della comunità intera. Non possiamo conferire a mons. Toso formalmente la cittadinanza onoraria, ma la significhiamo comunque.

I lavori di restauro e consolidamento

La direzione dei lavori, è stata affidata all’arch. Davide Rava: gli interventi strutturali commissionati alla ditta edile F.lli Billi di Marradi; il nuovo impianto elettrico e di illuminazione alla ditta Bassetti e la tinteggiatura alla ditta F.lli Montevecchi di Faenza. Infine ha collaborato l’azienda Biemme di Marradi per i lavori di falegnameria, mentre il ripristino delle decorazioni è stato eseguito dalla restauratrice Maria Letizia Antoniacci. Il tutto secondo il progetto approvato dalla Sovrintendenza di Belle Arti di Firenze. La chiesa che andremo a riaprire, dopo tre anni che ci hanno visto celebrare la messa festiva in una stanza di pochi metri quadrati, (approfondendo la dimensione domestica della Chiesa), nonché almeno tre funerali sul sagrato e uno nella casa del defunto, è un’aula liturgica non solo restaurata e consolidata, ma riqualificata sensibilmente sul piano estetico e funzionale. Un impianto di illuminazione di ultima generazione e il risanamento degli intonaci dall’umidità di risalita, conferiscono tra l’altro a quest’edificio sacro quella nobile semplicità che la liturgia richiede e lo restituiranno nel tempo al pubblico, oltre che ai fedeli, nell’originario splendore dello stile Liberty, che gli appartiene. L’attuale profilo stilistico è difatti tipico degli anni ’20 del secolo scorso, anche se la struttura originaria della chiesa è di epoca medievale, così come quasi tutti gli edifici di culto del territorio.

Il campanile

Il campanile, invece, fu realizzato dal parroco don Anselmo Fabbri è stato edificato a seguito di una donazione deputata, nel 1979, su progetto dell’arch. Silvestro Bardazzi (1923-2005), a quel tempo docente e preside della prestigiosa Facoltà di Architettura di Firenze, e riflette i concetti di una modernità che ancora deve integrarsi nel paesaggio. La cella campanaria è dotata di tre campane in bronzo ad azionamento manuale, cioè a corda (di cui due già presenti nel precedente campanile a vela), e di un impianto elettronico di sonorizzazione risalente a quasi quarant’anni fa, che ora sarà sostituito con una nuova apparecchiatura di amplificazione del suono, tra l’altro, del mezzogiorno e dell’Ave Maria. Sono i suoni che accompagnano i momenti lieti e tristi della vita della comunità, la scansione dello scorrere del tempo, il segnare la festa, la ferialità e le stagioni. Un campanile, piccolo o grande che sia disegna sempre l’identità di un borgo, la sua personalità.

Comunità civile e religiosa, fianco a fianco nella cura del territorio

La chiesa rinnovata, andrà a colmare le attese non solo della comunità parrocchiale, ma anche della comunità civile: del resto si sa che nelle piccole comunità i confini sociali e culturali spesso sono terra di relazione, scambio, confronto, condivisione e in buona sostanza vicinanza, prossimità. Su questi confini spesso si aprono ponti che hanno l’aspetto di passerelle, di identità precarie, amministrativamente frastagliate, come è stata la Romagna – Toscana, ma questi luoghi sono in realtà solidi, duraturi: mai sono comunque destituiti di umanità, perché “la vita è molto più complessa dei tentativi che facciamo di ridurla a storie semplici, lineari e coerenti, ed è sospesa tra successo e fragilità”. E così, allora, come hanno bene affermato il sindaco Tommaso Triberti, riconoscendo nella chiesa parrocchiale un luogo della memoria collettiva, e il presidente dell’Associazione Volontari Valle Acerreta, Fabio Gurioli, nei loro articoli destinati al numero speciale del notiziario parrocchiale, in distribuzione domenica prossima: questo è non solo un edificio di culto, ma un luogo identitario, uno spazio sociale e culturale che quindi appartiene a tutti: a tutti coloro che in questo territorio si riconoscono e e ne hanno cura, perché anche il neopopolamento non può prescindere dalla cura. E non sono solo parole di circostanza: la parrocchia può veramente contare sulle istituzioni e sui volontari, al di là della ribalta mediatica, in ogni evenienza ed occasione, sulla loro presenza affidabile e sul loro contributo fattivo e silenzioso, tanto che a volte è superfluo quanto arduo distinguere tra parrocchiani e volontari, e ci si trova fianco a fianco al servizio del bene comune, dimentichi delle differenze, come quando si è realizzata l’artistica ringhiera in ferro battuto sul sagrato. È quel sentire insieme che è più importante riconoscere un ambito e conseguentemente una responsabilità comune, prima ancora che tracciare i confini netti della proprietà privata, dello spazio esclusivo.

