Argillà è un festival che ogni due anni mette Faenza al centro mondo della ceramica. Non è solo tecnica, ma cultura, emozioni e identità faentina. Un evento ormai consolidato nel panorama culturale della città che attira curiosi e addetti del settore da tutto il mondo. Noi abbiamo camminato tra gli stand per le vie del centro, alla ricerca dei pezzi più strani e particolari; non necessariamente quelli di ceramisti famosi o quelli esibiti nelle mostre, ma quelli con storie peculiari alle spalle, che li hanno portati a essere oggetti così inusuali, sia nelle forme che nei colori. Vi presentiamo quindi le 5 (+1 bonus faentino) opere più particolari di Argillà 2026, per la redazione.

1. Flauti di ceramica nera – Montis Pescalis Ceramiche (Claudio Pisapia)

flauti ceramica

Allo stand di Montis Pescalis, Claudio Pisapia espone una serie di flauti in ceramica nera, realizzati in creta e cotti nel forno a legna con una tecnica che priva l’argilla dell’ossigeno. Il risultato del processo è il tipico corpo nero scuro del bucchero etrusco, materiale a cui Pisapia si ispira. I flauti non sono solo oggetti da banco, funzionano davvero, e l’artigiano li suona per i visitatori con un timbro sorprendentemente pieno. Pisapia spiega che questi strumenti nascono dal desiderio di creare qualcosa di personale: «Sono un vasaio, ma cercavo un oggetto che parlasse di me. Ho unito ceramica e musica». Prima costruiva fischietti e ocarine, poi la ricerca lo ha portato verso forme più complesse. Da quarant’anni ceramista e da quindici musicista, riassume così il suo percorso: «Tu sei quello che hai imparato nella vita». La sua particolarità? È un’opera che non si limita a essere vista: si ascolta, e nel suono rivela la sua ragione d’essere. In un festival dominato da oggetti statici, questi flauti introducono un elemento vivo, performativo.

2. Residual Body – Gregor Fauland

residual body

Gregor Fauland presenta una scultura realizzata interamente con residui di lavorazione: frammenti di precedenti processi ceramici che vengono raccolti, ricomposti e trasformati in un nuovo oggetto autonomo. L’artista definisce questo approccio Residual Body, ovvero ciò che rimane durante la produzione e che, invece di essere scarto, diventa materia con una propria identità. La scultura esposta a Faenza, una sorta di “nave” nera dalle forme intrecciate, conserva le tracce della sua origine industriale del prodotto originale, ma allo stesso tempo si distacca totalmente  dal contesto da cui proviene. Fauland ci spiega che il suo lavoro nasce dall’incontro tra caso e progettazione “i residui mantengono la memoria del processo, ma vengono guidati verso una nuova forma”. L’artista sottolinea come «l’incompletezza possa diventare fonte di crescita e nuovo significato», e come piccoli interventi mirati contribuiscano ad allontanare ulteriormente il materiale dal suo uso originario, rafforzandone la natura di opera artistica. Canali, cavità e ponti compongono un oggetto unico. Qui colpisce la logica del riuso: non un vezzo ecologico, ma una poetica della sopravvivenza della materia. È un’opera che parla di ciò che resta, di ciò che normalmente viene scartato.

3. Stoneware “pelle d’elefante” – Terry Davies

terry davies

I vasi di Terry Davies colpiscono per la superficie crepata, quasi antica, che ricorda una terra arida e spaccata. L’effetto nasce da una tecnica che l’artista ha sviluppato negli anni: i pezzi vengono torniti e spinti dall’interno mentre l’argilla è ancora un poco umida, così la superficie più secca si rompe seguendo i movimenti del corpo del vaso. Il gres viene poi cotto a circa 1300 gradi in atmosfera ridotta senza ossigeno, condizione che fa reagire ferro e sabbia presenti nell’impasto, lasciando segni e variazioni cromatiche sulla superficie che danno quel tocco antico. Il suo percorso lavorativo è passato da Francia, Australia, Nuova Zelanda, Sud America, fino all’Italia, dove vive e lavora dal 1998. «A diciotto anni tornivo cinquanta tazze all’ora», racconta, ricordando la disciplina degli anni di apprendistato. La sua particolarità è che i vasi esposti sembrano oggetti antichi, segnati dal tempo, ma sono il risultato di una tecnica precisa che sfrutta la tensione interna dell’argilla.

