Nell’imminenza delle elezioni comunali del 24 e 25 maggio, prosegue il nostro viaggio alla scoperta dei programmi e delle visioni dei candidati alla guida di Faenza. Abbiamo incontrato Claudio Miccoli, candidato sindaco sostenuto da una lista di centrodestra composta da Forza Italia, Lega e Democrazia Cristiana. Ex dirigente regionale e geologo, un passato anche da assessore a Ravenna con il centrosinistra, Miccoli mette al centro della sua proposta politica una profonda competenza tecnica maturata sul campo, con l’obiettivo prioritario di dare una risposta definitiva alle fragilità idrogeologiche del nostro territorio.
Intervista a Claudio Miccoli
Miccoli, partiamo dall’inizio. Come mai ha deciso di scendere in campo e di candidarsi per questa sfida così complessa a Faenza?
Il mio percorso parte da lontano. Non avevo la mira di candidarmi, ma l’obiettivo fisso di dare sicurezza ai cittadini dopo i drammatici eventi alluvionali del 2023 e 2024. Ho seguito la situazione da vicino, ho conosciuto tante persone, ho dato una mano e aiutato. La vera svolta è arrivata quando è uscita la variante del piano di assetto idraulico dell’Autorità di Distretto del Fiume Po (ADBiPo). Lì ho capito che erano indispensabili due cose: portare questo tema al centro assoluto dell’attenzione della campagna elettorale e dire le cose esattamente come stavano, perché quel piano presentava grandissimi problemi.
Quali, a suo avviso, i punti più critici di quel piano d’assetto?
Il primo problema è che non portava una sicurezza complessiva. Il secondo è che era irricevibile per la cittadinanza. Nel 2026 la soluzione proposta per risolvere l’emergenza era fare un varco nell’argine e buttare l’acqua in campagna. Mi sembra un motivo più che sufficiente per protestare. Faenza è stata colpita tre volte: una quarta non è tollerabile, la gente non la sopporterebbe. Ho visto persone piegate in due, cittadini che hanno ceduto e che ancora oggi soffrono di problemi psicologici. È imprescindibile che non succeda mai più. Non abbiamo bisogno di fare casse di espansione in città a fianco alle case che si sono già allagate. Il problema va tenuto lontano e va risolto alla radice.
Lei ha avanzato delle proposte alternative concrete?
Sì, ho presentato due osservazioni non puntuali, ma di vallata, sia per il Senio che per il Lamone, che discuteremo con l’Autorità di Distretto del Po. La vera soluzione consiste nel costruire strutture capaci di fermare l’acqua prima che arrivi nelle zone abitate, precisamente alla confluenza tra il Marzeno e il Lamone, garantendo poi il passaggio in sicurezza della portata dentro gli argini fino al mare.
Rimanendo sulla sua candidatura: queste battaglie non poteva portarle avanti da tecnico a supporto, senza esporsi politicamente?
La candidatura a sindaco era l’unico modo per dare una valenza più alta e un peso diverso a quello che dicevo. A partire dalla fine di maggio 2023 ho fatto assemblee in quantità industriale ovunque, senza risparmiare sforzi. Il mio unico scopo era acculturare e informare la gente, perché ho assistito a un fenomeno di disinformazione di massa orchestrato dalla Regione e dall’intero centrosinistra. Non volevano ammettere gli errori fatti. Ma ammettere di aver sbagliato è il primo passo per fare bene, non farlo significa continuare a sbagliare. Prima, come semplice tecnico, per la Regione era facile mettermi in un angolo; oggi, come candidato, ciò che dico viene ascoltato con molta più attenzione.
Qual è stato, storicamente, il più grande errore strategico commesso nella gestione del territorio romagnolo?
L’errore più grave risale al 2001, quando avevamo già fornito alla Giunta Regionale tutti gli elementi tecnici necessari. Le amministrazioni regionali che si sono succedute, da Vasco Errani a Stefano Bonaccini, hanno continuamente declassato nelle priorità la realizzazione delle opere previste nel 2001 e approvate dall’Autorità di Bacino dei Fiumi Romagnoli nel 2003. Sono passati 22 anni senza realizzare ciò che si doveva. È stato fatto forse il 10% delle opere, ma all’acqua, se non realizzi il 100% del piano, non importa nulla. Un’opera a metà è inutile. Io stesso in Regione venni inserito in una sorta di “lista nera” perché non remavo dalla stessa parte dei politici; ho continuato per la mia strada per avere la coscienza a posto, e lo sono tuttora.
