Prosegue la nostra rubrica dedicata alla storia delle elezioni comunali di Faenza. In questo articolo intervistiamo Claudio Casadio. Vicesindaco nella giunta De Giovanni, è stato sindaco di Faenza dal 2000 al 2010 per due mandati e poi presidente della provincia. Proveniente dal PCI, ha militato nel PDS e poi nel PD.

Intervista a Claudio Casadio

Casadio, dopo dieci anni di opposizione nel PCI – lei entrò in consiglio comunale nel 1981 – come fu l’incontro e la costruzione di una coalizione con il mondo espresso dall’area della Democrazia Cristiana?

Quell’incontro nacque da due esigenze. Anzitutto, era cambiata la legge elettorale, che prevedeva l’elezione diretta del sindaco in un sistema maggioritario. Questo, ovviamente, spinse alla formazione di alleanze e a incontri tra partiti e gruppi. Quell’anno, il 1994, segnò anche un momento storico importante: l’arrivo sulla scena politica di Silvio Berlusconi, che vinse le elezioni del marzo 1994 e stava scombussolando l’orizzonte politico. La seconda esigenza era una mera presa d’atto: Faenza è una città con una grande tradizione cattolica, un unicum nel panorama politico regionale. Voglio solo ricordare che a Faenza sono nati Giuseppe Donati, Benigno Zaccagnini e tanti altri interpreti di un cattolicesimo politico sempre attento agli aspetti sociali. Entrambi i mondi – quello di tradizione cattolica e quello di tradizione comunista – condividevano una spiccata attenzione per i deboli e un forte senso popolare. Da questa presa d’atto nacque l’incontro: sciolto il consiglio comunale con le dimissioni di Boscherini (e il breve periodo di Nerio Tura), fui scelto all’interno del Partito Democratico della Sinistra come candidato sindaco. Poi Berlusconi vinse nel marzo del 1994, e capimmo che non si poteva andare da soli, né noi, né il neonato Partito Popolare Italiano. Ci incontrammo e scegliemmo Enrico De Giovanni come candidato sindaco, in uno schema che è ancora oggi vivo: quella convergenza tra portatori di valori comuni, avversari per tanti anni, oggi invece nella stessa comunità politica e che continua a governare la città.

Come vicesindaco fu a stretto contatto con Enrico De Giovanni. Quale è stata l’eredità politica di quelle giunte? Quale il ricordo più caro che conserva?

Anzitutto la memoria che ho di Enrico De Giovanni è un pensiero dolce e molto personale. Abbiamo lavorato fianco a fianco, sulla scia di quella vittoria non scontata essendo figlia di una proposta politica nuova e coraggiosa. Il modo così doloroso in cui è venuto a mancare ha reso ancor più vivo in me il ricordo della persona. L’eredità politica invece è stata senz’altro quella di aver fatto ripartire la macchina comunale, in particolare sbloccando il Piano Regolatore, rimasto fermo per molto tempo. Questa operazione ha consentito di garantire, nei primi anni Duemila, uno sviluppo importante. Enrico De Giovanni ha lasciato poi un chiaro segno nell’agire quotidiano, con una capacità istintiva di interpretare e forse anticipare una nuova stagione: il sindaco era in contatto diretto con gli elettori. Bisognava stare tra la gente. Da lui ho infatti imparato quanto fosse importante essere vicino alle persone e rispondere a tutti, uscendo dallo schema precedente, in cui il partito era il mediatore tra l’elettore e l’eletto. Oggi, i sindaci che si affermano sono quelli che hanno questo stretto rapporto.

Proprio la prematura scomparsa di Enrico De Giovanni la vede temporaneamente diventare sindaco, incarico poi riconfermato dagli elettori nel 2000 e 2005. Quali sono stati gli elementi significativi dei due mandati che ha ricoperto? Quali invece le criticità?

Va detto che, sul piano politico, abbiamo beneficiato del consolidamento di questa coalizione di centrosinistra nata proprio nel 1994. Con la mia elezione, è stata un’alleanza larga, ma la prima grande apertura si è avuta nel secondo mandato di De Giovanni, quando fu incluso anche il Partito della Rifondazione Comunista. I miei due mandati sono stati caratterizzati da una grande trasformazione: dopo l’approvazione del nuovo Piano Regolatore, si è sommato il momento storico dei primi anni Duemila, segnato da un forte sviluppo economico. Questo ha permesso di trasformare la città, anzitutto ricongiungendo la zona nord, industriale e produttiva, con la zona sud, residenziale (si pensi ai sottopassi ferroviari).Inoltre, si è cercato di spostare da un tessuto urbano che stava cambiando (la città, durante le mie amministrazioni, è passata da poco meno di 54mila abitanti a 58mila nel 2010) alcune realtà produttive incompatibili con quella trasformazione (la chiusura della Neri e della SARIAF sono esempi significativi). Queste operazioni, che rispondevano alla necessità di una città in trasformazione e che hanno beneficiato di un periodo economico favorevole, hanno comportato investimenti ingenti, favoriti dal contesto economico generale, ma che sono diventati più impattanti negli anni successivi, quando la crisi economica ha mandato in sofferenza le risorse della pubblica amministrazione. Va detto che nessuno poteva prevedere la crisi del 2008 e che il risultato complessivo delle scelte politiche ha comunque contribuito a definire una città più moderna.

Nel 2026 festeggiamo 80 anni di elezioni comunali libere e democratiche. Quali sono le prospettive politiche dei prossimi dieci anni nella città di Faenza?

Credo che Faenza abbia una forte tradizione culturale, con la ceramica che rappresenta un brand riconoscibile (e in questo, con soddisfazione, abbiamo visto che è stata riconosciuta come ‘Città creativa dell’Unesco’). Ma, oltre a questo, l’investimento dell’azione politica deve concentrarsi sulla tutela e la salvaguardia, oltre che sullo sviluppo, di due settori fondamentali. Il primo è l’agroalimentare. Faenza continua a svolgere un ruolo da leader con realtà importantissime (ne cito solo due: Agrintesa e Caviro). Questo va di pari passo con il fatto che l’agricoltura, il settore primario, ha ancora un ruolo determinante per l’economia della città. Il secondo settore riguarda le aziende legate alla ricerca e all’innovazione. Qui penso ad esempio alla Visa, Cash App, Racing Bulls F1, che ha portato a Faenza centinaia di ingegneri da tutto il mondo, e su cui bisogna lavorare affinché mantenga una solida presenza nel territorio. A questo, si lega la necessità di favorire le aziende che sfruttano e interagiscono con l’intelligenza artificiale: bisogna sollecitare e aiutare i giovani ad interagire con essa, stimolando la creazione di posti di lavoro nel territorio legati proprio al mondo dell’IA. L’amministratore di domani dovrà a mio parere lavorare per stimolare, sollecitare e consolidare questa economia in un territorio così fertile. Solo un’economia forte, e perciò moderna, potrà sostenere l’impegno nel sociale che rappresenta l’anima di un’amministrazione progressista.

Mattia Randi

Foto: “Delegazione giapponese, Claudio Casadio e Enrico De Giovanni in occasione della mostra “Raku. Una dinastia di ceramisti giapponesi” (settembre 1997 – foto Elio Pezzi tratta da “Enrico De Giovanni – il sindaco di tutti”).