La devozione per la Madonna delle Grazie di Faenza

La chiesa parrocchiale di Lutirano racchiude alcune opere d’arte, oggetto di devozione, come il crocifisso ligneo, probabilmente sei – settecentesco, collocato in origine nella chiesa di Gamogna e portato a Lutirano negli anni dello spopolamento della montagna, per motivi di sicurezza: danneggiato anch’esso a causa del crollo della volta del presbiterio, è ora stato oggetto di un intervento di restauro conservativo, e verrà ricollocato per l’inaugurazione. L’immagine della Madonna delle Grazie che si trova nella navata, così come descritto da Luisa Renzi Donati, è una pregevole targa devozionale realizzata dal ceramista faentino Aldo Zama (1888-1965), nel 1931, e riflette anch’essa lo stile Liberty del tempo. Essa fu collocata dal parroco del tempo don Mario Valentini, che la ricevette dal Massaro dell’Arciconfraternita delle Grazie di Faenza, e andò così a sostituire il dipinto originario del 1855, collocato in chiesa quando i lutiranesi fecero voto alla Madonna delle Grazie di Faenza, allorché imperversava in Romagna l’epidemia di colera. Da allora la Madonna delle Grazie è stata riconosciuta quale celeste patrona della parrocchia e a lei la comunità si è sempre affidata, secondo il filo della continuità, quasi come una filigrana in rapporto alla propria storia, anche in occasione del passaggio del fronte bellico, e nelle recenti calamità naturali, celebrando la Festa del Voto ogni 21 novembre e la solennità patronale la prima domenica di settembre. Il culto e la devozione alla Madonna delle Grazie e il carisma dell’intercessione mariana appartengono alla storia della comunità di Lutirano, alla sua fede e alla sua religiosità popolare ben testimoniata dalle numerose edicole devozionali. Non è quindi senza significato che la riapertura della chiesa parrocchiale e l’inaugurazione dei lavori di restauro e consolidamento, avvenga proprio in occasione della festa patronale della Madonna delle Grazie. La celebrazione diffusa di questa festa, non solo a livello di centro diocesi, ma soprattutto nel territorio appenninico, anche sotto diverso titolo, data, iconografia, ma sempre riconducibile al medesimo profilo di culto e devozione, è una caratteristica peculiare del nostro territorio diocesano, sia faentino che modiglianese. La Madonna delle Grazie è infatti invocata in tutti i capoluoghi del territorio: a Brisighella, Modigliana, Marradi, Tredozio, Fognano e Lutirano.

Locandina riapertura Lutirano

Essere chiesa in territori così vasti e così poco popolati

In una minuscola società che vive di omeostasi e oligantropia, la Chiesa può ancora essere la fontana del villaggio? Forse sì, e proprio a partire dalla declinazione, dalla destinazione d’uso e dall’animazione pastorale, attraverso la ministerialità, il coinvolgimento delle famiglie, dei luoghi materiali, degli edifici ecclesiastici che ancora ci appartengono e che se gestiti male o anche solo senz’anima, secondo una pastorale di conservazione, possono sempre più rappresentare un cruccio e un onere destituito di valenza e di significato. Per questo ci conforta e ci infonde speranza, contro la disperanza, la prossima presenza dei nostri pastori, nella linea diretta della successione apostolica. Il vescovo Mario e il vescovo Michele uniti sotto questo nostro tetto: quel tetto che è immagine della mano di Dio e che loro hanno contribuito a riparare e ad additare come luogo privilegiato dell’incontro con Dio e tra i fratelli, ora li ospita così come ospita di nuovo noi in ascolto della Parola e nella condivisione del pane eucaristico e materiale, così come è stato per i primi cristiani. Vescovi per noi e cristiani con noi li attendiamo con gioia e perseveranza. Da ognuna di queste chiesette che costellano il nostro territorio è stato annunciato Cristo, testimoniata la carità, declinata la speranza: non sappiamo cosa ci riserverà il futuro ma conosciamo le coordinate del nostro impegno.