Lo scenario politico faentino: “Vedere un sindaco che ringrazia a prescindere le istituzioni sopra di lui mi ha sorpreso negativamente”
Parliamo di alleanze. Il centrodestra si presenta frammentato con due candidati sindaco. Come mai non si è trovata una sintesi e cosa vi distingue?
Ci distingue il fatto che la componente di Fratelli d’Italia non ha voluto fare nessun tipo di accordo. Avevano già avviato dei ragionamenti da oltre un anno con il candidato Padovani, ma non li hanno mai voluti palesare. Io ho accettato la candidatura offerta dalle altre forze (Forza Italia, Lega, Dc) e vado dritto per la mia strada. Questa candidatura è lo strumento che mi permette di dire ciò che penso per la tutela del territorio. Non a caso il nostro slogan è: “Una Faenza sicura e protagonista”.
Spostiamo l’attenzione sul livello locale. Se la Regione ha le sue colpe, a livello comunale cosa è stato sbagliato dall’amministrazione uscente?
Il ruolo del sindaco è stato banalizzato dal centrosinistra e dal cosiddetto “campo largo”. Un sindaco può fare tantissime cose, se ha la volontà e la forza politica per farlo. Dirige una comunità importante e ha la capacità di imporsi sulla Regione. Non è ammissibile che il sindaco di Faenza, di fronte alle proposte della Regione o dell’Autorità di Bacino – come avvenne il 25 giugno dell’anno scorso all’Arena Borghesi –, si limiti a dire “grazie per averci presentato il progetto”. Il ringraziamento deve essere legato alla qualità e alla consistenza di ciò che ti viene offerto. Quella sera intervenni pubblicamente evidenziando gli errori del progetto. Vedere un sindaco che ringrazia a prescindere mi ha sorpreso negativamente. In altre situazioni ho visto sindaci fare le barricate a difesa del proprio territorio, anche contro assessori del proprio partito. Un conto è fare il politico, un conto è fare il sindaco. Il sindaco è l’interfaccia dei cittadini e deve difendere la comunità, non il colore politico della propria tessera.
Torniamo all’idraulica. Lei contesta radicalmente l’impostazione delle casse d’espansione e le “tracimazioni controllate”. Perché?
Qualche tempo fa, a un incontro a Lugo con i sindaci, ho sentito l’ingegnere Colombo, coordinatore del progetto, dire che se i cittadini vogliono si possono fare anche più casse d’espansione. Non hanno capito: ne vanno fatte di meno, poche ma grandi. Frammentare le casse d’espansione in tanti piccoli laghetti rende impossibile il coordinamento idraulico e riduce il volume complessivo d’invaso a causa degli spazi persi per le arginature. Il progetto che ho elaborato io garantisce un volume di laminazione di circa 13 milioni di metri cubi, contro i meno di 5 previsti dall’Autorità di Bacino. Con il mio sistema, il Lamone (dopo aver ricevuto il Marzeno) attraverserebbe Faenza in totale sicurezza, tollerando piene con tempi di ritorno di 200 anni. Accettare la “tracimazione controllata” poi significa controfirmare il fallimento della tecnica.
Molti tecnici replicano dicendo che per fare le grandi opere ci vogliono anni. Nel frattempo, se dovesse arrivare una nuova piena, cosa si fa?
Esiste una gerarchia precisa degli interventi immediati. La primissima cosa da fare è una manutenzione totale e radicale della vegetazione nell’alveo, radendo a zero i boschi fluviali. Uno studio del professor Rolandini, docente di idraulica, dimostra che la presenza di un bosco fitto dentro il fiume aumenta la scabrezza e può ridurre la portata del corso d’acqua fino al 50%. Significa che, pulendo il letto, quella piena che ha superato gli argini sarebbe passata due metri sotto la sommità. Poi serve un contrasto durissimo agli animali fossori che trivellano gli argini. Persino l’Ispra, che è un ente fortemente ambientalista, ha chiesto alla Regione un piano operativo di monitoraggio e di controllo della popolazione, che significa abbattere gli animali dove sono troppi. Oggi siamo oltre il limite: ogni volta che c’è una tana bisogna sventrare l’argine e ricostruirlo, con costi immensi e rischi enormi se si è in periodo di piene. La prevenzione non è stata fatta perché, purtroppo, la sicurezza non rende dal punto di vista elettorale e l’attuale classe politica non sa spiegarne il valore ai cittadini.
