Il 12 luglio si è insediato il nuovo vescovo Michele Morandi. È il quinto pastore della diocesi nata dall’unione di Faenza e Modigliana, ma anche il 94esimo successore sulla cattedra episcopale di Faenza. Un passaggio che segna una nuova tappa nella vita della Chiesa locale e che si inserisce in una storia lunga oltre millesettecento anni. Per salutare il nuovo vescovo abbiamo scelto di ripercorrere, attraverso alcuni episodi e curiosità, il cammino di coloro che lo hanno preceduto nella successione episcopale. Un viaggio tra figure note e meno conosciute, grandi giuristi, protagonisti dello Scisma d’Occidente e uomini che hanno lasciato un’impronta nella storia civile ed ecclesiastica del territorio. Perché ogni vescovo, al di là del proprio tempo, è entrato a far parte di una successione che attraversa i secoli e continua oggi.
Il primo vescovo
Chi fu il primo dei novantaquattro vescovi che hanno retto la diocesi di Faenza e, di conseguenza, anche quella di Modigliana? Francesco Lanzoni, nella sua Cronotassi del 1913, individuò in Costanzo il primo vescovo della diocesi. Costanzo è attestato al concilio di Roma del 313, celebrato durante il regno dell’imperatore Costantino. Per secoli, tuttavia, la tradizione ha indicato come primo vescovo san Savino, le cui spoglie sono ancora oggi custodite nel duomo di Faenza. L’idea che il santo spoletino fosse stato anche vescovo nacque però da un errore dello scrittore e religioso faentino del XVI secolo Giovanni Antonio Flaminio. Secondo la sua ricostruzione, infatti, san Savino avrebbe vissuto nella Selva Liba con il compito di organizzare la diocesi della città. La storiografia più accreditata riconosce invece in Costanzo il primo vescovo documentato.
Il grande giurista
Tra il 1192 e il 1198 la diocesi fu retta da Bernardo Balbi. Nato a Pavia, fu prima studente e poi docente di diritto canonico all’Università di Bologna. La sua opera principale fu il Breviarium Extravagantium, una raccolta di decretali completata proprio l’anno precedente alla sua elevazione al soglio vescovile di Faenza. L’opera raccoglieva testi conciliari, scritti dei Padri della Chiesa, oltre a norme del diritto romano e germanico. Anche la struttura con cui fu organizzata divenne il modello per le successive raccolte di decretali. Una curiosità: per qualche tempo Bernardo Balbi fu considerato santo, soprattutto a Pavia, sua città natale, dove furono traslate le sue spoglie. Lo era davvero? No. Si trattò di una tradizione popolare che, tuttavia, non trovò mai conferma ufficiale.
Vescovi francesi e antivescovi
Il grande Scisma d’Occidente ebbe conseguenze anche nella diocesi di Faenza. Sebbene il conclave avesse eletto papa Urbano VI, un gruppo di cardinali francesi proclamò antipapa Clemente VII, al secolo Roberto di Ginevra. Urbano VI, Bartolomeo Prignano, rimasto a Roma, impose come vescovo di Faenza Francesco Uguccione Brandi da Urbino, succedendo a Stefano I Bènier, detto anche Bernerio, originario di Cahors in Occitania. Da Avignone, dove risiedeva l’antipapa Clemente VII, fu invece nominato vescovo Lupo, che nel 1390 fu trasferito alla diocesi di Lucca. La presenza di due obbedienze pontificie finì così per riflettersi anche sulla Chiesa faentina, che per alcuni anni ebbe vescovi nominati sia da Roma sia da Avignone. Solo con l’avvio del concilio di Costanza, nel 1414, il grande Scisma d’Occidente si avviò alla conclusione e la diocesi tornò definitivamente ad avere un unico vescovo. Va però ricordato che già con Orso da Gubbio, nel 1391, la Cronotassi registra un solo vescovo riconosciuto dall’obbedienza romana.
Le altre storie
Ma queste sono soltanto alcune delle vicende che attraversano oltre millesettecento anni di storia della diocesi. Dietro l’elenco dei novantaquattro vescovi si nascondono biografie molto diverse tra loro: uomini di governo e di studio, diplomatici e pastori, protagonisti di momenti di pace e di anni difficili, chiamati a guidare la Chiesa locale in contesti profondamente differenti. Restano ancora molte pagine da riscoprire: il vescovo insignito della medaglia d’argento al valor militare, quelli che governarono la diocesi insieme a uno zio o a un fratello, chi si trovò a reggere contemporaneamente più sedi episcopali, chi promosse importanti opere artistiche e caritative, chi dovette affrontare guerre, pestilenze, terremoti o grandi trasformazioni politiche e sociali.
Sono storie che raccontano non soltanto la successione dei vescovi, ma anche l’evoluzione della città, del territorio e della comunità cristiana. Vicende che aiutano a comprendere come ogni episcopato sia stato figlio del proprio tempo e, allo stesso tempo, abbia contribuito a costruire l’identità della diocesi. Con l’ingresso di monsignor Morandi si apre ora un nuovo capitolo di questa lunga storia: una tradizione che, iniziata nel IV secolo con il primo vescovo documentato, continua ancora oggi, affidando a ogni nuovo pastore il compito di aggiungere una pagina a una storia lunga oltre diciassette secoli.
Mattia Randi















