Di seguito riportiamo l’omelia pronunciata dal vescovo Michele in occasione della commemorazione dell’eccidio di Crespino del Lamone.

L’omelia

Cari familiari delle vittime dell’eccidio, distinte autorità civili e militari, don Nilo, don Roberto, don Mirko e tutti voi convenuti. Il primo pensiero che, penso, coinvolga tutti noi presenti, è l’assenza di don Bruno, amatissimo parroco e “nonno” di Crespino, che pochi mesi fa è deceduto, che tanto si è speso per la valorizzazione della memoria dell’eccidio e per tanto altro in questa comunità. La nostra celebrazione non si dimentica di lui e rivolge un ringraziamento sincero al Signore Gesù Cristo per avercelo donato per tanto tempo come pastore e preghiamo in questa Eucarestia per lui, modo autentico di rinnovargli il nostro affetto, perché il Signore lo coinvolga nella festa dei risorti.

Il Signore ci ha donato una Parola di vita, permettiamo che risuoni in noi per comprendere il passato e illuminare il futuro come lampada per il cammino. Il grano e la zizzania da lontano non si distinguono bene, perché come avviene anche in altri casi, i parassiti si assomigliano molto a ciò che vogliono danneggiare. La zizzania, o meglio nota come “loglio” è appunto quel “loglio cattivo” che in Romagna, forse anche qui, ha originato anche un detto: “cattivo come loglio” – “catìv coma loi”. È una pianta cattiva che nasce e danneggia producendo una specie di sostanza farinosa che ammala ciò che tocca.

La differenza più radicale che esiste però tra il grano e la zizzania è una componente invisibile e riguarda tutta la fatica che fa il contadino per far nascere il grano e la parte che normalmente non vediamo: le radici. Il contadino ara il terreno, lo spiana per bene, semina, irriga… e il grano, mi dicono arrivi ad avere anche 30 cm di radice sotto il suolo. La zizzania, invece, è arrivata da sola, nessuno l’ha voluta, non è stata coltivata e curata ed ha radici molto corte.

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Cari amici, qui sta la differenza tra tutto ciò che è bene e ciò che è male e anche se dall’esterno le due cose sembrano confondersi, in realtà la verità è un’altra. Il bene è frutto di impegno, di cura, di passione e di fatica operosa. Il male è frutto della fretta e del camuffarsi da benefattore del malvagio che pian piano avvelena le relazioni. Ma in tutto ciò una cosa è certa: il bene ha radici profonde, il male no.

Oggi siamo a ricordare un fatto terribile, un fatto dolorosissimo. Se pensiamo alla storia anche recente, dobbiamo riconoscere che certe azioni violente, malvage e bellicose, sono frutto di una non cura della crescita delle singole persone e dei popoli in forza del desiderio di avere subito ciò che si vuole e di fare le cose, senza fatica, senza sacrificio. Le idee malvage si diffondono con una facilità incredibile perché promettono vantaggi immediati e si diffondono viralmente nelle teste fino a generare la violenza che è il mezzo più veloce e apparentemente vantaggioso che abbiamo in quanto fa fuori l’altro in un attimo e ci illude di aver risolto il problema. Il male promette sempre tutto e subito, promette ma non mantiene e si regge sul primato dei potenti.

Il male non conosce l’aratura che è la ricerca profonda e seria della verità. Il male non conosce la spianatura e la sminuzzatura delle zolle che è la cultura. Il male non conosce l’irrigazione che è l’attesa operosa dello Spirito che illumina i cuori. Il male non conosce i tempi della crescita e dell’imbiondimento delle messi che è il dialogo, la ricerca e la costruzione del bene comune.

Ritornando all’immagine della parabola, di fronte alla fretta dei servi del padrone del campo che si accorgono del diffondersi della zizzania egli dice di aspettare, non per negligenza o menefreghismo ma perché, anche se mossi dal bene, i servi avrebbero voluto utilizzare il metodo del “tutto e subito”, il metodo del male facendo danni irreparabili.

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In questo mondo ancora troppo, troppo insanguinato resta però potente una certezza che, mentre il male fa rumore, il bene silenziosamente si fa spazio. Mentre una casa viene bombardata e si viene a sapere subito, mai si dice qualcosa sulle infinite case dove c’è un’amore sconfinato a partire da chi con pazienza ha guadagnato onestamente il necessario per costruirla, da chi con fatica ha messo mattone su mattone, dell’amore dei coniugi, della cura dei piccoli, della custodia amorosa degli anziani.

Se da una parte è necessario il far conoscere il male quando accade perché non accada più e ci si mobiliti, non possono bastare la semplice denuncia e indignazione, occorre riprendere decisamente e insieme la cultura del bene che chiede fatica, impegno e tempo e narrarlo con un una rinnovato senso di responsabilità anche della comunicazione perché la comunicazione forma.

Il Signore Gesù benedice il nostro sforzo silenzioso e quotidiano per educare le nuove generazioni a riprendere in mano fede, cultura, approfondimento, pazienza e sacrificio per una vita bella e in pace per tutti.

“Signore che giudichi i cuori e la storia, mentre ci impegniamo non solo a dire e a guardare, ma a costruire un pezzo di storia con te, ti affidiamo tutto, perché siamo certi che, come e quando vuoi tu, farai giustizia, la tua giustizia, che sarà la vera pace.

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+ Michele, vescovo