Dal lavoro di ricerca nel Parlamento venezuelano all’impegno sociale nella nostra città. Il candidato sostenuto dalla lista di Potere al popolo, Giuseppe Apicella Binni, si racconta: “Ascolto, priorità alle persone colpite dall’alluvione e una gestione più pratica dei servizi quotidiani, a partire dai rifiuti”.

Intervista al candidato sindaco Giuseppe Apicella Binni

Apicella Binni, partiamo dal principio. Come nasce la sua candidatura a sindaco di Faenza e perché ha deciso di mettersi in gioco in questa sfida elettorale?

Fin da giovane ho sempre amato lavorare a contatto con le persone, fare lavoro sociale e spendermi per il benessere dei cittadini. La politica intesa come aiuto sociale mi appassiona da sempre. Tutto è iniziato quando avevo 17 anni in Venezuela, nella parrocchia davanti a casa mia, ho fatto la cresima e sono entrato in un movimento giovanile. Successivamente sono stato catechista e ho continuato con l’impegno sul campo. Ho poi frequentato la scuola tecnica Don Bosco per specializzarmi in elettricità industriale, e all’epoca mi sono occupato anche di giornalismo. All’università ho studiato Storia e Filosofia storica.

Lei ha avuto anche un’esperienza importante all’interno delle istituzioni in Venezuela. Di cosa si occupava?

Sì, sono entrato per concorso al Parlamento venezuelano. Un professore universitario mi chiamò per far parte del gruppo di ricerca parlamentare. Inizialmente lavoravo nella biblioteca del Parlamento, poi sono stato promosso a direttore dell’ufficio di consulenza e ricerca storica, con 14 storici nel team di lavoro. Il nostro compito era supportare i deputati di qualsiasi schieramento che avessero bisogno di dati storici per sostenere i progetti di legge. Per fare un esempio concreto: l’ottava stella che oggi vedete sulla bandiera tricolore venezuelana è frutto di un lavoro del nostro team, basato su un decreto del 1817 che riconosceva lo status di una determinata provincia (prima le stelle erano solo sette).

Poi, a un certo punto, la scelta di lasciare il Paese e venire in Italia. Cosa è successo?

Nel 2013 la situazione in Venezuela è diventata estremamente caotica. Lì, come in gran parte del Sud America, c’è un sistema presidenziale con poteri separati, non un sistema parlamentare come in Italia. Dopo l’elezione del Presidente della Repubblica, nel 2015 si sono tenute le elezioni parlamentari che hanno visto la vittoria di partiti estremisti. Una volta insediati, hanno fatto tabula rasa. Tra la gravissima crisi economica e le tensioni politiche, non ci sentivamo più sicuri; avevo una bambina di appena un anno. Avendo la doppia cittadinanza grazie alle mie origini, ho deciso di venire in Italia.

“Le persone devono sentire il Comune vicino”

Qui ha incontrato Potere al Popolo.

Un movimento che lotta concretamente per i lavoratori e per stipendi dignitosi, e ho deciso di continuare il mio impegno. La candidatura a sindaco non è una scelta personale, ma è nata collettivamente durante un’assemblea del movimento.

Che idea si è fatto di questa campagna elettorale faentina?

Credo che la politica, a Faenza come in generale in Italia, debba ritrovare la sintonia con il popolo. C’è molta apatia. Al voto vanno soprattutto i tesserati e i blocchi omogenei dei grandi partiti, ma c’è una grandissima fetta di cittadini che è stufa di sentire sempre gli stessi discorsi e si sente “orfana”. Per questo il nostro slogan è legato all’ascolto: vogliamo ascoltare per fare. Il cittadino faentino vuole essere sentito. Quando bussa alla porta del Comune, ha bisogno di trovare qualcuno che si impegni a fondo per risolvere il problema, non che lasci una domanda scritta a prender polvere su una scrivania. E non basta l’aiuto una tantum, come pagare l’affitto per un mese e poi dimenticarsene se il mese dopo la persona è punto e a capo. Girando a piedi o in bici per la città, parlando con operai e commercianti, senti quanto sia dura oggi arrivare alla fine del mese. La nostra opzione è aprire un grande dialogo che includa tutti: il cittadino comune, il negoziante in difficoltà e anche le grandi industrie. Quando le persone partecipano davvero alle decisioni, sentono di non essere prese in giro.

