Una serata di festa, condivisione e preghiera ha animato, lo scorso 22 luglio, la parrocchia di Santa Maria Maddalena a Faenza. La comunità parrocchiale si è stretta attorno al nuovo vescovo Michele Morandi, giunto in visita in occasione della festa patronale della parrocchia. A coronare una giornata intensa la celebrazione eucaristica, a cui è seguito concerto gospel che ha riempito di gioia e musica la serata. Il cuore del momento di preghiera è stato l’omelia pronunciata dal vescovo Michele, che ha preso le mosse dal brano del Vangelo di Giovanni per offrire una profonda riflessione sul cammino di fede di ciascun discepolo.
L’itinerario di fede nell’esperienza di Maria di Màgdala

Commentando il brano del Vangelo, monsignor Morandi ha sottolineato come l’evangelista conduca il lettore nel giardino di quella prima mattina di Risurrezione, facendo quasi percepire l’eco e il suono originale di quel tempo. Nel trattenere la parola ebraica «Rabbunì» (“Maestro!”), il Vangelo manifesta tutta la densità di una storia personale, di un legame profondo e di un’amicizia sincera cresciuta e coltivata nel tempo tra Gesù e Maria Maddalena. Attraverso le tappe della vicenda della Maddalena, il vescovo ha così tracciato lo schema fondamentale dell‘esperienza di fede di ogni credente, articolandolo in tre passaggi chiave.
La ricerca ostinata e la capacità di riconoscere
Il primo elemento evidenziato dal vescovo è la ricerca instancabile e tenace del Signore. Maria si reca al sepolcro quando è ancora buio; non trova il corpo di Gesù, piange, chiede, non si arrende. «Dentro questa ricerca ostinata c’è la capacità di saperlo riconoscere – ha osservato il vescovo Michele –. Ma se non cerchi il Signore, come fai a trovarlo e a riconoscerne le sembianze? Se lo cerchiamo con tutto il cuore, allora impariamo a riconoscerlo».
Il coraggio di coinvolgersi in una storia
Il secondo passaggio riguarda la necessità di avere una storia personale con Cristo per poterlo identificare. Chissà quante volte Maria aveva riconosciuto il Maestro dal timbro della voce, da un gesto familiare o d’affetto. Allo stesso modo, anche il cristiano di oggi è chiamato a coltivare quotidianamente questo rapporto: «Bisogna avere il coraggio di coinvolgersi in una storia – ha esortato il vescovo –. Sostare anche nelle fatiche, frequentare la Sua presenza, partecipare all’Eucaristia e vivere concretamente all’interno della Chiesa».
Il dinamismo tra presenza e assenza: non fare di Gesù una reliquia
Infine, il terzo punto evidenziato da monsignor Morandi tocca il tema delicato del distacco e della missione. Di fronte all’impulso di Maria di trattenere il Risorto, Gesù risponde con un invito chiaro: «Non mi trattenere». La fede – ha ricordato– conosce il ritmo alternato della presenza e della distanza. «Non dobbiamo fare di Gesù una reliquia da possedere per noi stessi. Egli affida a Maria l’annuncio e la invia. La fede è proprio questo continuo movimento tra il buio e la luce, tra la presenza e l’assenza».
Due polmoni per la fede: Corpo e Parola
Concludendo la sua riflessione, il vescovo Michele ha ricordato come l’intero itinerario si compia nella certezza incrollabile della Risurrezione: la Buona Notizia è l’aurora che dirada le tenebre. Per riconoscere e incontrare davvero il Signore non basta un solo aspetto, ma occorre tenere aperti contemporaneamente due “polmoni”: quello del Corpo e quello della Parola. Due dimensioni che si richiamano a vicenda e di cui la vita cristiana ha vitale bisogno.