Questi interventi sui fiumi spettano comunque alla Regione. Come sindaco, quali sarebbero le sue prime azioni concrete di competenza strettamente comunale appena eletto?
Do per scontato il pressing politico sulla Regione per pretendere che i finanziamenti vengano appaltati in parallelo e non in serie: se affidi le tre grandi casse d’espansione a tre ditte diverse contemporaneamente, dimezzi i tempi di realizzazione. Ma venendo al Comune, ho tre priorità. La prima è l‘intervento immediato sulla rete fognaria: a Faenza ci sono 42 scarichi a fiume; durante le alluvioni, ben 11 di questi non erano attrezzati con le valvole di non ritorno, e l’acqua del fiume è entrata in città invertendo la rotta attraverso le condotte comunali. Va fatto un controllo puntuale e va avviato un piano per separare le acque nere dalle acque bianche, come si fece a Ravenna negli anni ’80 (un modello che ho seguito personalmente come assessore ai Lavori Pubblici e alla Protezione Civile e che ha protetto la città).
E la seconda?
La gestione umana delle delocalizzazioni. Bisogna interloquire subito con i cittadini che vivono vicino al fiume per capire se i piani regionali impongono il trasferimento e fare in modo che l’Amministrazione si imponga sulla Regione affinché le somme destinate a chi delocalizza siano dignitose e umane, permettendo loro di ricostruire una casa sicura altrove. La delocalizzazione deve essere l’estrema ratio, ad esclusione di quegli edifici palesemente costruiti dentro l’alveo.»
Un’ultima battuta sull’area di regimazione di via Cimatti nel Borgo, da poco ultimata. Cosa ne pensa?
Dico che è una “foglia di fico”. Piuttosto che niente è meglio piuttosto, sia chiaro, ma parliamo di un’opera con una capacità di 140mila metri cubi. Il Marzeno in piena porta oltre 200 metri cubi al secondo: significa che quella cassa si riempie in appena 40 minuti. Considerando che le piene critiche durano dalle 9 alle 12 ore, quell’opera alla fine non conta nulla. Sono soldi pubblici che potevano e dovevano essere spesi in un altro modo.
In conclusione, da ex dirigente regionale lei aveva già sollevato queste criticità senza essere ascoltato. Perché da sindaco dovrebbe essere diverso?
Perché in questa partita contano tre cose: la conoscenza tecnica, l’esperienza e la determinazione. La determinazione significa puntare i piedi e pretendere. Se ti siedi al tavolo regionale con la forza del tuo mandato e dici chiaramente le cose cambiano. In questi anni è mancato completamente questo slancio di dignità cittadina. C’è chi ha preferito chinare il capo pur di non ammettere gli errori del proprio colore politico, a discapito dei faentini. Io questo non lo permetterò.
Gli altri temi cittadini: istituire un tavolo di coordinamento sulla sicurezza urbana. “Qui vogliamo coinvolgere anche i cittadini di origine straniera”
Dottor Miccoli, parliamo ora di sicurezza urbana in senso ampio. C’è chi sostiene che il problema sia legato soprattutto alla percezione dei cittadini. Qual è la sua posizione e quale strategia intende mettere in campo?
Dire che si tratta solo di una percezione significa fuggire dal problema, e fuggire dai problemi serve solo a ingigantirli. Non è una percezione, è una realtà oggettiva. La sicurezza si garantisce attraverso due pilastri: opere strutturali e organizzazione. Dal punto di vista strutturale, parchi e aree pubbliche vanno illuminati meglio. C’è poi il tema della videosorveglianza: ho proposto di utilizzare telecamere dotate di intelligenza artificiale, opportunamente istruite. Non devono essere intese come un controllo invasivo sulle persone, ma sul luogo: si attiveranno solo in presenza di anomalie reali.
Sul fronte dell’organizzazione e del controllo del territorio, invece, cosa propone?
Propongo fin dal primo giorno un accordo specifico con il Ministero dell’Interno e con le Forze dell’Ordine. L’obiettivo è semplice: per ogni nuova assunzione di agenti di Polizia Municipale fatta dal Comune, lo Stato deve corrispondere con l’assunzione di un poliziotto o di un carabiniere. Nell’Unione della Romagna Faentina abbiamo un gap di 20 unità che va colmato subito. In questo modo obblighiamo lo Stato a intervenire, portando sul territorio 40 persone in più, comprese unità in borghese per un controllo maggiore e più efficace. Inoltre, istituirò un tavolo di coordinamento dell’Ordine Pubblico Comunale.