Questo metodo è emerso con forza anche durante il recente dibattito sull’alluvione del comitato Borgo. Come pensa che vada affrontato un tema così complesso?

Chi ha perso la casa vive un dolore immenso e spesso non ha la liquidità per rimetterla a posto. Il Comune non può limitarsi a dire: “Paga i lavori di tasca tua e poi ti rimborseremo”, perché la gente i soldi non ce li ha. L’amministrazione deve recuperare il massimo delle risorse possibili, ovunque sia possibile. Faccio un esempio: si parla tanto di fare grandi investimenti per lo sport e per i motori in città; sono progetti che si possono valutare, ma non ora. Quelle risorse economiche vanno stornate subito per riparare le case rovinate, permettere ai cittadini di tornare nelle proprie abitazioni e fare la manutenzione del fiume. La priorità assoluta sono le persone; l’anno prossimo, eventualmente, vedremo come finanziare la pista o altri impianti.

Le proposte: mense scolastiche gratutie e moduli sanitari di quartiere

Oltre alla ricostruzione, c’è il tema della gestione quotidiana della città. Su cosa occorre intervenire?

Il decoro urbano va rivisto. Non è possibile camminare per zone della città trovare bidoncini sparsi ovunque, è uno spettacolo oggettivamente brutto. Le soluzioni ci sono: città enormi come Barcellona gestiscono la spazzatura in modo molto più distribuito e con modalità di raccolta diverse. Noi siamo assolutamente favorevoli alla raccolta differenziata, ci mancherebbe, ma va fatta in modo pratico. Pensiamo a una persona anziana o a chi ha problemi di mobilità, magari da solo a casa: costringerli a scendere le scale alle 10 o alle 11 di sera per lasciare il bidoncino all’angolo della strada non è umano e non è pratico. La differenziata può essere organizzata meglio. Per noi, valutare l’uso delle risorse significa unicamente metterle al servizio del benessere quotidiano del cittadino.

Sulla sanità si gioca una delle vostre battaglie storiche. Qual è la vostra visione?

Siamo convinti che la sanità di un popolo sia un dovere costituzionale dello Stato, che deve garantirla pubblica a tutti i cittadini. Purtroppo siamo convinti che alla lunga si voglia privatizzare il sistema.

Concretamente il Comune però cosa può fare?

Per contrastare questa deriva a livello locale, ho un’idea che penso possa funzionare molto bene: creare un “SMS”, ovvero un Sistema del Modulo Sanitario. Ogni quartiere di Faenza ha il suo centro sociale: l’obiettivo è allestire in ognuno di essi piccoli moduli per offrire servizi di prossimità come ortopedia, ortodonzia, fisioterapia, visite generali, misurazione della pressione e screening di base. In questo modo il cittadino, specie se anziano, ha un presidio vicino a casa prima ancora di doversi rivolgere all’ospedale o ai privati. Per sostenerlo serve una sinergia tra Comune, sistema sanitario, volontariato e aziende private attraverso donazioni, ad esempio per le attrezzature specialistiche. Ognuno deve fare la sua parte per difendere la sanità pubblica come diritto centrale.

Anche sul tema farmacie lamentate scarsezza di presidi.  

In centro, attorno alla piazza, ce ne sono cinque o sei, mentre in una zona popolosa come i Cappuccini non ce n’è nemmeno una. I residenti hanno raccolto le firme per averne una nel quartiere, ma il Comune risponde con tecnicismi dicendo di averla programmata vicino al Ponte Rosso. Ma un anziano, magari con i figli al lavoro, come ci arriva fin là? Serve più realismo e meno burocrazia.

Passiamo a un’altra emergenza sociale: il diritto alla casa.

La situazione dell’emergenza abitativa è terribile. Ci sono persone iscritte nelle liste Acer per le case popolari che si trovano al trecentesimo o trecentocinquantesimo posto. È inaccettabile. La prima cosa da fare è verificare esattamente quali terreni o strutture il Comune ha a disposizione per avviare la costruzione di nuovi alloggi popolari. Investire nelle case popolari è una scelta in cui tutti guadagnano: si dà dignità alle persone e si permette a un operaio o a un cittadino in difficoltà di pagare un affitto equo, proporzionato al proprio stipendio.

