Di seguito riportiamo l’omelia pronunciata dall’amministratore apostolico monsignor Mario Toso in Cattedrale a Faenza per la celebrazione eucaristica in onore di san Josemaria Escrivà

L’omelia

Cari fratelli e sorelle, ricordando in questa Eucarestia il santo Josemaria Escrivá, fondatore dell’Opus Dei, saremo aiutati a meditare sulla Parola di Dio e sul mistero dell’Incarnazione di Cristo con questo suo particolare approccio: «Ciò che muove il cristiano è l’amore di Dio, che ci è stato manifestato in Cristo e che ci insegna ad amare tutti gli uomini e l’intera creazione» (San Josemaría, È Gesù che passa, n. 59).

Alla fine della prima lettura tratta dalla Genesi (cf Genesi 2,4 b- 9, 15) ci viene detto che l’uomo è posto a operare nello scenario della creazione: «il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino perché lo coltivasse e lo custodisse». San José Maria Escrivá ci ricorda che il cristiano, poiché vive in Cristo, non agisce nel creato in una maniera qualunque, bensì mosso dall’amore del Figlio di Dio. Nell’ordine della redenzione di Cristo, che pone in atto una nuova creazione, per coltivare e custodire il creato, secondo il disegno di Dio, non è sufficiente avere professionalità, capacità tecniche o virtù semplicemente umane. Nella lettera di san Paolo apostolo ai Romani ci viene detto, senza tante perifrasi, che siamo chiamati a coltivare e a custodire il giardino come figli di Dio, come persone guidate anzitutto – e, quindi, non solo mosse da competenze e abilità umane -, dallo Spirito di Dio. Lo Spirito d’amore di Dio attesta, per l’incarnazione di Cristo in ogni uomo e donna, che siamo figli/figlie nel Figlio, coeredi di Cristo, che ricapitola in sé tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra. Siamo chiamati, dunque, a coltivare e a custodire il giardino vivendo in Cristo, ossia con Lui, con il suo Amore.

Ebbene, vivendo in Cristo, che si incarna nell’umanità, impariamo da Lui a immergerci nell’umanità, nella coltivazione e nella custodia del creato. Percorriamo la via che Lui ha tracciato. Seguendo l’invito di Cristo rivolto a Simone «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca», gettiamo le reti per la pesca. Detto altrimenti, gettiamoci nel mare della storia, prendiamo il largo, per conquistare gli uomini a Cristo. Caviamoli fuori dalle acque salate dell’egoismo, del culto dell’io e del profitto, della logica del dominio, ossia del male e della morte. Conduciamoli a Cristo, allo splendore della sua luce, alla pienezza della sua Vita di amore, di dono. Con Lui e con i nostri fratelli viviamo il suo Amore che ricrea e serve l’umanità affinché sia più umana grazie alla comunione con Lui, Uomo nuovo. Facciamo della nostra vita un dono per Dio, per il prossimo, per attuare, come ci ha insegnato papa Francesco nella Laudato sì, un’ecologia integrale, ossia per trovare la soluzione delle questioni ambientali non disgiungendole, bensì connettendole, con un’ecologia umana e cristiana.[1] Per coltivare e custodire il creato non sono sufficienti competenze ambientali, virtù semplicemente umane, ma occorre acquisire e vivere, in particolare, la virtù delle virtù, la Carità di Cristo, virtù teologale. Senza Dio, senza il suo Amore pieno di verità, non possiamo essere persone capaci di coltivare e custodire il creato come Lui vuole, non solo per l’umanità ma anche per la gloria di Dio.

È celebrando l’incarnazione, la morte e la risurrezione di Cristo, cioè accogliendo la comunione con Cristo risorto, che ricapitola in sé tutte le cose, che i laici e le laiche scoprono lo stato della loro vita, la loro missione: generare cieli e terra nuovi! La secolarità della Chiesa e del cristiano continua quella di Cristo, che incarnandosi nell’umanità la protende ad essere un inno di lode, un atto di culto in Spirito e Verità. I cristiani sono chiamati ad incarnarsi nel mondo e, quindi, a non vivere separati da esso, ma a non immischiarsi con il suo male (cf Gv 17,15).

