La prima Messa da vescovo nella sua parrocchia d’origine si è trasformata in una grande festa di comunità. Una chiesa gremita ha accolto il vescovo Michele, tornato ad Alfonsine per celebrare l’Eucaristia e ricevere l’abbraccio del suo paese.
(Foto GM)
Arriva puntuale. Passo svelto, sorrisi, saluti. Ha una parola per tutti: dalle autorità che lo attendono all’ingresso della chiesa ai tanti concittadini accorsi per stringergli la mano. Fa caldo, nonostante siano le 19, ma la chiesa di Santa Maria è gremita. Ad accoglierlo è il parroco don Massimo Goni, che introduce la celebrazione con parole affettuose: «Dovremo abituarci a chiamarti Eccellenza, anche se per noi resti don Michele. Qui troverai sempre casa». Lo stile del vescovo Michele è quello di sempre. Niente predicazione dal pulpito: resta nella sede accanto ai sacerdoti concelebranti, dietro l’altare. «Vogliamo far parlare il Signore -esordisce – . Ascoltiamolo come fosse un nostro compaesano all’angolo della piazza il lunedì, giorno di mercato. Gesù è cittadino con noi». Usa immagini semplici, di vita vissuta.
“Prendiamo il giogo insieme per costruire un mondo più umano”

Poi una riflessione sulla stanchezza che segna il nostro tempo. «Se Gesù ci chiedesse “Come stai?”, probabilmente risponderemmo: sono stanco, ho l’ansia, va così così. È la stessa esperienza vissuta dai discepoli». Il vescovo immagina Cristo come un compaesano che, nell’angolo della piazza il lunedì mattina, si ferma a parlare con la gente e ascolta le fatiche della vita quotidiana. Da qui parte la proposta del Vangelo, scandita da tre verbi. Il primo è «Venite a me. Gesù ci propone un’interruzione, una frattura rispetto ai nostri progetti. Guardare soltanto a sé stessi stanca. Ci invita ad alzare la testa, a uscire dall’egocentrismo e a riscoprire la gratuità delle relazioni, la non produttività immediata e “quantificabile” della relazione con Lui e con gli altri.». Il secondo «Prendete il mio giogo». Un’immagine antica che richiama il camminare insieme. «Il giogo unisce due persone che tirano dalla stessa parte. Le relazioni chiedono di condividere il peso e di trovare lo stesso passo. Se nessuno vuole portarlo, ci condanniamo da soli alla solitudine». Infine: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore. La mitezza non è passività, ma la capacità di costruire ponti, creare legami e ascoltare senza aggressività. È la mitezza a fare la differenza nella storia». Da qui lo sguardo si allarga all’attualità. «È proprio la mitezza che manca oggi a molti potenti del mondo, incapaci di costruire relazioni e che stanno stancando e sfinendo interi popoli schiacciati dalla violenza. Senza mitezza non c’è riposo, non c’è pace, non ci sono relazioni sane». L’umiltà, aggiunge il vescovo, è invece ciò che permette di fidarsi degli altri e di Dio. «Chi non si fida vive sempre sulla difensiva, sospetta, accumula, prepara armi preventive. Non c’è nulla di più stancante che vivere senza fiducia». Da qui l’invito finale rivolto alla sua comunità: «Usciamo dai nostri punti di vista, guardiamo ai bisogni degli altri, prendiamo il giogo insieme per costruire un mondo più umano. Alleniamoci alla mitezza e all’umiltà per costruire relazioni affidabili che non schiaccino gli altri e noi stessi».
L’abbraccio del paese
Al termine della celebrazione – dopo la consegna dei doni, compreso il fazzolettone degli scout – la festa si è spostata sul palco allestito davanti alla chiesa. Il nuovo vescovo è schietto, senza filtri. «Spesso mi dicono che sono proprio un alfonsinese – confida –. I luoghi e la terra ci formano, così come le storie e i racconti. Se qualcosa di buono ho fatto, lo devo anche alla formazione ricevuta qui, dalla mia famiglia, dai miei nonni e dalle due parrocchie. La piazza, il mercato, i luoghi della vita quotidiana sono entrati nel mio cuore. Sono felice di essere tornato a casa. Mai avrei immaginato di farlo da vescovo». E’ solare, coinvolgente e dal palco racconta i simboli che lo accompagneranno durante il ministero. Primo fra tutti il pastorale – dono della comunità di Alfonsine – che richiama il significato spiegato da sant’Ambrogio. “Il riccio superiore serve ad accogliere e radunare, il fusto sostiene e guida, mentre la punta richiama il compito di spronare chi si ferma lungo il cammino”. Sul pastorale il vescovo ha fatto incidere il nome della comunità “è un segno intimo, di fratellanza” aggiunge. Nello stemma episcopale compare, tra i simboli anche il leone, “che richiama un territorio leonino, frutto di una conquista di papa Leone X”. Al leone, che è accucciato, il nuovo vescovo ha però aggiunto la croce che ricorda il suo motto “La forza si manifesta nella debolezza”. Dal palco ha ricordato anche che “la vera forza è sempre insieme”. Il leone è raffigurato anche nello stemma cittadino. “Ci ha riempiti di orgoglio – ha sottolineato il sindaco Riccardo Graziani – Michele ha lasciato un segno nella comunità”. Il vescovo ha poi raccontato la storia del suo anello episcopale. Quello personale, ha spiegato, è stato un dono dei suoi genitori e richiama un’antica croce con colombe che si cibano di uva, tratta dal sarcofago bizantino che si trova a San Savino. L’anello che indossa abitualmente, invece, è quello fatto realizzare da papa Paolo VI durante il Concilio Vaticano II per tutti i vescovi. Appartenne a monsignor Giuseppe Battaglia, passò al vescovo Italo Castellani, che lo ha conservato per trent’anni prima di donarlo al suo successore. «Per me significa continuità, una catena che non deve interrompersi».
Barbara Fichera




