Nel vostro programma proponete misure forti a supporto delle famiglie, come la gratuità delle mense scolastiche e l’accesso alla cultura e allo sport. Perché queste scelte?

Se una famiglia non arriva a fine mese, non può farsi carico del costo della mensa, anche se ci sono misure di parziale sostegno presentando l’Isee. Garantire una mensa scolastica gratuita e di qualità non è una spesa, ma un investimento umano. Permette a tutti i bambini di crescere sani e pronti a imparare, evitando che debbano ripiegare sui cibi pronti e più economici dei supermercati. Lo stesso vale per i servizi culturali e sportivi: a Faenza abbiamo tanti ragazzi di talento che non possono frequentare la scuola di musica comunale “Sarti” o le scuole di judo e calcio perché i costi sono troppo alti. È facile per il Comune vantarsi dicendo che Laura Pausini “è solarolese, è faentina ed è nostra”, ma la verità è che la sua famiglia ha potuto pagarle gli studi musicali. Senza quel supporto privato, non sarebbe arrivata dov’è. Noi vogliamo che il Comune dia a tutti le stesse opportunità di partenza.

Una domanda che poniamo a tutti i candidati: qual è una scelta apparentemente impopolare che assumerebbe da sindaco per il bene comune?

Il punto non è decidere dall’alto chiudendosi in ufficio con i tecnici e i bilanci. Questo è il grande limite della politica odierna: decidere senza consultare il popolo. Se si deve prendere una misura difficile, come ad esempio un adeguamento delle tariffe dei rifiuti per coprire un deficit o finanziare un’opera idraulica urgente per il fiume, bisogna prima convocare tutti i settori coinvolti. Se chiedo un sacrificio ai cittadini o agli imprenditori, devo saper dialogare: ad esempio, proponendo una rimodulazione o un abbassamento dell’Imu e delle tasse locali a chi collabora a un progetto di interesse pubblico. In Potere al Popolo facciamo tutto in assemblea e crediamo in questo metodo di condivisione. Solo attraverso il grande dialogo le scelte, anche quelle dure, diventano condivise e non calate dall’alto.

“La Rerum Novarum ha anticipato i tempi. Oggi ci troviamo di fronte a un contesto simile”

Di recente c’è stato un caloroso incontro tra i candidati sindaco con i giovani faentini. Che impressioni ha tratto?

È stato fantastico, mi sono sentito totalmente a mio agio. I giovani hanno dentro una fiamma e un’energia che vanno costantemente alimentate; per natura hanno fede, cuore e volontà, e devono essere protagonisti. Ricordo che nel 1992, quando il Papa venne a Caracas, disse che i giovani devono essere testimoni coraggiosi del Vangelo. Questa prospettiva mi tocca nel profondo, fa parte della mia storia. Quand’ero ragazzo, in parrocchia, mi chiesero con quale figura biblica mi identificassi e io risposi: Giovanni Battista. Ecco, i giovani devono essere così, una voce forte che prepara il futuro.

Questo suo background si sposa con la linea politica del movimento?

Nelle questioni politiche ci possono essere sfumature diverse, ma quando parliamo di gioventù e di sociale, io mi ritrovo al 100% nella Dottrina Sociale della Chiesa. Ho un’ideologia indubbiamente più ribelle e radicale, ma basti pensare alla Rerum Novarum di Leone XIII: fu scritta nel pieno della rivoluzione industriale, in un momento convulso in cui il Papa vide che il capitalismo creava grandi ricchezze ma schiacciava la condizione degli operai, dicendo chiaramente che le cose non andavano bene. Oggi, a distanza di tempo, ci troviamo di fronte alle stesse identiche sfide umane e sociali.

Per concludere, tre parole flash per descrivere il vostro programma e una battuta su come sogna Faenza tra cinque anni.

Le tre parole sono: Ascoltare, Benessere per il cittadino e Volere fare. Tra cinque anni sogno una Faenza bellissima, ancora più accogliente di quanto già non sia, ordinata e piena di turisti. Ma soprattutto la sogno più dinamica e, lasciatemelo dire, più felice. Vorrei una città in cui le persone non debbano più vivere nell’ansia quotidiana e nel lamento per le troppe difficoltà irrisolte.

Samuele Marchi