Chi farà parte di questo tavolo di coordinamento?
Oltre ai quartieri e ai rappresentanti del Terzo Settore, voglio coinvolgere direttamente i rappresentanti delle diverse etnie e realtà extracomunitarie presenti a Faenza. È fondamentale che si sentano parte integrante della comunità, specialmente le tantissime persone perbene che vogliono dare una mano. Coinvolgerle significa farle sentire ancora più faentine e, al tempo stesso, scardinare quel populismo che dipinge l’extracomunitario sempre come un delinquente, il che non è assolutamente vero. Ci sono persone che delinquono e brave persone, e noi dobbiamo valorizzare queste ultime. A Faenza la Consulta degli stranieri non esiste o non funziona da anni: parlarne è facile, fare i fatti è un’altra cosa. Un tavolo simile serve sia a definire diritti e doveri per la sicurezza urbana, sia a comprendere dinamiche educative e culturali diverse grazie alla voce di chi rappresenta quelle comunità.
Molti episodi di microcriminalità e insicurezza nascono dal disagio sociale e giovanile, un fenomeno in aumento anche a Faenza tra difficoltà psicologiche, emarginazione e dispersione scolastica. Come si interviene a monte?
Ho sentito il candidato Isola parlare di luoghi chiusi dove radunare o “mettere” i ragazzi. Io credo invece che questa logica vada molto misurata, perché i giovani devono vivere fuori, socializzare all’aperto e avere agevolazioni reali, soprattutto per lo sport e la lettura, che sono fondamentali per renderli cittadini colti. Anche la Consulta dei giovani deve diventare una cosa seria e non un’operazione di facciata per mettersi la coscienza a posto; oggi, di fatto, i tavoli giovanili comunali organizzano attività ma non coinvolgono i ragazzi in un’azione amministrativa reale. Ci sono ventenni in politica che hanno idee migliori delle nostre e vanno responsabilizzati.
Alzando l’asticella della formazione, come vede lo stato dell’università a Faenza e il suo legame con il mondo del lavoro?
Non bisogna mai dire che non c’è niente, qualcosa sul territorio esiste. Ma io sono qui per migliorare prendendo spunto dalle eccellenze viste altrove. Un tessuto produttivo avanzato come quello faentino deve interconnettersi strettamente con l’università. Le nostre ceramiche non sono solo artigianato artistico da vendere, aprono a settori industriali avanzatissimi, penso ai motori o al biomedicale. Dobbiamo guardare a Bologna, offrire la nostra collaborazione all’ateneo e chiedere di essere strutturalmente coinvolti. Le università hanno bisogno di esternalizzare e collaborare con le imprese, come dimostra l’esempio della meccatronica a Lugo. Vogliamo che Faenza diventi un laboratorio: corsi di studio integrati ad esperienze di lavoro dirette nelle aziende partner. In questo modo i ragazzi, una volta terminati gli studi tecnici o i corsi universitari, sono già “pronti all’uso” per le imprese, così come le imprese sono pronte a sostenerli per i loro progetti di vita. Ho incontrato molte aziende faentine e c’è una grandissima richiesta di personale che non viene soddisfatta: non trovano ragazzi. Più le aziende si sviluppano, più c’è bisogno di occupazione. Un’azienda del territorio ha un progetto che richiede l’inserimento di 100 persone, ma non generiche, bensì formate. Se il Comune fa da ponte creando questi percorsi, l’inserimento dei giovani diventa immediato. A Faenza abbiamo la fortuna di avere imprese eccellenti che funzionano benissimo e sono disposte a investire nel welfare aziendale per trattenere i propri collaboratori.
Asili nido di rete, sport e ceramica
A proposito di welfare e servizi alle famiglie, qual è la vostra proposta per i nidi, tema molto dibattuto nei vari confronti elettorali?