La riapertura della chiesa “edificio” ci chiede di lasciare una porta aperta per rispondere alle esigenze dell’uomo di ritrovare un Senso

Il valore e il significato di una chiesa parrocchiale in un territorio vastissimo e al contempo scarsissimamente popolato, cifra del suo paradosso, croce e delizia, ma forse meglio, segno pasquale: un territorio interessato da un neopopolamento di entità significativa, colloca la comunità ecclesiale sul terreno non sempre agibile del dialogo e del confronto; spesso un piano inclinato dalle sovrastrutture storiche, di cui però si sta prendendo consapevolezza. Così come era difficile per i preti di un tempo vivere poveramente e in solitudine tra i monti, parimenti oggi è impegnativo dirsi cristiani anche fuori dal contesto secolarizzato della città, ma in una dimensione provinciale. In ciò che si dice laicamente condivisibile, oggi appare a volte una sfida elevata per una matrice di impronta tradizionale ancora connotata da emozioni e comportamenti abitudinari irriflessi. Così come l’abitare qui non può più corrispondere ad una casualità anagrafica, anche il riconoscersi appartenenti alla comunità dei credenti non può più ricalcare semplicemente gli schemi del passato e i modelli ricevuti, quali ad esempio la mentalità del precetto, piuttosto che relativa ad un tempo di qualità per Dio, avvalorato dalla millenaria vocazione spirituale del territorio, cui fa fede la presenza monastica.

La riapertura della chiesa ci interpella, perché se in un prossimo futuro non è scontato il permanere in loco di una comunità eucaristica, data l’esiguità della partecipazione, rimane comunque attuale l’appello a lasciare sempre in questo luogo la porta aperta, perché la fede ci dice: “spalanca!”. Lasciare una porta aperta, non tutte, ma almeno una è tra i messaggi più forti che ci vengono dal nostro tempo, contro l’autosufficienza, la presunzione, l’indifferenza, e la Chiesa, con la C maiuscola, così come quella con l’iniziale minuscola, possono ancora adempiere a questa funzione: possono dare una risposta a questa esigenza di senso, all’istanza del fare casa, purché non si tratti di seconda, ma di prima casa. Coloro che sono alla ricerca in questo territorio del fare casa, non riconoscono solo l’esigenza di un ambiente salubre, ma di una ancora più autentica dimensione etica e di vicinanza e prossimità del vivere e dell’abitare: una ecologia integrale. Ed è su questo terreno di un orizzonte di senso che anche i cristiani si possono misurare. Fare casa, mettere in connessione le varie parti dell’io, declinare la speranza e lasciare una porta aperta, entrare e uscire, sono le esperienze fondamentali del vivere che appartengono al nostro essere Chiesa e al nostro riconoscerci anche in un edificio storico, così come in un edificio immateriale, corpo organico quale è la comunione ecclesiale, che come i muri richiede struttura, coesione, amalgama, date dall’artigianalità. Una visione d’insieme che ci costituisca edificio e non più solo amorfo materiale edile. Ed è la fede a dirci che questa esiste e ci precede: la fede in sé stessa è ciò che precede. A noi il compito di scoprirla attraverso lo stesso sguardo. Siamo invitati dal Signore che ci precede in Galilea, dimensione pasquale e metafora di ogni sequela antiestraniante, instradante, e anche di ogni discernimento spirituale puntuale sull’oggi. E così sappiamo che gli edifici, le strutture non possono vivere solo di nostalgie, di spirito di conservazione: crediamo anche che ogni battito d’ali di farfalla in una parrocchietta sperduta può provocare un uragano al centro della diocesi, e che la globalizzazione non esclude le piccole e piccolissime comunità periferiche, che per questo non possono vivere di autoreferenzialità, ma neppure essere escluse dalla capillarità, che è l’anima di ogni vitale circolazione sanguigna, seppur con modalità sempre adeguate ai tempi e alle stagioni.

Gianluca Massari