Un altro ambito che la DSC di oggi richiede sia ulteriormente evangelizzato ed umanizzato, in modo da proporlo e sperimentarlo come luogo di costruzione del Regno di Dio è senza dubbio quello dell’intelligenza artificiale, che è già stato sottoposto ad un primo discernimento evangelico nell’enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone XIV. Esso, però, necessita di nuovi approcci perché si tratta di una res nova in continua crescita. Nel tempo dell’intelligenza artificiale, con riferimento ai vari ambiti come il mondo del lavoro, della comunicazione, dell’economia e della finanza, della politica, della sanità, se occorrono leggi, sono pure necessari studio e cultura. La sfida rappresentata dall’IA riguarda sì i giovani ma soprattutto gli adulti, che devono essere particolarmente educati all’IA, perché non basta essere immersi e coinvolti in un nuovo mondo tecnologico per capirlo.

Leone XIV inserisce, in ultima analisi, una riflessione, relativamente nuova nella DSC, su ciò che egli chiama «ecologia della comunicazione».

Considerato che la comunicazione non è solo trasmissione di informazioni ma è divenuta sempre più creazione di una cultura o, meglio, di un «ambiente culturale» che influenza – cosa già chiaramente evidenziata dalla Caritas in veritate[2] il modo in cui le persone, i gruppi, i popoli percepiscono il mondo e introducono nella coscienza comune immagini e racconti che orientano desideri e influenzano le scelte quotidiane, occorre promuovere un’ecologia della comunicazione, sempre più orientata alla ricerca della verità e dal rispetto della dignità umana, di modo che diventi uno spazio in cui possano maturare libertà interiore e pensiero critico.[3]

La suddetta ecologia della comunicazione, orientata in senso personalista, secondo cioè un umanesimo trascendente, va promossa su più livelli: «sul versante  delle regole pubbliche, ciò significa stabilire norme che rendano più trasparenti le logiche con cui i contenuti vengono selezionati e amplificati e che tutelino i dati personali; sul versante sociale e culturale, il che implica il rafforzamento dei corpi intermedi, un giornalismo serio e luoghi di confronto in cui contino l’argomentazione e la verifica più che la reazione immediata; sul versante della scuola[4] e della famiglia,[5] la maturazione dell’esigenza di una nuova consapevolezza educativa e la formazione all’utilizzo corretto e critico degli strumenti digitali, dell’IA, delle piattaforme di acquisto e di investimento; sul versante dell’università, la grande sfida dell’integrazione dei saperi, allenando sia alla capacità di collegare e fondere le conoscenze per leggere la complessità, sia alle tecniche per la verifica dei fatti».[6]

Secondo Leone XIV, in un tempo in cui la verità viene spesso piegata agli interessi e alle mere strategie comunicative, si è chiamati ad investire nel mondo dell’educazione. Ci vuole, soprattutto, un’alleanza educativa per l’era digitale, ovvero un progetto educativo condiviso. Un conto è l’algoretica, relativa alla progettazione degli algoritmi e ai loro sistemi di funzionamento, che generano una cultura dell’immediatezza e dell’iperstimolazione. Un’altra cosa è la responsabilità morale delle persone, ossia di chi utilizza l’IA, la sua libertà e le sue scelte. I processi educativi hanno bisogno di tempo di maturazione, di confronto con la realtà oltre le apparenze, di un cammino paziente che rafforzi nei soggetti utenti la capacità di resistere ai processi di antropomorfizzazione della IA. Una volta che siano stati immessi principi etici nella progettazione degli algoritmi è indispensabile che siano educate persone rette, ossia capaci di comportamenti virtuosi, atte ad osservare i codici etici, a dare concretezza ai programmati processi di governance globale dell’IA. Come già, a fronte di fenomeni di tecnicizzazione sia dello sviluppo sia della pace, Benedetto XVI aveva sottolineato nella Caritas in veritate, l’impossibilità di un uso umano ed etico della tecnologia senza cittadini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano nelle loro coscienze l’appello al bene comune,[7] ugualmente si deve affermare che non sarà possibile una vera civiltà del digitale, ossia una digitalizzazione che rende magnifiche le persone e le società, senza soggetti sociali e persone virtuosi, ossia guidati da un’etica delle virtù.[8] Sono necessari sia la preparazione professionale, sia i codici etici sia l’educazione morale.

L’educazione all’uso dell’IA implica insegnare a decidere quando e per cosa non usarla. Occorre anche educare a digiunare dall’IA, come anche proteggere i giovani dalla promessa della macchina perfetta, da quella seduzione che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando più necessario.[9]

Nel cantiere del nostro tempo, prendiamo il largo e introduciamoci come saggi architetti, con una spiritualità animata dalla Carità e dalla speranza del Regno di Dio. Il nostro costruire è chiamato ad avere come fondamento l’Eucaristia, lo Spirito d’amore di Cristo, che dona tutto sé stesso sino a morire in croce. Così il progetto di una civiltà dell’amore appare strutturato più chiaramente, grazie a tante pietre vive saldamente unite a Cristo, pietra angolare (cf 1Pt 2, 4-6).