Il nostro tessuto economico è fondato sulla piccola e media impresa, ed è impensabile che una singola piccola azienda possa costruirsi un asilo nido interno. Per questo nel nostro programma abbiamo inserito gli “asili di rete”. L’idea è di realizzarne uno, ad esempio, nella zona di via Boaria, dove sono presenti realtà industriali grandi che possono fare da traino, consentendo alle imprese più piccole di inserirsi nel servizio. In questo modo si dà una risposta concreta alla grave carenza di posti nido che sconta Faenza. Nei dibattiti sento il sindaco uscente Isola fare molti annunci su questo tema, ma se si vanno a spulciare i bilanci previsionali del Comune, non c’è un euro stanziato e non c’è un solo posto in più. I documenti parlano chiaro. Noi proponiamo cose realizzabili: il bilancio è il libro verità dove si leggono le reali intenzioni di un’amministrazione. Non si può fare affidamento sul fatto che arrivi un magnate a pagare tutto. Tra cinque anni non vogliamo ritrovarci a riscrivere lo stesso programma elettorale.
Spesso a Faenza riemerge il problema della carenza di impianti e palestre, e non sempre le nuove proposte trovano un consenso unanime. Come sbloccare questa situazione?
Negare lo sport a un ragazzo significa negargli un’opportunità di crescita. Lo sport è sforzo fisico ma è soprattutto testa: insegna la disciplina, l’impegno e il superamento della fatica; lo sport è una scuola di vita. Il Comune deve esercitare una funzione di programmazione che guardi in avanti, non all’indietro. Dobbiamo essere capaci di pianificare gli spazi ma anche di mettere in rete le strutture realizzate da altri, che rappresentano un valore aggiunto e offrono spazi di scelta ai nostri giovani. Accanto alla programmazione delle strutture, servono facilitazioni logistiche concrete: penso all’istituzione di una navetta gratuita per i ragazzi che colleghi continuamente, in determinate fasce orarie, tutti i vari impianti sportivi della città. Per molte famiglie, dove spesso si condivide un’unica automobile in tre o quattro persone
Parliamo di sviluppo economico. Qual è la vostra visione per il turismo faentino e come intendete valorizzare il patrimonio della ceramica?
Puntiamo con forza sul turismo B2B e d’impresa. Il turismo moderno è fatto di collegamenti: chi viaggia oggi non sta fermo in un solo posto. Pensiamo al terminal crociere di Ravenna, in enorme espansione con migliaia di arrivi: dobbiamo muoverci in anticipo, intercettare i grandi organizzatori e proporre percorsi sul nostro territorio. Molti turisti stranieri non hanno mai visto le nostre colline, non sono mai stati in un agriturismo o in una cantina; queste sono esperienze straordinariamente intriganti che portano valore economico a Faenza. Sulla ceramica, il sistema museale è importante ma non è valorizzato a 360 gradi. Occorre portare il museo fuori dalle sue mura, ad esempio usando vetrine sfitte in centro in certe fasce orarie. Ma soprattutto dobbiamo rafforzare eventi come il MIC e agganciarci al Cersaie di Bologna creando un vero e proprio “Fuori Cersaie” a Faenza per intercettare i migliaia di buyer internazionali. Oggi sul web il pubblico potenziale è immenso, ma dobbiamo saperci promuovere: pensi che sul sito internet di Imola Faenza Tourism non ci sono nemmeno le date del Palio del Niballo di quest’anno! Dobbiamo spingere forte sulle nostre tre grandi identità: ceramiche, motorsport e Palio.
A proposito di Palio del Niballo, spesso lo si descrive come un mondo affascinante ma talvolta un po’ chiuso. Come pensa si possa valorizzarlo davvero a livello amministrativo?
I rioni guardano molto al loro interno e questo è legittimo, ma l’amministratore e il sindaco devono fare un lavoro diverso: devono far parlare i rioni, aiutarli a unirsi e coordinarli. All’interno di Faenza ci sta la rivalità per la gara, ma verso l’esterno dobbiamo presentarci come un’unica identità, esattamente come accade per il Palio di Siena. C’è però un problema molto più urgente e grave che il sindaco Isola sta ignorando per ragioni politiche. Nella sua coalizione di “campo larghissimo” ci sono forze politiche, come il Movimento 5 Stelle e AVS, che a Roma portano avanti proposte di legge nate per chiudere i palii con l’uso dei cavalli, sulla scia della loro storica avversione al Palio di Siena. Se decidono a Roma, per il Palio di Faenza è la fine. Inoltre, trovo assurda e pasticciata la vicenda della candidatura del podestà della Giostra: c’è un palese conflitto d’interessi Questa è strumentalizzazione personale, non tutela della manifestazione.
