Una Chiesa in cammino, che non lascia nessuno indietro e si mette al passo dei più fragili. Tra le prime visite del suo ministero episcopale, il vescovo Michele Morandi ha scelto uno dei luoghi più significativi della diocesi. Giovedì 16 luglio ha raggiunto la Comunità di Sasso Montegianni, a Popolano di Marradi, dove una cinquantina di persone stanno affrontando un percorso per uscire dalla tossicodipendenza, dall’alcolismo, dalle droghe e da altre forme di dipendenza. Una scelta tutt’altro che casuale: proprio il motto episcopale di monsignor Morandi – «La forza si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9) – è diventato il filo conduttore di un’intensa mattina di dialogo con gli ospiti della comunità.
Ad accogliere il vescovo sono stati i membri della Piccola Fraternità di Sasso, don Nilo Nannini, operatori, volontari e gli ospiti delle diverse strutture della comunità, oggi una realtà che coinvolge circa sessanta persone tra Sasso, Villanova, Tebano e altre sedi. Qui si intrecciano le ferite e le storie delle persone. Il recupero passa attraverso la vita condivisa, il lavoro quotidiano, il perdono, la fraternità e una regola semplice, ma esigente: imparare a ricominciare insieme, ogni giorno, a partire dalle proprie fragilità. Il “perdono” assunto a valore per sé e per gli altri, è la regola fondamentale della Comunità.
Il progetto riabilitativo della Comunità Sasso Montegianni è residenziale; il servizio, svolto nell’ambito delle 24 ore giornaliere, aperto 365 giorni all’anno, è seguito e condiviso nella propria progettualità, da personale specializzato (medico, psicologo, psichiatra) delle Asl di residenza dell’ospite e da professionisti sanitari che operano in convenzione con la cooperativa. La proposta educativa è basata sul rispetto delle normali regole di vita che cadenzano le giornate di ogni persona all’interno di una normale comunità familiare.
La riflessione sul motto scelto da monsignor Morandi: “La forza si manifesta nella debolezza”

Più che un incontro, quello col vescovo Michele è stato una conversazione a cuore aperto. Nessun discorso preparato, ma domande, racconti di vita, ferite e speranze. «Perché ho scelto questo motto? – ha spiegato il vescovo Michele –. San Paolo era un uomo forte, intelligente, determinato. A volte sentiva di primeggiare sugli altri. Eppure il Signore gli dice: “La mia forza si manifesta nella tua debolezza”. Nella mia vita ho sperimentato sulla mia pelle che i momenti in cui mi sono sentito più fragile sono stati quelli in cui ho percepito maggiormente la vicinanza delle persone che mi volevano bene e del Signore. Sono stato costretto a “rimettere i piedi a terra” e tornare all’essenziale. Quando ero debole, ero più forte. Insieme a qualcuno si diventa più forti, perché ti accorgi di ciò che di bello hai attorno».
La testimonianza degli ospiti: “Benedetta fragilità!”

Parole che hanno trovato un’immediata sintonia con l’esperienza di chi vive la comunità. «Qui non sei giudicato – ha raccontato Luigi –. L’accoglienza che mi ha dato questa famiglia non me l’ha data nessuno. Da soli non si va da nessuna parte». Anche Marina ha condiviso la propria storia: «La mia grande debolezza è sempre stata l’ansia. Ma proprio quella fragilità mi ha portato qui. Oggi posso dire: benedetta fragilità. Se Dio mi ha condotto in questa comunità è perché diventassi una persona migliore».
“La debolezza non è un momento della vita, è la verità della vita. La via della piccolezza è la via per conoscere il Signore e la sua forza. Ricordate le beatitudini?”

Per il nuovo vescovo la debolezza non è una parentesi dell’esistenza, ma una condizione profondamente umana. «Accorgersi di essere deboli non è un momento della vita, è la verità stessa della vita. Le fatiche non servono per umiliarci, ma per aprirci gli occhi e farci vedere chi ci vuole bene. La via della piccolezza è la via per conoscere il Signore e la sua forza. Ricordate le beatitudini?». Il dialogo è proseguito affrontando il tema della vocazione, delle relazioni e della fede. «La vocazione non parte da te, ma da qualcun altro – ha spiegato Morandi –. Per capire la propria strada è importante non essere soli. Le cose si costruiscono insieme, ci vuole una comunità». E ancora: «La vera autonomia è anche sapere di non farcela tutto da soli, avere il coraggio di chiedere aiuto».
Il vescovo ha confidato di conoscere da tempo la realtà di Sasso e di aver voluto inserirla tra le primissime tappe del suo ministero. «Per me era importante venire qui in questi giorni. Volevo incontrare una comunità che mi ricorda quello che sono io e far sentire la mia vicinanza: siamo fratelli. Quel punto di contatto tra fragilità e debolezza ci accomuna».
Le domande sono il terreno fecondo della fede, non bisogna dare però risposte precipitose o pre-cofenzionate

Oltre a curiosità e aneddoti chiesti dagli ospiti della comunità al nuovo vescovo (“ma ti senti pronto a essere vescovo?”; “come hai reagito?” “hai mai pensato come sarebbe stata la tua vita se ti fossi costruito una famiglia?”), non sono mancate le domande più profonde: sul senso della vita, sulla difficoltà di accettarsi, sulla fatica di fidarsi degli altri. «Le domande sono il terreno fecondo della fede – ha risposto il vescovo –. Il Papa stesso ci invita a non addomesticare le domande di fede dei giovani. Alcune rimangono a lungo senza risposta, ma non bisogna avere fretta. Vanno custodite e interiorizzate. Troppe volte diamo risposte frettolose». E, a chi confessava di non riuscire a volersi bene, ha ricordato che «non c’è giustizia senza perdono»: un perdono capace di educare, di ricostruire e di restituire dignità alla persona, che non nega la verità dei fatti avvenuti, ma li attraversa.

Nel cortile della comunità, affacciato sulle colline dell’Appennino, il motto episcopale di monsignor Michele ha assunto così un volto concreto. Non è stato soltanto un versetto di san Paolo inciso nello stemma di un vescovo, ma il racconto di tante vite che, proprio attraverso la fragilità, stanno riscoprendo la possibilità di ricominciare. Insieme.