                                                  + Mario Toso


[1] Cf M. Toso, Ecologia integrale dopo il coronavirus, Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, Roma 2020.

[2] Al n. 73 della Caritas in veritate si legge: «Connessa con lo sviluppo tecnologico è l’accresciuta pervasività dei mezzi di comunicazione sociale. È ormai quasi impossibile immaginare l’esistenza della famiglia umana senza di essi. Nel bene e nel male, sono così incarnati nella vita del mondo, che sembra davvero assurda la posizione di coloro che ne sostengono la neutralità, rivendicandone di conseguenza l’autonomia rispetto alla morale che tocca le persone. Spesso simili prospettive, che enfatizzano la natura strettamente tecnica dei media, favoriscono di fatto la loro subordinazione al calcolo economico, al proposito di dominare i mercati e, non ultimo, al desiderio di imporre parametri culturali funzionali a progetti di potere ideologico e politico. Data la loro fondamentale importanza nella determinazione di mutamenti nel modo di percepire e di conoscere la realtà e la stessa persona umana, diventa necessaria un’attenta riflessione sulla loro influenza specie nei confronti della dimensione etico-culturale della globalizzazione e dello sviluppo solidale dei popoli. Al pari di quanto richiesto da una corretta gestione della globalizzazione e dello sviluppo, il senso e la finalizzazione dei media vanno ricercati nel fondamento antropologico. Ciò vuol dire che essi possono divenire occasione di umanizzazione non solo quando, grazie allo sviluppo tecnologico, offrono maggiori possibilità di comunicazione e di informazione, ma soprattutto quando sono organizzati e orientati alla luce di un’immagine della persona e del bene comune che ne rispecchi le valenze universali. I mezzi di comunicazione sociale non favoriscono la libertà né globalizzano lo sviluppo e la democrazia per tutti semplicemente perché moltiplicano le possibilità di interconnessione e di circolazione delle idee. Per raggiungere simili obiettivi bisogna che essi siano centrati sulla promozione della dignità delle persone e dei popoli, siano espressamente animati dalla carità e siano posti al servizio della verità, del bene e della fraternità naturale e soprannaturale. Infatti, nell’umanità la libertà è intrinsecamente collegata con questi valori superiori. I media possono costituire un valido aiuto per far crescere la comunione della famiglia umana e l’ethos delle società, quando diventano strumenti di promozione dell’universale partecipazione nella comune ricerca di ciò che è giusto».

[3] Cf MH, n. 136.

[4] Sull’istituzione scuola si veda almeno M. Pellerey, Scuola, insegnamento e nuove tecnologie, in CENTRO STUDI PER LA SCUOLA CATTOLICA, Intelligenza artigianale. Scuola Cattolica in Italia. Ventisettesimo Rapporto, 2025, Scholé, Editrice Morcelliana, Brescia 2025, pp. 105-119. Ma sulla formazione professionale si legga nel volume appena citato: A. Salatin, Il progetto educativo della formazione professionale, pp. 78-102.

[5] «Ai genitori – scrive chiaramente Leone XIV – spetta, infatti, il diritto primario e inalienabile di scegliere il tipo di istruzione e di formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose. Il mondo della scuola oggi si trova davanti ad alcune sfide improrogabili» (MH n. 143),

[6] MH, n. 137.

[7] Cf Benedetto xvi, Caritas in veritate, n. 71.

[8] Rispetto ad un’illustrazione dell’etica delle virtù nel solco della tradizione tomista di pensiero morale può essere utile rifarsi alla ricerca di un mio confratello salesiano, ossia il professore Giuseppe Abbà, che sviluppa quella filosofia morale che la teologia tomista suppone e usa, ma che Tommaso non ha elaborato. L’Autore focalizza la sua proposta sulla virtù introducendo alcune innovazioni che meglio la spiegano. La focalizzazione delle virtù da parte di Giuseppe Abbà è ricavata dall’esame della condotta umana, esplicitandone i principi, la logica pratica e il processo di autodeterminazione che conclude alle scelte. Da questo esame risulta il ruolo del fine ultimo nonché della ragione pratica, della quale l’Autore definisce la praticità e lo sviluppo nella regola morale in termini di virtù prima che di norme e con valore di legge naturale (cf G. Abbà, Le virtù per la felicità. Ricerche di filosofia morale- 3, LAS, Roma 2018).

[9] Cf MH, n. 139.