Due importanti istituti italiani hanno certificato di recente come stia crescendo il fenomeno dell’emigrazione dei nostri giovani qualificati, a causa di salari bassi, scarsa domanda di competenze e poche opportunità.
In particolare sono stati l’Istat, nel Rapporto annuale 2026, e il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta nelle Considerazioni finali del 29 maggio scorso.
Il nostro Paese non riesce a trattenere i laureati e rischia di impoverire ulteriormente il proprio capitale umano proprio mentre affronta il declino demografico e una crescita economica debole.


Secondo Panetta, tra il 2020 e il 2024 oltre centomila giovani laureati hanno lasciato l’Italia per trasferirsi all’estero. Una scelta motivata dalla ricerca di migliori opportunità professionali, retribuzioni più elevate e soprattutto di un riconoscimento delle competenze che il mercato del lavoro nazionale spesso non riesce a garantire.
In Italia si laureano meno giovani rispetto ai partner europei (meno tredici per cento), inoltre una parte crescente di quelli che riesce a formare vanno a lavorare all’estero.
Le cifre contenute nel Rapporto annuale dell’Istat confermano il quadro. Nel 2024 il salso netto tra i laureati andati a lavorare all’estero e quelli che sono rientrati è negativo per oltre ventimila giovani, altamente qualificati, una perdita che l’Istituto di statistica definisce esplicitamente come un’erosione di capitale umano ad alta specializzazione.
Qualche segnale positivo arriva dall’immigrazione qualificata. Nel 2023, a fronte di una perdita netta di circa sedicimila giovani laureati italiani, il saldo migratorio dei giovani stranieri con lo stesso livello di istruzione è risultato positivo per oltre diciannovemila unità: un altro segnale di come l’immigrazione possa aiutare il nostro paese.
Secondo gli indicatori Ocse, l’Italia registra risultati sensibilmente inferiori rispetto a Francia e Germania per qualità delle opportunità lavorative, prospettive di carriera, qualità della vita e capacità di valorizzare le competenze avanzate. Proprio quest’ultimo aspetto rappresenta una delle maggiori debolezze del Paese.
Le ragioni sono soprattutto professionali.

I ricercatori emigrati dichiarano di aver trovato occupazioni più coerenti con il proprio livello di qualificazione e stipendi significativamente più elevati, con un differenziale retributivo medio superiore ai 1.500 euro mensili. Se nel 2012 un giovane laureato tedesco guadagnava in media circa il trenta per cento in più di un coetaneo italiano, nel 2024 il differenziale ha raggiunto l’ottanta per cento. Anche rispetto alla Francia il vantaggio salariale è cresciuto fino a circa il trenta per cento.
Per chi volesse approfondire questi temi, segnalo l’e-book di Leonardo Luca Vignini “Cervelli in fuga dall’Emilia-Romagna” pubblicato a seguito della ricerca promossa e finanziata dalla Fondazione Giovanni Dalle Fabbriche Multifor ETS e da La BCC ravennate, forlivese e imolese.
Si può scaricare gratuitamente a questo link

Tiziano Conti