Certo, criticare Donald Trump dopo sedici mesi di presidenza degli Stati Uniti è come sparare sulla Croce Rossa, ma per qualche momento l’America si era illusa che la deriva verso l’autolesionismo potesse aver raggiunto finalmente il capolinea. Quando alla cena di gala con la stampa all’Hilton di Washington del 25 aprile, dopo il tentativo di attentato, il presidente Trump ha scelto il tono della saggezza: “Alla luce di quanto accaduto, chiedo agli americani di rinnovare pacificamente l’impegno a risolvere le nostre differenze“.
La retorica del conflitto
È durato lo spazio di un mattino, però, perché già il giorno dopo il capo della Casa Bianca è tornato a scagliarsi contro la giornalista Norah O’Donnell che lo intervistava (“Siete delle persone orribili”), mentre il giorno successivo la portavoce Karoline Leavitt ha fugato ogni dubbio sulle reali intenzioni dell’amministrazione, puntando il dito contro gli oppositori democratici e i giornalisti: una “demonizzazione sistematica”, responsabile del clima che ha portato all’attacco di sabato notte. E’ tutta colpa degli altri. Che esista questa retorica è innegabile, però va ricordato che Trump aveva pubblicamente gioito per la morte dell’ex direttore dell’Fbi Mueller, che i due cittadini americani uccisi dall’Ice a Minneapolis, solo perché esercitavano il loro diritto costituzionale di manifestare contro una politica del governo non condivisa sono stati indicati come “terroristi domestici”, che ha concesso la grazia agli assalitori del Congresso condannati per reati comuni: le violazioni della legge nel nome di Donald è una eccezione alla norma.
Il dovere di un leader
Lo scrittore Jonathan Safran Foer ha commentato così: “Ovviamente il Presidente ha le sue responsabilità. Non una responsabilità esclusiva, perché queste dinamiche sono più grandi di una singola persona, ma una responsabilità molto potente. La leadership non riguarda solo le politiche: riguarda il tono, ciò che è permesso e ciò che viene condannato, il vocabolario morale dato a una nazione per descriversi. Ciò non riflette solo il paese, ma lo plasma”.
La strategia della divisione e il rischio dittatura
Quella di Trump è una strategia, perché la polarizzazione paga in politica, alle urne ma non solo, e quindi è ormai molto difficile rinunciarci. Trump non ha mai cercato di diventare il presidente di tutti gli americani. Si accontenta di perseguire i propri obiettivi, un po’ perché magari ci crede, ma molto perché questa è la strategia con cui pensa di conservare la maggioranza che lo ha eletto. De Toqueville metteva in guardia le democrazie dal rischio della dittatura della maggioranza e si rallegrava con gli Usa perché sembravano vaccinati contro questo eccesso.
Per Trump è vero l’esatto contrario. Gli interessano solo gli americani che lo hanno votato e vuole promuoverne la dittatura, perché così si assicura il loro consenso, necessario e sufficiente a vincere le elezioni e conservare il potere.
La sfida di novembre
Con le sue ultime mosse, però, anche questa strategia sta andando male e il popolo Maga (Epstein, l’Iran) comincia a essere deluso.
Di qui a novembre, alle elezioni di mid-term, ne vedremo delle belle e capiremo se l’America, come diceva De Toqueville, ha gli antidoti per evitare la fine della democrazia.
Tiziano Conti