Centro storico e raccolta differenziata: “Trovo gravissimo che il Comune si sia vincolato per ben 19 anni con Hera per questo servizio: un regalo a una SpA che oggi risponde solo al valore delle azioni e strapaga i propri dirigenti”
Il centro storico di Faenza soffre per la chiusura di molti negozi. Come intende far convivere le esigenze dei commercianti con la necessità di una città moderna e sostenibile?
I commercianti del centro sono fondamentali: custodiscono la storia di Faenza e garantiscono il servizio vitale della bottega di prossimità, insostituibile soprattutto per le persone più fragili e anziane che non possono andare all’ipermercato. Serve un equilibrio che eviti lo spopolamento del centro. Faenza è in forte ritardo rispetto ad altre città sul progetto dell’Hub Cittadino. Io ho in mente un piano chiaro: un Hub legato al centro per riorganizzare viabilità, sosta e valorizzazione commerciale. Aiuteremo i negozi che investono in qualità e digitalizzazione con sgravi fiscali e incentivi concreti. La cura della città, del verde e delle strade è il primo modo per incentivare la gente a frequentare il centro e a comprare nelle nostre botteghe, dove la qualità è talmente alta che, a conti fatti, si spende meno e meglio rispetto alla grande distribuzione. Il centro di Faenza ha una struttura monumentale e delle direttrici chiarissime: voglio valorizzarle e renderle accattivanti inserendo anche delle “pietre d’inciampo” culturali lungo i percorsi turistici per guidare le persone e farle sentire “premiate” quando raggiungono le nostre botteghe.
E sul nodo critico dei parcheggi in centro come intende muoversi?
La soluzione sono i parcheggi sotterranei automatizzati da 100-150 posti, collocati subito a ridosso del centro storico. Lì la macchina entra, viene spenta e riemerge spenta, senza fumo né rumore, lasciando in superficie lo spazio per un parco o un giardino pubblico. È una questione di logistica moderna, così come l’aggiornamento della cartellonistica digitale per evitare i disastri informativi che l’anno scorso hanno visto persino dei camion incastrarsi nelle nostre strade.
Un altro tema molto sentito dai faentini è la gestione dei rifiuti. Qual è il suo giudizio sull’attuale sistema del “porta a porta”?
Sono radicalmente contrario al sistema dei bidoncini individuali. È un esperimento fallimentare che ha portato risultati scadenti e pesanti disagi. Trovo gravissimo che il Comune si sia vincolato per ben 19 anni con Hera per questo servizio: un regalo a una SpA che oggi risponde solo al valore delle azioni e strapaga i propri dirigenti, avendo perso la sensibilità verso il cittadino. Il sistema attuale crea persino problemi sanitari per gli operatori ecologici, costretti a manipolare e toccare i singoli sacchetti ogni 200 metri anziché svuotare cassonetti meccanizzati. Io difendo la dignità e la sicurezza dei lavoratori. Inoltre, il bidoncino complica la vita delle famiglie: ho amici che mi dicono di poter mangiare pesce solo in determinati giorni per evitare di tenersi i rifiuti in casa per quattro giorni. Questa non è tecnologia al servizio dell’uomo. La mia proposta è ripristinare la raccolta differenziata stradale tramite i nuovi cassonetti intelligenti e tecnologici, che garantiscono decoro urbano e igiene. Manterremo invece il sistema attuale nelle frazioni forese, dove le case sono isolate e la dinamica è completamente diversa.
Passiamo alla composizione della sua futura squadra di governo. Nelle ultime tornate elettorali a Faenza i candidati sindaco sono stati quasi sempre tutti uomini. Come si pone sul tema della parità di genere?
Per me la parità di genere si fa con i fatti concreti, non con le quote di immagine. Nella mia attività politica attuale ho due collaboratrici strette, scelte esclusivamente perché sono bravissime nel loro campo. Io guardo unicamente al risultato e alla competenza, non ai pantaloni o alla gonna. Posso dire che nella mia testa l’idea di una futura Giunta è già in perfetta parità. Anzi, se troverò profili femminili superiori, non avrò problemi a fare una Giunta a maggioranza femminile.
In conclusione, parliamo di casa. L’alluvione ha aggravato una situazione già difficile: gli affitti sono alti e trovare un’abitazione a Faenza è un’impresa. Cosa propone per l’emergenza abitativa e per la macchina urbanistica comunale?