4. Rocce e minerali – Ricus Sebes

rocce e minerali

Le opere di Ricus Sebes giocano sul confine tra ceramica e geologia: superfici che ricordano rocce, minerali, stratificazioni naturali, ma ottenute attraverso argilla arricchita con sabbia, pietra, materiale organico e inserti ferrosi. L’artista lavora su contrasti marcati, texture grezze e rotte accostate a cristallizzazioni fini e glasure sofisticate, cercando un equilibrio in cui elementi opposti formano un insieme coerente. Sebes racconta che la sua ricerca nasce dall’esperimento continuo su impasti e temperature di cottura: «Cerco un risultato in cui le contraddizioni creano un tutto più grande». Insieme alla moglie, dopo la formazione in Olanda, si è trasferito nella regione del Mittelrhein (Germania), attratto da un paesaggio modellato da tettonica ed erosione. Qui hanno acquistato un vecchio mulino per olio e grano, oggi in trasformazione nel loro studio di ceramica. La particolarità è che pezzi esposti mostrano chiaramente questa ispirazione, forme che sembrano provenire da una frattura geologica, ma che in realtà sono ceramica lavorata con precisione e nessuna presenza di rocce “vere”. L’effetto minerale è il risultato di una composizione controllata, dove materiali diversi reagiscono in cottura e generano superfici che sembrano naturali, pur essendo interamente costruite. È un lavoro che imita la natura ricostruendola come se fosse un laboratorio geologico in scala domestica.

5. Tecnica della cristallizzazione – Studio Ceramico Giusti

studio giusti

I vasi dello Studio Ceramico Giusti si distinguono per le superfici vivaci, segnate da chiazze e bolle di colore che nascono durante la cristallizzazione del fuso. La tecnica prevede una cottura a circa 1300 gradi e una curva di raffreddamento controllata: nel fuso si formano cristalli che emergono in superficie, mentre l’eccesso di materiale cola e viene raccolto in un vaso sottostante. Il risultato sono oggetti dalle forme semplici, ma con una pelle ceramica brillante e ricca di effetti visivi, dovuti al rilascio di ossigeno e alle reazioni del materiale in cottura. Lo studio, a conduzione familiare, è guidato da Sandra e Stefano Giusti insieme ai figli Lapo ed Emma. I due fondatori, nati negli anni Sessanta, iniziano a occuparsi di ceramica nel 1980 a Firenze, sotto la guida di Giancarlo Girard. Dopo alcune esperienze nel 1989 trasferiscono il laboratorio a Paterno di Pelago in Toscana, dove sviluppano una produzione che unisce tradizione e linguaggio contemporaneo. Accanto al lavoro in bottega, da oltre trent’anni affiancano l’insegnamento in scuole e istituzioni del territorio, con collaborazioni che includono il Museo dell’Opera del Duomo e la Fondazione Cologni. La particolarità è che sono ceramiche d’uso quotidiano che diventano superfici sperimentali, dove la cristallizzazione del fuso crea colori intensi e pattern imprevedibili. Qui la bellezza è un fenomeno chimico, qualcosa che accade, e che non sai cosa salterà fuori alla fine.

+1. Ricordi di un trekking – Andri Ioannou (Fos Ceramiche, Faenza)

andri iannou

La “+1” è la scultura di Andri Ioannou per Fos Ceramiche, faentina, un pezzo che non si limita a imitare la roccia, ma la ricrea. L’artista racconta un processo lungo e complesso: «Il pezzo si spaccava, si rompeva, non reggeva la cottura». Dopo numerosi tentativi, prove e variazioni di temperatura, Ioannou e il team sono riusciti a ottenere una struttura stabile, frutto di cotture ripetute e sperimentazioni sul materiale. Con oltre quarant’anni di esperienza, Ioannou unisce manualità e tecnica, lavorando l’argilla in modo da ricreare la frattura naturale della roccia. La superficie bianca, con inserti verdi di muschi o licheni, restituiscono l’immagine di un frammento geologico osservato durante il percorso alpino dall’artista. Il lavoro ha valso allo studio un premio dedicato alla ricerca e al design, riconoscendo la complessità del processo e la capacità di trasformare un ricordo di viaggio in un oggetto scultoreo. La scultura mostra chiaramente questa intenzione: non una semplice imitazione, ma la traduzione ceramica di una forma naturale, ottenuta attraverso una tecnica che richiede precisione, pazienza e una profonda conoscenza del materiale. È un’opera che parla di memoria, di paesaggio, di resistenza della materia.