L’emergenza abitativa a Faenza è reale ed è alimentata anche dai blocchi burocratici del Comune. Cito un paradosso diffuso: ci sono cittadini che hanno regolarmente acquistato terreni edificabili, pagando le urbanizzazioni secondarie, e da un anno sono bloccati senza poter costruire perché mancano le rifiniture comunali, spendendo soldi in tecnici per interfacciarsi con uffici che non danno risposte. Inoltre, l’Amministrazione ha introdotto vincoli idrogeologici ed edilizi pesantissimi su una marea di case a prescindere, ribaltando l’onere della prova sul cittadino. Oggi è il tecnico del privato che deve dissanguarsi per dimostrare che l’immobile non rientra in quei vincoli, anziché saperlo chiaramente prima dal Comune. Questo fa sì che molte persone tengano occupate o bloccate case dove non possono fare lavori, sottraendo alloggi al mercato degli affitti e paralizzando le agenzie immobiliari. La mia prima azione sarà una radicale riorganizzazione degli uffici urbanistici comunali per sbloccare queste pratiche. Il Comune di Faenza deve intervenire per semplificare queste procedure, agevolare l’edilizia e rimettere in circolo appartamenti sicuri a prezzi accessibili per le famiglie.
Dottor Miccoli, un buon sindaco deve saper prendere anche decisioni difficili. Qual è una scelta impopolare, ma strettamente a favore del bene comune, che lei sarebbe pronto a prendere per Faenza?
La decisione più impopolare riguarderebbe, senza ipocrisie, proprio il tema della sicurezza idraulica, che è quello a cui tengo di più in assoluto. Ci saranno situazioni in cui non si potrà discutere all’infinito e in cui bisognerà incontrare i cittadini per convincerli che in gioco c’è l’interesse generale della comunità. Parliamo di un rapporto di proporzione enorme: il bene di diecimila persone contro il sacrificio di pochissimi. In questi casi specifici accetto volentieri l’impopolarità. Il mio lavoro mi ha sempre costretto a prendere posizioni; sono una persona abituata a decidere, nel bene o nel male.
Concretamente, a quali sacrifici e a quali aree territoriali si riferisce?
Penso agli espropri necessari dove andranno realizzate le grandi casse d’espansione della vallata. Ci saranno persone che dovranno rinunciare a terreni agricoli o, in rari casi, alla propria casa. Io conosco bene gli agricoltori: so quanto siano visceralmente innamorati della loro terra, che per loro rappresenta la vita, spesso ereditata dai nonni o dai padri. Togliere loro un pezzo di questa storia significa fare del male, ne sono consapevole. Proprio per questo il mio programma prevede di pagare i terreni espropriati il doppio del valore agricolo medio, trattando tutti i proprietari con il massimo rispetto, come se fossero agricoltori a titolo prevalente. Chiediamo un sacrificio storico, ma le casse vanno pagate bene e alle persone va dato il giusto riconoscimento. Dall’altra parte, dopotutto, abbiamo una città intera che rischia di finire sott’acqua: un Borgo di diecimila persone e ventiduemila cittadini in totale. È un momento difficile, ma sono convinto della necessità di andare fino in fondo.
Il “vincitore morale” del FantaFaenza
Cambiamo decisamente registro. Una domanda più leggera e “di colore”: i faentini l’hanno vista partecipare con grande slancio e divertimento al gioco del FantaFaenza. Come sta vivendo questa esperienza?
(Sorride) Mi ha fatto davvero molto piacere. In una campagna elettorale ci sono sempre inevitabili momenti di forte tensione, dinamiche in cui ci si azzuffa politicamente o si dicono cose sopra le righe. Il FantaFaenza ha regalato a tutti un sorriso, creando un momento di condivisione leggero e diverso, e per questo sono molto grato agli organizzatori. Mi ci sono buttato dentro volentieri perché possiedo un’anima profondamente competitiva. Credo che la politica sia una cosa non seria, ma serissima; tuttavia, un politico bravo deve essere sempre capace di non prendersi troppo sul serio.
Per chiudere la nostra lunga intervista: se dovesse essere eletto, come sogna di vedere Faenza tra cinque anni, al termine del suo mandato nel 2031?
Sogno semplicemente una città felice. Una città serena, sicura e in cui le persone possano guardare al futuro con fiducia.
Samuele Marchi














